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Le foreste iniziano a emettere più CO2 che ossigeno

taglio di alberi e incendi trasformano le foreste in emettitori netti di anidride carbonica

Immagine di un incendio in Amazzonia

Immagine di un incendio in Amazzonia

Uno studio pubblicato a gennaio 2021 su ‘Nature Climate Change’, analizzato il periodo 2001 – 2019. 

Tra il 2001 e il 2019 le foreste della Terra hanno emesso ogni anno circa 8,1 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (8.100 Gt) e ne hanno assorbito in media 16 miliardi di tonnellate (16.000 Gt). E’ uno dei numerosi dati emersi da un’analisi pubblicata nel gennaio scorso sulla rivista Nature Climate Change’ alla quale hanno lavorato ricercatori provenienti da diverse università e centri di ricerca statunitensi, tra i quali il World Resources Insititute, il Nasa Jet Propulsion Lab, il Woodwell Climate Research Center e l’Università del Maryland (con dati provenienti da misurazioni fatte a livello del suolo e da rilevazioni satellitari). Questi numeri esprimono un bilancio per il nostro pianeta ampiamente in positivo, perché in circa 20 anni le foreste hanno assorbito una quantità di anidride carbonica (CO2) doppia rispetto a quella emessa.

Tutto bene allora? No.

Osservati in dettaglio, i risultati della ricerca ci dicono che l’efficienza delle foreste come fondamentali carbon sink (serbatoi e dispersori di CO2) nel pianeta è messa a dura prova da una gestione spesso non sostenibile, dalla deforestazione che non si ferma e dagli incendi dolosi. E, paradossalmente, le foreste potrebbero trasformarsi presto in emettitori netti di carbonio. L’anidride carbonica immagazzinata, infatti, viene reimmessa nell’atmosfera in grandi quantità quando gli alberi muoiono, vengono abbattuti o tagliati per produrre legname. L’abbattimento di una parte di una foresta antica rilascia nell’atmosfera carbonio accumulato in secoli di esistenza.

Le maggiori foreste tropicali della Terra a confronto

Lo studio presentato su Nature Climate Change’ ha osservato il contributo allo stoccaggio di CO2 nelle tre maggiori foreste tropicali esistenti, in assoluto gli ecosistemi più importanti per mitigare il climate change. Queste sono localizzate in Amazzonia, nel bacino del fiume Congo e nel Sud Est asiatico. Delle tre, solo l’area africana resta ancora un carbon sink di proporzioni importanti. Un vasto territorio che assorbe 600 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (600 Gt), al netto delle sue emissioni. In pratica, sequestra dall’atmosfera una quantità di gas pari a 1/3 della CO2 prodotta dagli Stati Uniti ogni anno. Negli ultimi 20 anni, invece, il taglio degli alberi per far posto alle piantagioni (come caucciù e palma da olio) e gli incendi incontrollati hanno trasformato le foreste del Sud Est asiatico in emettitori netti di anidride carbonica: ogni anno rilasciano in media 490 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera.

In Amazzonia l’esempio virtuoso delle aree protette

Nella terza area considerata, la foresta dell’Amazzonia, il bilancio è quasi neutrale: riesce ad assorbire “soltanto” 100 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Nell’America Meridionale la deforestazione ha subìto un notevole incremento negli ultimi quattro anni; qui gli alberi vengono abbattuti soprattutto per far posto alla soia, al bestiame e all’industria estrattiva. La ricerca rivela, inoltre, che il 27% della capacità di carbon sinking delle foreste mondiali dipende dalle aree protette. Un esempio su tutti è quello del Brasile, dove emerge il contrasto netto tra la capacità di assorbire carbonio nella riserva protetta di Menkragnotí (stato del Parà, circa 5 milioni di ettari gestiti da comunità indigene) e le zone circostanti. Le foreste nella riserva assorbono circa 10 milioni di tonnellate di CO2 in piùrispetto a quelle che emettono; mentre il territorio tutto intorno a Menkragnotí è diventato una fonte netta di carbonio.

Deforestazione, CO2 e gas serra

L’anidride carbonica è responsabile per circa il 15% sull’effetto serra e il conseguente riscaldamento del clima; la CO2 agisce sul fenomeno insieme ad altri elementi come il vapore acqueo (H2O), il protossido di azoto (N2O), il metano (CH4) e l’esafluoruro di zolfo (SF6), che sono gas di origine sia naturale che antropica. A questi gas serra se ne aggiungono altri rilasciati in atmosfera esclusivamente dall’uomo, come gli alocarburi, tra i quali ci sono i clorofluorocarburi (CFC), quelli contenuti nelle bombolette aerosol, così prodotte in Europa fino allo stop del 1989. Senza l’intervento dell’uomo, la quantità di CO2 rimane in equilibrio in ogni ecosistema, con leggere variazioni di concentrazione stagionali dovute alla fotosintesi delle piante. Il degrado delle foreste, e la riduzione della loro estensione territoriale, contribuiscono a incrementare le emissioni di CO2 di origine antropica. Secondo i dati della FAO, dal 2015 al 2020 si è registrato un livello di deforestazione nel pianeta pari a 10 milioni di ettari l’anno (un’estensione pari a tutta l’Italia del Nord); il ‘Living Forest Report’ del WWF, invece, parla di 13 milioni di ettari all’anno. Il che significa una forte riduzione della capacità di assorbimento naturale del carbonio presente in atmosfera (natural carbon sink), a fronte delle accresciute emissioni legate alle attività di tutti noi, abitanti del Pianeta Blu.

Effetto spillover

La distruzione degli ecosistemi, in particolare quelli forestali, i più complessi e ricchi di biodiversità, potrebbe essere una delle cause della comparsa di nuovi virus patogeni per l’uomo, prima circolanti solo in alcune specie animali. E’ il fenomeno, divenuto ormai noto, conosciuto come “spillover” (salto di specie). ‘Spillover’ è titolo di un libro del giornalista scientifico americano David Quammen(pubblicato in Usa nel 2012, in Italia nel 2014 da Adelphi Edizioni), scritto in sei anni, durante i quali l’autore ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi. Quamman ha intervistato decine di medici, virologi e sopravvissuti per cercare di capire come funzionano le malattie umane che hanno origine dagli animali (chiamate zoonosi) e come sia possibile evitarle. Molti ricercatori nel mondo stanno oggi studiando questo fenomeno che potrebbe essere il punto di partenza del contagio di SarsCov2. “La pandemia ci ricorda tutte le minacce ambientali che ci affliggono, l’urgente necessità di collaborare e le difficoltà di ottenere tale collaborazione in ogni singolo paese e globalmente”, ha recentemente affermato l’economista e saggista statunitense Jeffrey D. Sachs, presidente di United Nations Sustainable Development Solutions Network. “Dobbiamo lavorare per il benessere piuttosto che per la ricchezza, che sarà precaria se non miglioriamo il nostro modo di gestire la sfida dello sviluppo sostenibile”.

Informazione: eclisse sui temi ambientali

Il paradosso è che – nell’ambito dell’informazione - la pandemia ha messo parzialmente in ombra proprio i temi ambientali. Come emerge dall’ultimo Rapporto Eco-Media intitolato “L’informazione ambientale in Italia”, presentato nel dicembre scorso dall’Osservatorio Sostenibilità e Ambiente. Il report spiega che “nel 2020 la pandemia, travolgendo il pianeta, ha concentrato su di sé l’attenzione di tutti i media riscrivendo le priorità dell'agenda globale e rallentando la promozione dello sviluppo sostenibile”. In un arco di quattro mesi, l'indagine ha selezionato dieci parole chiave (o keyword) e ne ha analizzato la ricorrenza all'interno di telegiornali, testate web e social network. Risultato? La pandemia ha influenzato tutti i servizi: dalla politica alla cultura, dall'economia allo sport.

L’ambiente, tema centrale nel prossimo G20

L’ambiente sarà uno dei temi cardine nell’agenda del “G20”, che si terrà a Roma il 30 e 31 ottobre. Mentre a Milano, dal 30 settembre al 2 ottobre, si svolgerà la “PreCop26”, che precederà la Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (“Cop26”), prevista nel Regno Unito, a Glasgow, dall’1 al 12 novembre. Dopo il quasi fallimento della “Cop25” tenutasi nel 2019 a Madrid, vedremo in quale misura i grandi della Terra raccoglieranno gli inquietanti segnali provenienti dal pianeta. 

Antonio Barbangelo, giornalista

22 marzo 2021

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