Gariwo: la foresta dei Giusti

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La sfida culturale al terrorismo in Europa

di Gabriele Nissim

Cos’è successo il 14 febbraio al Franco Parenti, nella conferenza che Gariwo ha organizzato con il Teatro diretto da Andrée Shammah, sul fenomeno moderno del terrorismo e dei foreign fighters?

Andiamo con ordine. Prima di tutto abbiamo lanciato il movimento dei Giusti musulmani che osano lottare contro il terrorismo e il fondamentalismo omicida. Abbiamo chiamato tutti i musulmani a metterci la faccia, a rompere ogni forma di silenzio e ad assumersi una responsabilità. Per questo abbiamo invitato come grande testimonial Hamadi ben Abdesslem, che non solo ha salvato quarantacinque italiani nel Museo del Bardo durante l’attacco terroristico del 2015, ma come intellettuale si è assunto anche il compito di diventare un protagonista della battaglia culturale contro il fondamentalismo terrorista in Tunisia e nel mondo arabo.

Hamadi non è stato solo un uomo Giusto per caso, che ha avuto la prontezza di salvare delle vite perché come guida turistica del museo conosceva bene tutte le possibili vie d’uscita, ma il suo gesto è dipeso da una sua maturazione personale. Mi ha spiegato come la sua vita sia stata segnata da due esperienze interiori. Per lui la religione islamica rappresenta un processo spirituale, dove ciò che conta non sono né i testi del Corano che sono datati in un periodo storico, né la frequentazione delle moschee, quanto piuttosto un continuo interrogarsi, giorno dopo giorno, su ciò che è bene e ciò che male. Il musulmano deve dialogare con Dio senza intermediari che gli dicono cosa fare, e così ritrovare da solo l’imperativo della sua coscienza. In secondo luogo, nella sua esperienza di guida turistica, venendo a contatto con genti diverse in viaggio in Tunisia, ha conosciuto il grande valore della pluralità del mondo. Ha così compreso come sia stupido erigere delle barriere contro fedi e culture differenti, perché in ogni uomo apparentemente diverso esiste una somiglianza che ci fa comprendere il destino comune di tutta l’umanità. Ecco perché, quando si è trovato davanti ai terroristi, ha forse avuto meno paura di fronte alle loro minacce, perché ha subito capito che difendere il museo e le vite degli italiani significava prima di tutto salvaguardare la bellezza della pluralità degli uomini e di un patrimonio archeologico di tutta la civiltà umana. In quegli attimi terribili ha compreso che era in gioco il mondo in cui credeva, e dunque valeva la pena rischiare.
Il suo gesto contro il terrorismo sarà ricordato l'8 marzo in Israele nel villaggio di Neve Shalom da israeliani e palestinesi, con la piantumazione di un albero a suo nome. Hamadi ha accettato questo invito, in un Paese che non ha relazioni diplomatiche con la Tunisia per quella guerra infinita che divide gli arabi e gli israeliani, perché è profondamente convinto che ogni gesto di pace possa contribuire i muri dell’odio e creare le condizioni della condivisione della stessa terra tra i due popoli.

Abbiamo esteso questo movimento dei resistenti al terrorismo nei Paesi arabi, dove per la prima volta in Tunisia abbiamo creato - nel luglio del 2016 - un Giardino dei Giusti dedicato ai musulmani che lottano per il dialogo contro la violenza omicida. Stiamo cercando di allargare questa operazione culturale al Marocco e alla Giordania. Il 14 e 15 marzo, a Milano, la cerimonia al Giardino del Monte Stella in occasione della Giornata europea dei Giusti sarà dedicata a quattro figure arabe e musulmane in prima linea nella difesa della laicità contro ogni forma di odio religioso.

Penso che questa nostra proposta culturale rappresenti una rottura storica contro ogni forma di omertà.

Ecco perché nella serata al Teatro Franco Parenti ho invitato a dare un nome al terrorismo fondamentalista, quando sia Obama, sia la nostra diplomazia hanno sempre parlato di un terrorismo generico. Come scrive Richard Stengel sul New York Times, è questa la contraddizione che spesso impedisce di comprendere la natura del fenomeno, quasi che il terrorismo fosse esterno al mondo arabo e musulmano. L’ex presidente americano era sempre preoccupato di non urtare la sensibilità dei Paesi arabi, nella speranza di trovare degli alleati contro un nemico comune. Questa ambiguità non ha fatto chiarezza e ha aperto la porta alla demagogia di Trump, che ha fatto di ogni musulmano un possibile portatore del terrorismo. La risposta migliore l’ha data il re Abdullah di Giordania, il quale ha dichiarato con profonda convinzione che la lotta contro il terrorismo “è prima di tutto una nostra battaglia”. Deve dunque diventare una grande battaglia dell’Islam in tutti i Paesi di cultura islamica.
Forse possiamo quindi chiamare questo fenomeno “terrorismo omicida di matrice islamica”. Ma su questo termine e su questa definizione dobbiamo aprire un confronto.

Primo Levi mi ha insegnato, ne I sommersi e i salvati, che di fronte a un male estremo bisogna non solo esprimere un’indignazione, ma bisogna sforzarsi di comprendere con la nostra ragione in modo scientifico l’origine del fenomeno. Se non lo si comprende diventa molto difficile trovare gli strumenti per combatterlo. Primo Levi, con questo interrogativo che lo assillava, ha cercato di comprendere il comportamento dei carnefici e delle guardie del campo. La sua domanda quasi ossessiva era sempre la stessa: come mai persone normali (dunque non demoni) si sono comportate in questo modo terribile?

Lo stesso metodo d’indagine lo dobbiamo usare in un’analisi puntuale delle biografie dei terroristi. Bisogna cercare di comprendere la genesi e le motivazioni del loro comportamento. È forse il Corano la chiave di tutto? Una lettura distorta dei testi religiosi? Perché decidono di suicidarsi, quando nella storia anche i più crudeli terroristi hanno considerato un vanto compiere un’azione efferata in nome di una causa e poi cercare una via di fuga? Si può anche morire in un’azione di guerra, ma perché fare della morte il marchio delle proprie azioni?

Per questo è stato molto utile l’intervento del politologo francese Oliver Roy, il quale ha esposto la ricerca pubblicata nel suo ultimo libro Le Djihad et la mort, di prossima pubblicazione in Italia.
I giovani musulmani europei, immigrati di seconda generazione, hanno intrapreso la strada del terrorismo non a partire da una educazione nelle moschee, o da una pratica religiosa, ma da una rivolta nichilista. Il punto centrale è che questi giovani non cercano la costruzione di una società fondamentalista basata sulla Sharia e sui precetti del Corano (in Europa come in Medio Oriente), ma sono attratti da una resa dei conti definitiva, dove suicidandosi si sentono vendicatori. Uccidono il maggior numero di persone possibili perché per loro si avvicina l'apocalisse islamica definitiva. Il giorno del giudizio è alle porte, e loro si sentono lo strumento di tale giudizio in mano ad un fantomatico Dio. Il loro motto è “noi amiamo la morte e voi amate la vita”. Forse si immaginano di essere ricompensati in paradiso, ma è nell’azione che li porta alla morte che si compie il loro destino. Dunque è l’atto in sé che li rende orgogliosi e che raccontano prima dell’evento sui social e nei video dei loro telefonini. Si sentono dunque completamente realizzati nella progettazione e nel compimento del loro attentato.

I terroristi palestinesi, come gli Hezbollah, quando compiono un’azione si prefiggono uno scopo politico. Diventano anche loro spesso suicidi, ma in realtà sono lo strumento politico in mano ai loro burattinai che li usano come proiettili. Da parte di chi li usa c’è spesso un codice mafioso: è un bene che muoiano, così si possono occultare i veri mandanti. I terroristi europei, invece, non agiscono per uno scopo, ma solo per la morte. 

È importante osservare come i terroristi europei sono altra cosa rispetto ai fondamentalisti religiosi. Non solo prima di morire non si avvicinano mai a una rigida pratica religiosa. Non cercano la purificazione islamica ed una vita incontaminata dalle tentazioni del nemico occidentale ( vedi l’alcol, la droga, il sesso) e neanche sognano di costruire su questa terra una repubblica islamica, liberata dalla presenza degli infedeli. Quelli che sono andati a combattere in Siria con Daesh nell’ipotetico paradiso, sono rimasti spaesati. Nulla a che vedere con l’entusiasmo dei comunisti che cercavano in Russia la loro terra promessa. È soltanto l’idea dell’apocalisse che li affascina, come il gusto della morte nel combattimento. Per loro lo stato islamico non rappresenta un nuovo esperimento sociale, ma una terra che può diventare utile solo come il detonatore della resa dei conti finale. Non sono studiosi dell’Islam che da una lettura del Corano sono approdati a una radicalizzazione estrema, ma sono antagonisti e radicali che hanno visto nella loro identificazione con l’Islam la migliore risposta al loro progetto nichilista.
Può sembrare paradossale, ma questi giovani radicali che si sono inventati un Islam fatto a loro uso e costume sfidano i musulmani che vivono in Europa, e li costringono a prendere una posizione chiara sulla loro identità islamica nel loro processo di integrazione. Per molti di loro, per troppo tempo, il fenomeno del terrorismo è stato inaspettato e si sono sentiti a disagio nel prendere una posizione di condanna. Si sentivano ingiustamente colpevolizzati. “ Perché siamo costretti a dire che non c’entriamo?”

Ma la paura che questi terroristi hanno generato in Europa, dando così fiato ai populisti e agli xenofobi, costringe le associazioni musulmane non solo a spiegare come la loro fede religiosa non corrisponde all’immaginario dei terroristi, ma anche ad elaborare una nuova identità in sintonia con lo Stato laico occidentale. Come aveva intuito il re di Giordania, la lotta al terrorismo nichilista diventa così una questione interna all’Islam, e non solo un problema dell’Europa.

Perché questi giovani musulmani di seconda generazione hanno abbracciato il terrorismo e sono caduti in questa logica nichilista?
È completamente sbagliato vedere nell’emarginazione sociale la causa scatenante di questi comportamenti, anche perché la maggior parte di loro hanno comunque un lavoro stabile e a volte sono persino laureati.
Oliver Roy ci invita a considerare due fenomeni: da un lato il loro sradicamento culturale dovuto all’incapacità di fare i conti con la loro tradizione di appartenenza; da un altro lato l’incapacità della nostra società di offrire dei valori morali di riferimento in grado di riempire questo vuoto culturale.

Quale è allora la soluzione? Un buon rapporto con le loro tradizioni può aiutare questi giovani a non cadere nel fascino del nichilismo. Essi si sono formati nel loro Islam immaginario nelle palestre, nei bar equivoci, nelle prigioni, dove spesso i detenuti terroristi hanno fatto proseliti, come nuovi eroi.
Che ci possa piacere o meno, la religione per gli immigrati è comunque fonte di identificazione e di integrazione. Per questo Oliver Roy, come del resto la somala Marian Ismail - paladina in Italia della lotta contro il terrorismo e per un Islam laico - e il Ministro degli Interni Minniti, sostengono quanto sia importante istituzionalizzare delle moschee plurali e trasparenti, dove i giovani musulmani sradicati possano ritrovare la loro normalità ed elaborare il loro rapporto con la società.
Se sono trasparenti e alla luce del sole, queste moschee possono diventare un importante momento di educazione e di freno; se invece sono clandestine, o sono sostituite da strutture incontrollate nei garage, o da ritrovi sportivi e luoghi equivoci - come è accaduto in tanti casi - si possono disseminare le peggiori culture dell’odio e creare così fonti di sovversione.

È interessante osservare quanto è successo in Tunisia, come mi ha raccontato Hamadi ben Abdlesslem, dopo la defenestrazione di Habib Bourghiba nel 1987.
Il nuovo leader Zine El Abidin Ben Ali, spinto da una idea di modernizzazione laica, ha cercato di limitare le moschee e di abolire la religione quasi per decreto. Il risultato è stato così controproducente: sono nate moschee clandestine in mano a dei fanatici che hanno creato l'odio tra i giovani.
Naturalmente non basta istituzionalizzare delle moschee moderne in Europa, ma la sfida fondamentale dipende dalla nostra capacità di offrire dei valori laici di riferimento. La crisi morale e politica dell’Europa, purtroppo, non aiuta questo processo di trasformazione e di radicamento.

Quando Alberto Negri, il grande inviato del Sole 24 ore, ha giustamente ricordato le responsabilità dell’Occidente per tutto quello che è successo in Bosnia, in Afghanistan, in Iraq e in generale nel Medio Oriente - dove siamo stati recentemente sordi ai crimini di Assad - e ha cercato così di spiegare l’origine del fenomeno terrorista, gli ho ricordato senza polemica, come mi ha insegnato Nelson Mandela, che non esiste il privilegio dell'innocenza da parte delle vittime. Nemmeno da vittime può scegliere la strada dell'odio.

Se pensassimo che i popoli arabi agiscono solo di riflesso, come effetto dei nostri condizionamenti, toglieremmo loro la principale peculiarità degli esseri umani, che hanno sempre la possibilità di scegliere. Per questo ho sottolineato il ruolo fondamentale che devono avere gli intellettuali arabi nella lotta al terrorismo. Per questo ho invitato Hafez Haidar e Hamadi Abdlesselem, proponendoli come due persone esemplari nella lotta al terrorismo in Tunisia ed in Libano.

L'iniziativa al Teatro Franco Parenti è stata di grande coraggio morale e intellettuale. Qualche volta io stesso ho qualche paura per una battaglia rischiosa.
Ma non è solo questo il punto. Si tratta di affrontare la complessità del fenomeno, non con una ricetta pronta, ma sviluppando il più alto confronto di idee. È stato solo l'inizio.
Abbiamo seminato. Ho imparato da Havel la forza del dialogo, del confronto e del pluralismo. Se avessi invitato tutti quelli che la pensano esattamente come me, sarebbe stata una serata teleguidata. Io credo che il mondo cambia quando si mettono in moto forze differenti e le si porta ad una maturazione.

Ps. Avevo scritto alcune note in una prima risposta su Facebook al mio amico Alessandro Litta Modignani, molto critico per il nostro convegno. Ho poi pensato di ampliarle per continuare il dibattito.

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

17 febbraio 2017

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