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Le lezioni di Václav Havel su come creare una “polis parallela”

di Pankaj Mishra

Pubblichiamo di seguito la traduzione integrale dell'articolo del filosofo e scrittore Pankaj Mishra apparso sul New Yorker dell'8 febbraio, nel quale si analizza il pensiero di Václav Havel come portatore di valori da cui ripartire per difendere la democrazia dall'autoritarismo di Donald J. Trump e dei suoi consiglieri. Nell'entourage più ristretto del Presidente c'è ad esempio un personaggio come Stephen Bannon, che ha più volte sostenuto che in diverse fasi della storia americana a partire dalla guerra di Secessione si sia manifestata una "violenza necessaria" e purificatrice. Per Havel, il grande dissidente cecoslovacco che è stato anche Presidente della Repubblica Ceca dopo un'esperienza dolorosa e coraggiosa di persecuzione e dissidenza nel regime sovietico, "necessaria" e con valenza universale era la costruzione di una "vita nella verità" all'interno di una società civile amorevole e giusta che comprendesse anche una "polis parallela", tanto nel blocco comunista quanto negli Stati Uniti. Di seguito l'analisi di Mishra di questo pensiero:

I recenti terremoti politici ci hanno trovati emotivamente impreparati, perfino impotenti. Nessuna delle nostre categorie abituali (sinistra, destra, liberale, conservatore, progressista, reazionario) o delle nostre prospettive (di classe, razza o genere) sembra in grado di spiegare come un bugiardo compulsivo e donnaiolo sia diventato l’uomo più potente del mondo. Allontanandosi da questo indecifrabile disastro, molti cercano lumi nei testi letterari e filosofici del passato, come Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, 1984 di George Orwell e Da noi non può succedere di Sinclair Lewis”. Potrebbe essere più conveniente, tuttavia, rivolgere l’attenzione a Václav Havel: uno scrittore o pensatore che visse di persona il totalitarismo di tipo orwelliano, che credeva che si fosse già realizzato anche in America, e offrì anche una maniera di resistervi.

Nato nel 1936, Havel raggiunse la maggiore età in Cecoslovacchia, i cui dominatori comunisti lo imprigionarono ripetutamente e misero sotto sorveglianza vietando ed eliminando molti dei suoi scritti. Impavido oppositore fino al 1989, quando fu un protagonista del crollo del regime comunista, Havel venne a essere celebrato in Occidente come un “dissidente”, parola comunemente usata per descrivere molti che nei Paesi comunisti lottavano valentemente contro un despotismo senza pietà. Tuttavia, i suoi principali scritti in prosa, dalla fine degli anni ’70 in poi, prendevano una posizione molto decisa sulla figura dell’alfiere della Guerra Fredda prediletto dall'Occidente, che cercava di trasformare il dissidente in un oggetto su cui riversare pietà e ammirazione a distanza. In uno dei suoi saggi più famosi, La politica e la coscienza, del 1984, Havel asseriva che i dissidenti come lui, con i loro “sforzi imperfetti” di lottare per la libertà, erano impegnati in un’impresa universalmente necessaria. Egli insisteva sul “destino condiviso” con le persone che vivevano in Occidente, presentando il proprio destino come “un monito, una sfida, un pericolo o una lezione” per loro.

I problemi che si pongono davanti all’umanità, secondo Havel, erano molto più profondi dell’opposizione tra socialismo e capitalismo, che erano entrambi “categorie profondamente ideologiche e spesso confuse anche a livello semantico, [che] da molto tempo esulano da ciò che interessa veramente”. Il sistema occidentale, anche se più produttivo a livello materiale, schiacciava anch’esso l’individuo, inducendo sentimenti di impotenza, che – come la vittoria di Trump ha dimostrato – possono trasformarsi in un veleno politico. Nell’analisi di Havel, la politica in genere era diventata troppo “simile a una macchina” e incapace di risposte responsabili, degradando gli esseri umani in carne e ossa a “cori statistici di elettori”.

Secondo Havel, “l’unico metodo della politica è il successo quantificabile”, il che significava che “bene e male” stavano perdendo “tutto il loro significato assoluto”. Molto prima che l’Amministrazione di George W. Bush andasse in guerra in Iraq con un falso pretesto, Havel aveva individuato, nel mondo libero come in quello oppresso dalle dittature comuniste, “un potere fondato su una finzione ideologica onnipresente, che può razionalizzare tutto senza avere mai da scontrarsi con la verità”. Dal suo punto di vista, “le ideologie, i sistemi, gli apparati, la burocrazia, le lingue artificiali e gli slogan politici” avevano ammassato un potere dotato di una malizia veramente unica in questo mondo, che faceva pressione sugli individui ovunque, deprivando “gli umani – dominanti come pure dominati – della loro coscienza, del loro buonsenso e, quindi, della loro reale umanità”.

Dato che le democrazie occidentali come pure le dittaature comuniste hanno subito una perdita devastante di dimensione umana, importava poco che i liberi mercati fossero più efficienti delle economie comuniste. Questo perché, credeva Havel, “finché la nostra umanità rimane priva di difese, non saremo salvati da nessun marchingegno tecnico o organizzativo per produrre un migliore funzionamento economico”. La libertà individuale e la coesione sociale non erano meno minacciate nelle democrazie capitaliste depoliticizzate dell’Occidente. “Una persona che è stata sedotta dal sistema di valori consumista”, scrive, e che “non ha alcun senso di responsabilità per altro che non sia la sua sopravvivenza personale, è una persona demoralizzata. Il sistema dipende da questa demoralizzazione e la approfondisce, anzi in effetti è una proiezione di essa nella società”.

Dopo essere diventato Presidente del suo Paese, Havel, nel 1997, attaccò “la palude post-comunista”: un’economia capitalista iniqua che convinceva molti che “mentire e rubare premia; che molti politici e amministratori pubblici sono corruttibili; che i partiti politici, benché dichiarino tutti di avere intenzioni oneste con parole elevate, sono segretamente manipolati da gruppi finanziari sospetti”. Ma Havel aveva notato molto prima alcune affinità evidentemente profonde tra le due ideologie e i due sistemi rivali della Guerra Fredda; esse l’avevano provocato a descrivere i combattenti della Guerra Fredda che volevano sradicare il comunismo come gente che “rompeva in mille pezzi” lo specchio che ricordava loro della loro bruttezza morale. Veramente, Havel aveva predetto a metà degli anni Ottanta, perfino quando il comunismo iniziava a vacillare, che il tipo di regime descritto da Orwell in 1984 certamente sarebbe apparso in Occidente. Egli ammoniva “i vincitori” della Guerra Fredda che avrebbero inevitabilmente somigliato "ai loro oppositori sconfitti molto più di quanto ognuno di noi è disposto ad ammettere o a immaginare oggi”.

Per Havel, il problema principale che gli si poneva davanti “riguardava tutti in egual misura”: riusciremmo a “mettere la moralità sopra la politica e la responsabilità sopra i nostri desideri, arricchendo di significato la comunità umana, restituendo contenuti al dialogo umano, ricostituendo, come centro dell’azione sociale, l’ ”io” autonomo, integrale e riconosciuto nella sua dignità”? Havel vedeva la possibilità di redenzione in una “società civile” politicamente attiva (infatti, egli fece conoscere questo termine oggi usato comunemente). Il “potere dei senza potere”, sosteneva, risiede nella loro capacità di organizzarsi e resistere “al peso irrazionale del potere anonimo, impersonale e inumano”.

La resistenza attiva è necessaria perché è l’indifferenza morale e politica dei cittadini demoralizzati che cercano solo il proprio benessere individuale,che porta ad accettare come normalità il potere dispotico. Secondo Havel, la vera via d’uscita dal dispotismo richiede di “vivere nella verità”, che significa “non solo rifiutare ogni partecipazione nel regime della menzogna, ma anche rifiutare ogni falso rifugio nei piccoli piaceri della vita”. Egli insisteva che l’individuo “fosse legato a qualcosa di superiore, e capace di sacrificare qualcosa, in casi estremi anche tutto, della sua vita prospera e banale”. Disprezzando i partitocrati e i professionisti della politica, che egli derideva perché “sollevavano il cittadino da tutte le forme di responsabilità concreta e personale”, Havel sognava delle “comunità informate, non burocratiche, dinamiche e aperte, comprendenti la ‘polis parallela’”. Per lui, la sua comunità di dissident offriva speranza per il future; era un “tipo di prefigurazione rudimentale, un modello simbolico, di quelle strutture politiche ‘post-democratiche’ più significative che potrebbero diventare le fondamenta di una società migliore”.

Pensando alla sua stretta cerchia di emarginati politici in Europa Orientale, Havel invocava “la riabilitazione di valori come la fiducia, l’apertura, la responsabilità, la solidarietà e l’amore” in politica. Egli credeva che “un cambiamento autentico, profondo e duraturo per il meglio.. dovrà derivare dall’esistenza umana, dalla ricostituzione fondamentale della posizione delle persone nel mondo, della loro relazione con se stessi e tra loro”. Tutto questo sembra un po’ “new age”, vago e poco pratico. Ma, molto prima che Havel formulasse il concetto di “potere dei senza potere”, Gandhi e Martin Luther King Jr. avevano mostrato che l’azione cooperativa di individui coscienti di se stessi può essere una forza formidabile. In più, la diagnosi di Havel delle patologie della vita politica ha una speciale risonanza nell’epoca di Trump.

Pankaj Mishra ha scritto diversi libri, tra cui “From the Ruins of Empire” e più di recente, “Age of Anger: A History of the Present.”

14 febbraio 2017