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Carta dei social media

La Web realtà. Suggerimenti per stare online consapevolmente.

“Le parole sono pietre, le parole possono trasformarsi in pallottole, bisogna pesare ogni parola che si dice e far cessare questo vento dell’odio”, Andrea Camilleri

La potenza delle parole

Viviamo in una società in cui ognuno, non importa dove si trovi o quale sia la sua professione, può essere un attore della comunicazione globale. I pensieri nel mondo digitale sono veloci, fatti di poche parole e molte immagini, e possono essere resi pubblici in qualsiasi momento. Non sempre però, dietro all’espressione di queste opinioni risiede una reale consapevolezza della potenza delle parole e delle conseguenze che esse possono avere su altre persone, nella società, nella politica, nell’educazione. La lingua è la caratteristica essenziale che definisce l’essere umano. È una qualità identitaria, che ci permette di stringere relazioni e descrivere il mondo che ci circonda, a maggior ragione in rete, dove la gestualità, l’espressione del volto o il tono della voce non possono aiutarci. Per questo, un conscio uso del linguaggio, che nel caso del Web si forma a partire da quella che chiamiamo educazione civica digitale, è un atto di responsabilità rispetto al nostro ruolo nella comunità.

Cominciare da un’educazione civica digitale

Partendo dal presupposto che virtuale è reale - l’online è uno strumento di azione sociale, culturale, economica e di partecipazione politica nella vita del cittadino tanto quanto lo sono le dichiarazioni e i gesti fatti di persona -, è necessario allargare il concetto classico di educazione civica anche alla sfera digitale. Non quindi attuare una sostituzione del precedente ma una sua integrazione, un aggiornamento, che comprenda la dimensione dell’innovazione tecnologica entrata nella nostra quotidianità.
Le potenzialità comunicative legate all’uso dei social media sono immense, le nuove generazioni più di tutte possono beneficiare della condivisione di idee, della conversazione e del gusto di stimolare la propria curiosità attraverso un mondo interconnesso che pochi decenni fa non sarebbe stato immaginabile. Un’accettazione acritica di tutto ciò che si legge in rete però costituisce un forte rischio per lo “spettatore/attore”, sia per l’eventualità di entrare in contatto con informazioni manipolate, inesatte o infondate, sia per la non rara possibilità di subire o assistere a fenomeni di hate speech, ossia momenti in cui il linguaggio viene usato per veicolare messaggi di odio e discriminazione etnica, religiosa, di genere, di orientamento sessuale e così via.
Le parole chiave di questa operazione educativa, come si legge nel Curriculum sull’educazione civica digitale emanato a gennaio 2018 dal Ministero dell’Istruzione, sono: spirito critico e responsabilità. Nella creazione di uno spirito critico tra i giovani fruitori del Web - e tra i loro genitori, che nella maggior parte dei casi imparano da loro - entra in gioco molto chiaramente il prezioso ruolo della scuola e degli enti che si occupano di educazione e cultura sotto diversi punti di vista. Il loro compito dovrebbe essere quello di diffondere una consapevolezza in materia di diritti umani e una metodologia d’indagine delle fonti che possano fungere da antidoto al “lato oscuro” dei social, fatto di odio, discriminazione, aggressività, razzismo. I docenti inoltre, non solo possono insegnare agli studenti a non considerare il Web un’innocua valvola di sfogo ma una realtà nella quale vigono le stesse regole, e anche le stesse conseguenze, che disciplinano il comportamento umano, ma possono anche dar loro gli strumenti per costruirsi una cultura globale inclusiva e del dialogo, attraverso la conoscenza della Storia, lo studio delle culture, la padronanza della propria lingua e delle lingue straniere, il metodo della conversazione rispettosa e positiva. Affinché questo possa essere possibile, non si può chiaramente prescindere dalla formazione dell’insegnante prima ancora che dello studente; i docenti devono essere formati sulla nuova educazione digitale per poterla trasmettere nelle aule.
Risulta chiaro, in questo senso, il binomio spettatore/attore come punto focale per comprendere il concetto di comportamento etico e coscienzioso nel mondo digitale: se ci si crede solo spettatori, non ci si rende conto del fatto che tutto ciò che mettiamo in rete è indelebile, contribuisce a creare il nostro curriculum online, ossia l’immagine della nostra persona. E soprattutto, ha una ricaduta, positiva o negativa, su chi ci legge, verso cui abbiamo quindi una responsabilità, umana, professionale, prima ancora che da un punto di vista legislativo. Troppo spesso infatti ci si sente nella posizione, sui social e nel Web in generale, di esprimere tutto ciò che si pensa senza troppe riflessioni, a volte anche di scrivere cose che non saremmo pronti a ripetere in un altro contesto. Siamo nello spettro di quello che Marc Prensky chiama cyberstupidity, cioè lo stare in rete senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni.
Per questi motivi è urgente educare i giovani al dialogo, alla responsabilità che nasce dall’essere parte di un mondo globale, all’idea che quando scelgo una parola piuttosto che un’altra non sto solo scomodando una preferenza linguistica, ma sto rappresentando me stesso nella società.

La zona grigia del Web: sorvegliare il dibattito online abitua a farlo in tutti i contesti

Stare online consapevolmente, oggi che siamo tutti potenzialmente produttori di notizie pur non essendo tutti giornalisti professionisti, significa non solo riflettere su ciò che scriviamo e far sì che rispetti i diritti dell’altro, ma anche affrontare eventuali discorsi d’odio senza andare ad alimentare quella che Stefano Pasta, ricercatore presso il CREMIT, definisce la zona grigia del Web, ovvero il quadro in cui non si interviene, non si segnala, ci si limita a osservare.
Ricerche recenti ci mostrano infatti come soprattutto i ragazzi riconoscono l’hate speech ma non agiscono, poiché non pensano di doverlo fare. Il compito di sorvegliare il discorso dell’odio e di contrastarlo, invece, non spetterebbe unicamente al governo o a una cyber polizia - come si legge nel Manuale per combattere i discorsi d’odio online attraverso l’educazione ai diritti umani del No Hate Speech Movement del Consiglio d’Europa -, ma dovrebbe comprendere anche le azioni che ogni utente concretamente può fare, diventando soccorritore di fronte al discorso d’odio.
Tra queste, c’è il rispondere proponendo un esempio alternativo al linguaggio violento, una contro-narrazione positiva, con il linguaggio dei diritti umani; il cercare di sfatare un pregiudizio o un’informazione scorretta che può colpire un gruppo o una singola persona; il segnalare un abuso qualora si verifichi; il fare presente alla persona che ha subito il sopruso quali sono le sue tutele. Se si è vittima di hate speech o se si è testimoni dello stesso, inoltre, raccontare l’accaduto su blog o social - non in modo astioso ma proponendo un’alternativa di bene - può essere d’aiuto ad altre vittime, e può sensibilizzare chi ha usato linguaggio d’odio a comprendere l’impatto dei pensieri che esprime, perché anche prendersi cura dell’odiatore è importante.
Accanto al contenuto, è fondamentale vigilare poi sulla forma con la quale ci si esprime nel Web. Troppo spesso infatti, leggiamo sui social network affermazioni che suonano più come sentenze e verità esclusive, che più che discutere sembrano voler convincere. È l’atteggiamento dialogante fondato sul dubbio, invece, quello che davvero può far fruttare le potenzialità comunicative del Web in un modo costruttivo, rendendolo un luogo di confronto positivo dal quale si possono imparare buone pratiche da replicare anche nelle altre sfere che compongono la propria vita. I comportamenti virtuosi in rete sono quindi molti e sono sempre in evoluzione come il mondo online stesso; ciò che conta è partire dal presupposto che il Web non è uno schermo che osserviamo passivamente, ma una stimolante realtà in cui abbiamo diritti, doveri e potenzialità.
Al di là delle società che si occupano di Web, l’ambito della responsabilità nel mondo digitale non comprende solo gli utenti digitali comuni ma anche i professionisti dell’informazione, del mondo del giornalismo, il cui canale di comunicazione principale è ormai diventato quello online. Un aspetto non sempre scontato in questo ambiente è che comunicare tramite Web e social network non significa necessariamente poter essere più “superficiali” o semplificare; vuol dire poter essere più veloci e brevi certamente, ma sempre mantenendosi rispettosi del contenuto che si sta diffondendo. Soprattutto quando si sta parlando di tematiche sensibili infatti, tra le quali attualmente potremmo inserire le migrazioni e i razzismi, riassumere concetti complessi con frasi d’effetto, che non sono esaustive della tematica affrontata o addirittura evocano dei luoghi comuni per strappare una condivisione in più, può essere molto rischioso.
Non è possibile stabilire infatti che via prenderà quel determinato contenuto, quanto verrà ripreso o dove, quindi è fondamentale non cadere nella sottovalutazione del suo potere comunicativo. Un esempio su tutti è stata la narrazione sull’«invasione» dei migranti, che risuona in Europa da più di cinque anni: dati alla mano sappiamo che non si è trattato e non si tratta di una tale mole di persone da giustificare l’uso di questo termine - tralasciando per un attimo l’aspetto etico dello stesso - ma questo è ciò che in moltissimi hanno percepito, e a cui alcuni mezzi d’informazione hanno in qualche modo contribuito.
La disinformazione e le fake news sono un problema sempre esistito, ciò che è cambiato è che ora la comunicazione digitale ne permette la diffusione in modo molto più veloce e soprattutto “targettizzato”. Le informazioni colpiscono infatti gruppi di persone e mercati specifici. Basti pensare alla bufera scoppiata sull’elezione di Donald Trump, che sarebbe stata facilitata da una campagna social ingannevole e denigratoria volta a suscitare in migliaia di potenziali elettori emozioni negative nei confronti della sua rivale, Hillary Clinton. Oggi più che mai, quindi, i professionisti dell’informazione devono custodire la verità sostanziale dei fatti - che non si propone certo di essere una verità assoluta, ma di difendere il diritto della persona a un’informazione fondata, non condizionata da interessi di altra natura, espressa in una forma di dialogo e non d’imposizione.

L’illusione di saperne

Umberto Eco, già indagatore della cultura di massa, sul tema dei social network affermò provocatoriamente: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Questa visione estrema del mondo dei social network apre la strada a una riflessione: il messaggio scritto online è tendenzialmente incancellabile e viene letto da un pubblico vastissimo che non è possibile controllare o quantificare. Questo, insieme all’enorme disponibilità di informazioni a cui il Web ci sottopone, rende più forte l’illusione di avere e poter ostentare autorevolezza anche su temi o in ambienti che in realtà non si conoscono. Si possono innescare così discussioni infinite, fake news e anche meccanismi di linguaggio d’odio, proprio perché si tende a non riconoscere chi esprime un parare competente e fondato su un certo tema e chi no. Il rovescio della medaglia poi, è che gli interlocutori che sono invece nella posizione di essere autorevoli nell’esprimere la propria visione su un determinato topic, o che hanno un pubblico molto vasto, devono di conseguenza porre ancora più attenzione a quello che mettono in rete, poiché non solo le persone che ripongono fiducia in ciò che dicono potrebbero prenderli a modello, ma il loro parere, tra i tanti “non competenti”, risuonerà più forte. Dall’autorevolezza nasce quindi una responsabilità ancora maggiore, amplificata dal pubblico potenzialmente infinito del Web.

Quanta democrazia c’è nel linguaggio della rete?

La democrazia digitale, ovvero l'esercizio della stessa con l'ausilio di mezzi digitali nella comunicazione e nella partecipazione politica, raccoglie ormai da diversi anni le aspettative di molti, che vedono in essa la possibilità di sopperire alle mancanze e alle crisi delle democrazie mondiali. È proprio sul conflitto delle idee e sulla possibilità di ognuno di esprimere la propria opinione infatti, che si fonda la democrazia, che sembrerebbe quindi aver trovato la sua massima espressione nel mondo online.
Tuttavia, seppure è indubbio che l’interazione in rete è democratica e non censurabile, ad oggi possiamo dire che si è dimostrato molto sottile il confine tra l’esprimersi liberamente e l’usare il Web per annichilire ogni altra visione a discapito della propria. La democrazia digitale arriva fino a dove non si ledono i diritti dell’altro, che deve essere tutelato dal non subire l’imposizione di un’idea o dalla ricezione di notizie false e narrazioni prestabilite. In questo scenario, vediamo spesso il verificarsi di un discorso d’odio scagliato contro un soggetto non tanto perché quello che esprime non piace ma perché è lui a non piacere, per il suo gruppo di appartenenza, per il suo colore della pelle, per il suo status sociale, per le sue idee politiche a prescindere: “Non è quello che pensi il problema, il problema sei tu”.
Anche nel modo di fare politica, per l’appunto, il Web è entrato pesantemente. I tweet hanno sostituito i discorsi di piazza, li hanno resi molto più immediati, hanno dato loro una via più sottile e giocosa per arrivare diretti alle persone. Ancora una volta, questo può facilitare la partecipazione nella politica di tutti i soggetti della società civile, ma anche rendere semplice la vita di quei politici senza scrupoli che producono o cavalcano ondate di veleno per favorire i propri interessi a qualsiasi costo; che usano parole che sembrano risuonare da ideologie ben precise fingendo al contempo che fascismi e totalitarismi non esistano più: “È solo un’analisi della realtà, non è una questione d’ideologia”, si sente spesso dire.
“Un impegno formale di uso responsabile dei media, in primis da parte dei membri del governo, sarebbe un piccolo passo avanti nella costruzione di una sfera pubblica più civile, sana e produttiva”, si legge in un appello ai parlamentari e al Governo lanciato a settembre 2019, tra gli altri, anche da Pier Cesare Rivoltella, Direttore del CREMIT, Pier Giuseppe Rossi, Presidente SIREM e Andrea Garavaglia, docente presso l’Università degli Studi di Milano. Un politico non può prescindere da un uso consapevole del linguaggio, non può scadere nel trivialismo e nella volgarità, in particolare se questi ultimi diventano lo strumento per “mescolarsi” al popolo e convincerlo dell’esistenza di nuove verità più oneste: quelle che fanno leva sull’emotività di ogni persona a discapito della sua ragione.

L’emotività buona delle storie di bene: la bellezza contagiosa

La tutela della persona umana, di fronte al dilagare di linguaggi d’odio e intolleranza, trova quindi i suoi migliori alleati nell’informazione etica, nell’educazione e nell’efficacia degli esempi positivi. Ed è in quest’ultimo frangente, in particolare, che si inseriscono le storie dei Giusti, poiché, attraverso l’emotività positiva che ci trasmettono, ci insegnano che la scelta individuale di agire ha un valore inestimabile. I Giusti sono dei bravi maestri. Per questo, condividere sul Web il loro esempio virtuoso, farsi ambasciatori dei loro coraggiosi gesti di bene, di un bene contagioso, può non solo aiutare la prevenzione del discorso d’odio, ma anche collaborare al rafforzamento di un comportamento democratico online e nella propria sfera personale.
Non bisogna perciò essere degli specialisti della rete per portare online un contributo positivo e un linguaggio alternativo a quello dell’odio: ogni individuo può fare la differenza. L’uso consapevole della lingua e del lessico, infine, non ha perso d’importanza nel mondo digitalizzato ma ne ha assunta esponenzialmente. La comunicazione digitale è diventata il nostro modo primario di esprimerci; da questo, nasce il dovere di imparare a farlo responsabilmente.

Per favorire lo sviluppo di una consapevolezza personale dello stare in rete civilmente, Gariwo propone l’allegato alla Carta della responsabilità 2017, sul tema dei social media e del Web. Ci impegniamo a far nostri alcuni comportamenti etici e atteggiamenti dialoganti.

  • Considera che quello che scrivi sui social network e nel Web ha un grande effetto nella società: può migliorare i comportamenti delle persone e avvicinarle, oppure generare odio, alimentare la cultura del nemico, esasperare conflitti e innalzare muri. Le discussioni fatte sui social network non rappresentano un mondo a parte, ma lasciano delle tracce profonde nelle nostre relazioni, nella politica, nella vita quotidiana, oltre a delineare la nostra immagine pubblica.
    Chi usa un linguaggio d’odio, o viene influenzato da cattivi maestri, instillerà nella società dei comportamenti negativi, che si riprodurranno in diversi ambiti della realtà.
  • Quando hai un’opinione o un giudizio da esprimere, non pensare di avere la verità in tasca, né che chi la pensa diversamente da te sia nel torto o malvagio. Esprimiti sempre con garbo, non cadendo nella logica dell’insulto e dell’invettiva personale. Pensa sempre alla bellezza di un confronto tra amici, dove ognuno si può arricchire dal dialogo con l’altro.
    Devi immaginare che il Web può diventare, con il tuo contributo personale, un luogo formidabile per educare a condividere il proprio destino comune, avvicinare persone con culture e religioni diverse, superare le contrapposizioni suscitate da nazionalismi e fanatismi. Attraverso la rete si può apprendere il piacere di fare parte di un mondo condiviso, senza barriere, contribuendo così all’educazione a uno spirito democratico e al gusto del dialogo. La democrazia non è infatti un contenitore astratto: per funzionare ha bisogno di uomini educati all’esercizio di un confronto rispettoso dell’altro.
  • Non assumere un atteggiamento passivo quando osservi che sul Web qualcuno attacca gli altri, semina il disprezzo, l’odio razziale, l’antisemitismo, o lancia delle crociate creando nemici immaginari. Come accade nei rapporti tra le persone in carne ed ossa, puoi con il tuo intervento essere soccorritore di fronte al discorso d’odio in rete. Puoi cercare di educare con uno spirito aperto e benevolo chi non capisce il gusto della conversazione e si lascia andare a un linguaggio ostile.
    Se rimarrai in silenzio lascerai spazio agli odiatori, che cercano di incattivire il dibattito online e fare dei social network un luogo di trasmissione della cultura del nemico. Sappi che anche l’azione del singolo può diventare un argine e una sentinella nei confronti del male.
  • Quando esponi il tuo pensiero online, devi partire dalla consapevolezza delle tue conoscenze e, se ti rendi conto di non essere competente su un determinato argomento, puoi scegliere di assumere un atteggiamento aperto e costruttivo o, talvolta, anche di non esprimerti, per non rischiare di diffondere informazioni scorrette. Se invece sei un soggetto autorevole in materia, o hai un pubblico molto vasto, sii cosciente di avere una grande responsabilità rispetto a quello che immetti in rete.
  • In ogni momento puoi porre le basi per arrestare il flusso delle fake news che circolano nella rete e che sono prodotte con grande dispendio di mezzi da Stati, società, e anche uomini politici, che le usano per condizionare l’opinione pubblica. Puoi iniziare evitando di condividere o segnalando quei messaggi che ti appaiono sospetti. Devi sapere che coloro che usano certi mezzi non si presentano mai con una riflessione approfondita, con il supporto di una ricerca, ma cercano di creare sconcerto e attaccano ad arte delle persone per suscitare in noi una reazione immediata di rabbia e rifiuto. Sono dei professionisti nel far leva sull’emotività delle persone piuttosto che sulla loro ragione.
  • Il Web è democratico se è un luogo di scambio di idee, di partecipazione sociale e politica, non se viene usato dai politici come sostituto delle istituzioni democratiche o per annichilire ogni altra visione a discapito della propria. Come individuo e cittadino della rete, puoi imparare ad osservare con attenzione le affermazioni di coloro che sfruttano la semplificazione di concetti e avvenimenti sfaccettati per convincerti che esista un unico punto di vista credibile, e preferire invece chi usa un linguaggio concreto e aperto, mai impositorio.
  • Una caratteristica del bene è quella di essere contagioso. Se in rete sarai capace di contagiare gli altri con il tuo atteggiamento dialogante e con la bellezza degli esempi positivi, come quelli delle storie dei Giusti, allora starai contrastando il lato oscuro del Web. Raccontare di chi fa del bene, di chi aiuta, di chi si assume una responsabilità, è il modo migliore per superare i pregiudizi e le generalizzazioni. Diffondere la storia di un Giusto che si batte per promuovere il dialogo interreligioso, che lotta per un’integrazione positiva e reale, per un’apertura agli altri, per smentire falsi pregiudizi, è una chiave per respingere gli stereotipi razzisti che dipingono le minoranze come nostre nemiche. Chi odia in rete soffia sulla paura e sugli istinti peggiori. Attraverso la società digitale, hai la possibilità di emozionare mostrando l’umanità di ogni persona indipendentemente dalla sua origine, dalla sua religione, e dalle sue idee.
    Puoi, con il tuo esempio, essere l’artefice di una catena del bene che unisca le persone migliori sul Web, creando così una rete che isoli gli odiatori e che diventi uno stimolo per la convivenza civile nella società.

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