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Orhan Pamuk: "La libertà di pensiero non esiste più"

il Premio Nobel e l'allarme sulla repressione in Turchia

Il Premio Nobel turco della letteratura Orhan Pamuk ha lanciato l'allarme sul quotidiano La Repubblica, poi ripreso dal giornale tedesco Die Zeit dell'11 settembre 2016: "La libertà di pensiero non esiste più. Ci spostiamo a velocità sempre crescente da uno Stato di diritto a un regime di terrore", sono le conclusioni dello scrittore dopo l'estate del tentato golpe e della successiva repressione. 

Ripercorriamo brevemente la cronologia di questa stagione di aspro conflitto di Erdogan con tutti i veri o presunti sostenitori del teologo Fethullah Gulen, ora residente negli USA, di cui il premier turco ha chiesto l'arresto.

A marzo c'è stata la chiusura del quotidiano Zaman, vicino al rivale ed ex amico di Erdogan. Nel frattempo, continuano gli attentati del gruppo curdo TAK, con un attacco suicida ad Ankara che costa la vita a 37 persone. 

A maggio, il Primo ministro turco Davutoglu si dimette per aver perso la fiducia di Erdogan. Questi minaccia l'Unione Europea: l'accordo del 2015 sui migranti potrebbe saltare se agli emigranti turchi non vengono riconosciuti accessi liberi senza obbligo di visto al territorio europeo. 

Ancora aggressività a giugno, quando la Turchia richiama il suo ambasciatore a Berlino dopo la risoluzione con la quale il Parlamento tedesco riconosce il Genocidio Armeno. E arriva il triste momento dell'attentato ISIS all'aeroporto di Istanbul, che costa la vita a 42 persone e fa sempre più temere per i delicati equilibri nel Medio Oriente e il pericolo del terrorismo. 

A luglio vengono incarcerati migliaia di militari e di giudici con l'accusa di essere coinvolti nel tentativo di golpe attribuito a Gulen. Sono giorni e mesi anche di attacchi alla libertà di stampa, chiusure di redazioni e di ben 16 canali tv. In politica estera la Turchia si riavvicina a Mosca attraverso un incontro Erdogan-Putin a San Pietroburgo. Per l'Unione Europea è un momento di forte imbarazzo; come nascondersi ormai che la Turchia è sempre più lontana da quello sviluppo nel campo dei Diritti umani che si era creduto potesse preludere a una sua adesione all'Unione? 

Di agosto è la notizia della sospensione dall'insegnamento di 11.500 insegnanti. E se a settembre sono stati rimossi dagli incarichi 24 sindaci del sudovest della Turchia accusati di intrattenere rapporti con i curdi, non mancano le intimidazioni anche a carico dei giornalisti. Sono infatti stati arrestati Ahmet Altan e il fratello Mehmet, due intellettuali colpevoli di avere criticato il regime. 

Questo arresto ha spinto Pamuk a intervenire. I fratelli Altan sarebbero accusati di essere intervenuti pro Gulen in una trasmissione televisiva alla vigilia del tentato golpe del 15 luglio.

Ahmet Altan in particolare è una delle penne più famose del Paese. Ha lavorato anni per testate quali Hurriyet (che, ironia della sorte, in turco significa "Libertà"), e Milliyet. Dal 2007 dirigeva un giornale da lui stesso fondato, Taraf, e dal 2012 si era fatto una fama di critico del regime oltre che di romanziere di successo. Suo fratello Mehmet, docente universitario, è autore di numerosi saggi politici. Per la loro liberazione si è mobilitata anche Amnesty International

Che cosa potrà fare la comunità internazionale per frenare questa deriva? Quanti sacrifici di intellettuali e comuni cittadini turchi saranno necessari prima che questa sorta di faglia sismica tra Ankara e i Paesi occidentali causi uno spostamento di tutto l'asse della politica internazionale verso l'Oriente, la Russia di Putin in primis, ma potenzialmente anche il pericoloso e violento Stato Islamico?

15 settembre 2016

Negazionismo

il nemico della verità dei genocidi

Una delle caratteristiche ricorrenti nei fenomeni genocidari è il tentativo dei persecutori di occultare le prove dei massacri e negare l'intenzione dello sterminio, attribuendone la responsabilità alle stesse vittime, con un'operazione pianificata di mistificazione della realtà. 
Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. I nazisti ponevano un'attenzione maniacale all'uso di termini "neutri" per descrivere, non solo all'esterno, ma anche fra loro, la politica antiebraica: "soluzione finale" anziché sterminio, "trasporto" piuttosto che "deportazione"; gli stessi artifici linguistici utilizzati dagli autori del primo genocidio del XX secolo.

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Multimedia

Intervista a Ragip Zarakoglu

editore in carcere che si batte per il riconoscimento del genocidio armeno in Turchia