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Artico: la rotta del Nord, perforazioni e global warming

occhi puntati su 90 miliardi di barili di petrolio

Siamo entrati nell’inverno artico 2020. Ma il mare di Laptev, una sezione del Mar Glaciale Artico che si trova a Nord della Siberia, non si sta ghiacciando come dovrebbe in questo periodo dell’anno. Secondo il quotidiano inglese The Guardian, è la prima volta (da quando si tiene traccia della formazione di ghiaccio nella zona) che la banchisa stagionale del mare in quest’area non comincia a gelare tra ottobre e novembre. Già all’inizio dell’estate i ghiacci hanno iniziato a sciogliersi prematuramente e in minor tempo rispetto agli anni precedenti. Il ritardo nella formazione del ghiaccio nel mare di Laptev è stato attribuito al protratto periodo di temperature relativamente “miti” in Siberia; i ricercatori hanno inoltre rilevato un maggiore afflusso di correnti calde dall’oceano Atlantico, che ha influito nel mantenere le acque della zona meno fredde del solito.

Estate senza ghiaccio al Polo

Nel giugno scorso nella città siberiana di Verkhoyansk sono state raggiunte massime di 38° Celsius, mai registrate prima. La temperatura più alta in ampie zone della Siberia ha causato incendi boschivi (anche se meno estesi rispetto agli incendi del 2019), la proliferazione di parassiti e una larga perdita di permafrost, la parte di suolo perennemente ghiacciata.

Zachary Labe, ricercatore presso la Colorado State University, ha dichiarato che “questo fatto non ha precedenti nella regione artica siberiana e rientra tra gli impatti del cambiamento climatico”. Mentre Walt Meier, direttore di ricerca presso il National Snow and Ice Data Center (Usa) spiega che gran parte del vecchio ghiaccio nell'Artico sta ora scomparendo. Rispetto agli anni ‘80, lo spessore medio del ghiaccio è molto più sottile. Secondo Meier è probabile che questa tendenza possa continuare, fino a quando l’Artico non avrà la sua prima estate senza ghiaccio e questo, secondo i modelli, potrebbe accadere tra il 2030 e il 2050. “È una questione di quando, non di se”, afferma il ricercatore.

Effetto Albedo e calotta polare 

Due anni dopo i primi “venerdì” di protesta di Greta Thunberg davanti alla sede del Parlamento svedese, e gli eventi che ne sono seguiti a livello globale, il timore degli esperti è che la formazione ritardata del ghiaccio possa contribuire ad accelerare la riduzione della calotta glaciale; e una calotta di ghiaccio più piccola significa un effetto albedo ridotto. L’albedo è la frazione di luce (radiazioni solari) riflessa in tutte le direzioni (in pratica, il potere riflettente di una superficie). Man mano che diminuisce l'area bianca e luminosa dei ghiacci in grado di riflettere molto bene la luce solare, si estende l’area (più scura) delle superficie terrestre che “trattiene” una parte della luce del Sole, con conseguente aumento del riscaldamento del pianeta.

La Northen Sea Route (NSR)

Non c’è solo il ghiaccio assente nel Mare di Laptev in questo autunno 2020. Secondo alcuni ricercatori, ottobre è stato il quarto mese consecutivo con condizioni di assenza di ghiaccio o quasi lungo l’intera rotta artica che contorna la Russia settentrionale: dalla Lapponia e il Mare di Barents fino - andando verso Est - allo Stretto di Bering che separa la Russia dall’Alaska. Insomma, i ghiacci sottili della calotta polare rendono sempre più facile e sicuro il passaggio marittimo della cosiddetta Northern Sea Route (NSR o Rotta del Mare del Nord). Tra i principali porti dell’Europa Occidentale e quelli dell’Asia Orientale si aprono nuove e più veloci rotte commerciali. A tutto vantaggio delle gigantesche navi cargo e cisterna cariche innanzitutto di gas, petrolio e merci secche. La NSR è una via marittima che bordeggia buona parte della costa artica russa e consente di ridurre la distanza fino al 40% rispetto alla rotta del Canale di Suez. Alcuni studiosi prevedono che il traffico navale tra Europa e Asia Orientale crescerà tra il 100 e il 500% entro il 2025.

Senza l'ausilio della nave rompighiaccio

Un segno che qualcosa stava cambiando è stato tracciato tra luglio e agosto 2017, quando una gigantesca nave cisterna - la Christophe de Margerie - della società pubblica russa SovComFlot, ha attraversato l’Artico carica di gas liquefatto e senza l’ausilio di una rompighiaccio che le aprisse la strada. Un viaggio riuscito e simbolico da Hammerfest, in Norvegia, al porto di Boryeong, in Corea del Sud, durato “soltanto” 22 giorni di navigazione. Con un risparmio di 240 ore rispetto alla rotta tradizionale (Gibilterra, Mar Mediterraneo, Canale di Suez, Golfo di Aden, Oceano Pacifico).

Il nuovo Artico

Secondo Mark Serreze, direttore del National Snow and Data Center (Usa), abbiamo cambiato scenario e siamo entrati in quello che lui chiama il “Nuovo Artico”. “Questo Nuovo Artico sarà un luogo diverso da quello che conoscevamo, percorso da esploratori ultra-sponsorizzati o silenziosi sottomarini nucleari”, afferma Serreze. “Sarà più accessibile”. Secondo il diritto internazionale, i cinque paesi che si affacciano sull’Oceano Artico (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Russia e Danimarca, tramite la Groenlandia) beneficiano della sovranità sulle risorse naturali in una zona economica esclusiva di 200 miglia nautiche (370 km) di distanza dalla costa. Le acque al di là dei questo limite sono considerate come "alto mare", cioè acque internazionali, dove le risorse naturali sono

patrimonio dell’umanità.

Cercare 90 miliardi di barili di petrolio?

Nell’intero Oceano Artico i giacimenti scoperti finora sono una trentina, e le riserve sarebbero simili a quelle dell’Arabia Saudita. Più in generale, secondo le stime degli esperti, le riserve di petrolio “accertate” a Nord del Circolo Polare Artico (latitudine 66° 33′ 44″ Nord) sarebbero di 90 miliardi di barili. Vuol dire circa il 13% delle riserve globali. Per quanto riguarda, il gas naturale, poi, il totale sarebbe di 47 miliardi di metri cubi: il 30% del totale mondiale. Il problema è che se i paesi che affacciano sull’Artico (e non solo) dovessero decidere di sfruttarle, la battaglia contro i cambiamenti climatici sarà perduta.

Intreccio tra global warming e geopolitica

Aggiunge Mark Serreze: “Gli impatti geopolitici ed economici del Nuovo Artico sono enormi, con l’apertura delle rotte di navigazione e l’accessibilità delle risorse artiche, in particolare petrolio e gas naturale. L’Artico è un luogo dove il cambiamento climatico e la geopolitica si sono intrecciati intimamente”. Intanto le associazioni ambientaliste norvegesi cercano di fermare le perforazioni nel Nord del pianeta. La Corte suprema di Oslo (massimo organo giudiziario del regno), ha accolto il ricorso contro i permessi di perforazioni petrolifere nell'Artico, specie nel Mare di Barents, che erano stati concessi dal governo nel 2016. La questione è ampiamente discussa nel paese scandinavo che regge la propria economia sugli idrocarburi. La Norvegia è il principale produttore di gas e petrolio dell’Europa Occidentale, ed è il terzo paese per l’esportazione di gas naturale dopo Russia e Qatar. La sentenza, secondo i media norvegesi e internazionali, dovrebbe arrivare tra fine dicembre e gennaio 2021.

Sono trascorsi cinque anni dall’accordo siglato a Parigi da 195 paesi. L’impegno era di mantenere l’aumento della temperatura del pianeta entro i 2 gradi. Dopo quella “storica” firma, sono ancora molte le questioni aperte.

Antonio Barbangelo, giornalista

27 novembre 2020

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