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Dialogo e progetti di co-sviluppo contro il fondamentalismo

Intervista a Janiki Cingoli

Musulmani e cristiani pregano per padre Jacques Hamel, ucciso a Saint-Etienne-du Rouvray (Francia)

Musulmani e cristiani pregano per padre Jacques Hamel, ucciso a Saint-Etienne-du Rouvray (Francia) http://www.lapresse.it

Il dialogo con le diverse componenti dell'Islam - purché rispettino le leggi e condannino il terrorismo - e i progetti di co-sviluppo per facilitare l'integrazione di immigrati e rifugiati contribuiranno a contrastare il fondamentalismo, dice Janiki Cingoli, Direttore del CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente), impegnato da tempo in questa direzione.

"Il terrorismo islamico e la propaganda Jiadista vanno combattuti con ogni mezzo repressivo, ma è un’illusione pensare che il problema possa essere affrontato solo con la polizia, i servizi segreti e i diversi sistemi di sicurezza. Il problema, come ai tempi delle Brigate Rosse, è togliere l’acqua dove nuotano i pesci. Esiste una componente jihadistica nel mondo islamico che può degenerare in terrorismo.  LISIS può essere considerato il braccio armato del jihadismo wahabita. Le diverse Comunità islamiche, in Medio Oriente e anche in Europa, devono chiarire se considerano i terroristi e anche quelli che mostrano segni di radicalizzazione come pazzi all’interno della comunità, fedeli che sbagliano, oppure nemici dell’Islam e quindi estranei alla ‘Umma’, la Comunità dei credenti. Devono assumersi le responsabilità in prima persona, non limitandosi a una condanna generica della violenza, dicendo “non ci appartiene”: devono contrastarla, isolando i radicalizzati e se necessario arrivando anche alla denuncia alle autorità competenti”.

Questa attività di controllo e denuncia è stata condotta o almeno avviata?

Per il momento alcuni lo fanno, ma in maniera ancora insufficiente. Significativa in questo senso è l’intervista che Rashid Ghannouchi, leader del partito islamista Ennahdha in Tunisia, ha rilasciato ad Alberto Negri. Ennahdha nel suo ultimo congresso ha preso le distanze dall’Islam politico, sostenendo la separazione tra Stato e religione, il riconoscimento del pluralismo e la laicità dello stesso Stato. Una posizione certamente avanzata all’interno della Fratellanza musulmana, diversa rispetto a quella del deposto Presidente egiziano Morsi. E tuttavia anche lui, in una risposta di quell’intervista, sostiene la tesi dei “pazzi dentro la Comunità dei fedeli”, da combattere certamente, ma da non considerare fuori dalla Umma dei credenti. 
Anche in Italia, molte delle Comunità islamiche assumono posizioni simili, solo alcuni esponenti, come il deputato musulmano Khalid Chaouki, che ha promosso le manifestazioni “Not in my name” dopo gli attentati di Parigi, hanno preso posizioni nette e senza ambiguità.

In che modo possiamo cooperare con i musulmani italiani nella battaglia contro il radicalismo?

In primo luogo va chiarito con quali componenti dell’Islam presenti nel nostro paese vogliamo o possiamo dialogare. Secondo alcuni si può interloquire solamente con l’Islam secolare o laico, con musulmani che si sentono solo cittadini italiani e considerano la religione un loro problema privato. Posizioni molto interessanti che vanno rispettate, certo le più vicine alla nostra concezione. Ritengo tuttavia sbagliato riservare l’esclusiva dell’interlocuzione a queste posizioni. E’ necessario allargare il confronto alle diverse posizioni dell’Islam italiano, sviluppando un dialogo ampio, ponendo come paletti invalicabili il rispetto della nostra Costituzione, delle nostre leggi e dei principi democratici e la condanna ferma della violenza e di ogni forma di terrorismo.

Come superare lo stallo sulla creazione delle moschee, che pesa sui rapporti tra istituzioni e Islam?

Rispetto alla questione delle moschee, il confronto in Italia è molto aspro. L’on. Emanuele Fiano (PD) ha proposto alcuni paletti per l’autorizzazione di nuovi luoghi di culto islamici, di nuove moschee: l’accettazione dei principi della Costituzione, le prediche in italiano da parte di imam formati in Italia e l’esclusione di finanziamenti stranieri. Io sono d’accordo con i primi due principi. Il terzo, relativo ai finanziamenti, mi pare di dubbia costituzionalità. Qui si parla di cittadini italiani di fede islamica, che hanno gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Non capisco come si possa consentire alle sinagoghe o alle chiese cristiane di avere finanziamenti dall’estero, ma lo si vieti alle moschee. Questo introdurrebbe una disparità tra un culto, che è il secondo culto italiano, e gli altri. La richiesta che forse può essere avanzata è la trasparenza sui flussi di finanziamento, in modo da evitare il contatto con centrali del terrorismo ed evitare forme di controllo rigido da parte di Stati esteri. Si tratterebbe di una forma molto forte di controllo, perché non viene posta ad altri culti.

In che modo i musulmani italiani possono contribuire all’integrazione dei nuovi flussi di rifugiati e immigrati, anche come antidoto alla emarginazione che può portare i non integrati a radicalizzarsi?

Nell’accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, tra i quali possono certamente essere presenti elementi di impronta jihadistica o terroristica, le diaspore di origine med-africana presenti in Italia possono svolgere un ruolo fondamentale: perché li conoscono, sono le prime a cui gli immigrati si rivolgono. Ma devono farlo operando con un rapporto aperto di collaborazione con la società civile, le istituzioni e le autorità di pubblica sicurezza, evitando la creazione di ghetti etnici, come in qualche modo si è verificato in Belgio. Le nostre diaspore med-africane possono svolgere un ruolo essenziale, per facilitare l’inclusione di rifugiati e immigrati ed anche la promozione di progetti di co-sviluppo con i paesi di origine. Ma anche per controllare, contrastare e se necessario denunciare le possibili derive jihadistiche e terroristiche alle autorità competenti.

Quindi dovrebbero essere coinvolte nelle attività ora affidate alle ONG e associazioni, anche di carattere religioso, impegnate nelle attività di accoglienza degli immigrati?

Sì, lo prevede anche l’articolo 26 della nuova legge sulla Cooperazione, che riconosce nelle associazioni nate nelle diverse comunità di origina straniera dei possibili soggetti per la promozione di progetti di cooperazione e co-sviluppo. Il problema è che molte di queste organizzazioni non sono attrezzate per farlo e ci possono essere anche resistenze politiche nei loro confronti. 
Il progetto che come CIPMO stiamo promuovendo sul ruolo delle diaspore med-africane nell’accoglienza e inclusione dei rifugiati e degli immigrati sta assumendo quindi un rilievo essenziale.

Un motivo di divisione e contrasto tra le comunità islamiche è essere ammesse a beneficiare dell’8 per mille. Come può essere risolto il problema?

Il diritto all’8 per mille è valido per tutti i culti, ma per avere il riconoscimento, devono attrezzarsi con un minimo di contabilità e accettare i principi su cui si è espresso il tavolo congiunto del Ministero dell’Interno, al lavoro su questo. L’UCOII  (Unione delle Comunità Islamiche d'Italia) aveva in un primo momento rifiutato di aderire ai principi proposti, non so se questo ora sia stato superato, anche se so che dei progressi sono stati fatti. E’ il motivo che fino ad oggi ha impedito di rendere accessibile i fondi dell’8 per mille per il culto islamico.

Per essere riconosciute le comunità musulmane devono adeguarsi alle leggi italiane, incluso il diritto di famiglia. E’ d’accordo?

Se il riferimento è per esempio alla poligamia, ritengo che il doppio diritto che è stato di fatto adottato in Inghilterra, per cui si concedevano ampi margini di autogoverno, anche dal punto di vista giurisprudenziale, per la regolazione della vita interna di queste comunità, sia una deriva molto rischiosa e che si debbano quindi applicare sempre e comunque le leggi italiane. Nessuna eccezione deve essere accettata per pratiche come la poligamia o l’infibulazione. Credo invece che indossare il velo sia un diritto pieno, in tutte le sue forme. Il divieto adottato in Francia in nome della laicità dello Stato, di indossare il velo (come la kippah ebraica) nei luoghi pubblici come le scuole o gli uffici, a me pare una forzatura inaccettabile. Per non parlare del ridicolo in cui sono caduti cercando di vietare l’uso del “burkini” sulle spiagge, divieto poi dichiarato incostituzionale. Ho invece forti perplessità sull’uso in pubblico del niqāb, la copertura integrale che lascia scoperti solamente gli occhi, perché ritengo che la riconoscibilità delle persone nei luoghi pubblici debba essere garantita, anche se in Italia vi sono state alcune sentenze che si sono espresse in senso contrario.

di Viviana Vestrucci

2 dicembre 2016

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