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Valorizzare la diversità

di Leila El Houssi

Un anno fa Parigi veniva violata da un vile attacco terrorista. Non potrò mai dimenticare il dolore e la sofferenza che ho provato quella notte nel vedere le terribili immagini trasmesse dalle tv. Un dolore profondo perché chi ha compiuto un atto simile ha un nome arabo e "dice" di professare la religione di mio padre e di metà della mia famiglia. Ma io so, perché così diceva mio padre Majid e così mio nonno Muhammad, che dare la morte spezza il legame tra noi e Dio e che la forza della civiltà musulmana si rivela nel Rispetto dell'Altro.

Però, molti non lo sanno e credono che l’Islam e i musulmani possano esprimersi solo attraverso la violenza. Parafrasando un pensiero dell'amico Khaled Fouad Allam, ho dolorosamente compreso che ciò che è accaduto "ha trascinato l'intera comunità musulmana nella deprecazione del mondo".

L’intellettuale libanese Samir Kassir, in un bel volume, qualche anno fa scriveva "L’infelicità araba è anche lo sguardo degli altri. Quello sguardo che impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile, ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua speranza. Bisogna aver avuto per una volta il passaporto di uno stato canaglia per sapere quanto può avere di definitivo uno sguardo di quel genere. Bisogna essersi trovati per una volta con le proprie inquietudini di fronte alle certezze dell’Altro, le sue certezze su di te, per avere la misura di quanto ha di paralizzante uno sguardo di quel genere. Lo sguardo dell’Altro al limite lo si potrebbe superare, molto semplicemente addirittura ignorare. Ma allo sguardo sull’Altro, a quello come si sfugge?”

Queste parole inducono a una riflessione sull’approccio all’Altro e sulla conoscenza che dovrebbe reggersi su altre basi rispetto a quelle che emergono nella cultura europea, dove spesso si radica e persiste un paradigma esclusivistico, secondo il quale le altre culture sono indotte alla secca alternativa tra l’assimilazione o l’aspro confronto, con la prospettiva, in questo secondo caso, dell’emarginazione e dell’esclusione. Lo sguardo di cui parlava Samir Kassir è rivolto sempre più spesso su parte di cittadini europei che posseggono un’origine che non è europea. Quello sguardo che “accusa”, che “calunnia”, che “denigra”, emerge dai media, dai social network e dalle strade. Per alcuni, il contesto di oggi sembrerebbe giustificare questo “sguardo”a causa di un “terrorismo di prossimità” che ha costretto le società ad accedere brutalmente in una nuova era. Nuove forme di minaccia che possono manifestarsi in qualsiasi momento tengono sotto scacco le società contemporanee nelle quali si innesta, inesorabilmente, una critica generalizzata nei confronti dei musulmani. Come scriveva K. F. Allam “ i musulmani sono spesso criticati, messi sul banco degli accusati per la loro quasi assenza di presa di posizione corale di fronte alla propria storia” .

In realtà si tratta di una metanarrazione che non tiene conto che sono moltissimi i musulmani nel mondo che si battono per una via democratica all’Islam e che si oppongono con forza a qualsiasi forma di estremismo. Tuttavia, la tentazione di emarginare chi non si omologa al corpo sociale ha una prima radice assai più antica e quando si analizzano le motivazioni profonde dei conflitti fra i popoli, spesso si trova una vera incomunicabilità fra paradigmi culturali differenti che poggiano sulla presentazione dell'Altro in termini di stereotipo.

Questo non significa che oggi, all’indomani degli efferati attacchi contro alcune città europee come Parigi e Bruxelles, non siamo di fronte a un vero e proprio cortocircuito della storia. Molti si chiedono, soprattutto in seno alla comunità musulmana, cos’è accaduto a una parte di giovani di seconda o terza generazione nati e cresciuti in Europa? Come può essere possibile che la cultura della morte possa pervadere le menti di questi giovani? Perché decidono di abbandonare la propria strada per arruolarsi nelle fila di un movimento come Daes’h?

Sono interrogativi che conducono a riflessioni profonde sulle politiche dell’ultimo ventennio. L’ampiezza del fenomeno conduce inesorabilmente a un malessere diffuso rispetto a una politica di integrazione che non ha funzionato in molti paesi europei. La seconda/terza generazione, figlia anche di profondi mutamenti dello scenario internazionale, subisce una crescente discriminazione che fa sentire la “diversità”. Questi giovani, nonostante parlino la stessa lingua e frequentino le stesse scuole dei propri coetanei, sviluppano come ci indica la pedagogista A. Granata “un’identità negativa che li conduce a sentirsi “stranieri nel proprio territorio”. Inoltre, complice la crisi economica che ha prodotto un ridimensionamento globale, si sentono sottorappresentati all’interno della società e nel mondo del lavoro. Con i loro genitori si confrontano talvolta sul concetto di identità e di appartenenza ma emerge una profonda distanza in quanto l’inserimento nelle società di trent’anni fa presenta strategie diverse rispetto a quello contemporaneo delle seconde/terze generazioni nate in Europa. Così, esprimono il disagio di vivere in un mondo in cui non sono valorizzati e lo fanno attraverso la rete perché solo in quella sede captano il senso di condivisione collettiva.

In questo quadro è fortunatamente ancora numericamente bassa la cifra di giovani che arrivano ad arruolarsi nelle fila di Daes’h ma non si può continuare a elaborare politiche di sicurezza e di chiusura delle frontiere senza lavorare collettivamente per un nuovo modo “di fare integrazione”. Facciamo della diversità un valore e riconosciamo, definitivamente, che i giovani di seconda e terza generazione rappresentano il futuro dell’Europa e il Ponte con i paesi della Riva sud del Mediterraneo. Lavoriamo con loro per la pace, per il dialogo e il confronto e stigmatizziamo lo scontro. Solo così non si sentiranno più soli.

Analisi di Leila El Houssi

14 novembre 2016

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