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La battaglia culturale contro il terrorismo

gli interventi di Olivier Roy, Alberto Negri, Hamadi ben Abdesslem e Hafez Haidar

Alberto Negri, Hafez Haidar, Gabriele Nissim, Hamadi ben Abdesslem e Olivier Roy

Alberto Negri, Hafez Haidar, Gabriele Nissim, Hamadi ben Abdesslem e Olivier Roy

Dopo il primo dibattito sulla prevenzione dei genocidi, il secondo incontro del ciclo “La crisi dell’Europa e i Giusti del nostro tempo” si è concentrato sulla valorizzazione delle azioni degli arabi musulmani esempi di dialogo e di convivenza contro il fondamentalismo e sul tema del terrorismo islamico come paradigma ideologico che, affascinando schiere di immigrati di seconda generazione, ha originato il fenomeno dei foreign fighters.
Nel box approfondimenti gli interventi integrali

Ad aprile il dibattito il politologo francese Olivier Roy, uno dei maggiori esperti del nuovo jihadismo europeo - a cui ha appena dedicato il libro Le djihad et la mort (ed. Seuil).

“Il fenomeno del terrorismo - spiega Roy - non è di certo recente: è infatti dalla fine del XIX secolo che è diventato una modalità di azione politica. Ciò che è nuovo, o sembra nuovo, nel terrorismo islamico odierno è la sua dimensione suicida”.
Per capire chi sono i nuovi jihadisti europei, Roy ha analizzato l’area della Francia e del Belgio dal 1995 al 2016 e ha identificato circa 140 terroristi. Sui vent’anni analizzati, il profilo di queste persone non è mai cambiato. Chi sono quindi questi jihadisti? Innanzitutto persone appartenenti alla seconda generazione e convertiti. “Un’altra costante - continua Roy - è che il 90% dei terroristi non ha alcuna formazione religiosa e non ha condotto alcuna vita religiosa prima di passare all’azione politica, non ha frequentato alcun tipo di scuola religiosa né si reca costantemente in moschea. Pochi di loro parlano l’arabo e quasi tutti hanno una vita normale, da giovane europeo moderno”.

Quindi cos’è che non va? Cos’è successo? “Ciò che accomuna seconde generazioni e convertiti - spiega Roy - è che in entrambi i casi la religione è una religione che non è stata trasmessa, non deriva da una tradizione culturale. In entrambi i casi si ha quindi un fenomeno di de-culturalizzazione religiosa. Il problema non è l’importazione di una cultura straniera musulmana violenta, il problema è la perdita della cultura di origine. Dunque, secondo me, un elemento fondamentale contro la radicalizzazione è la ri-culturalizzazione della religione, il reinserimento della religione in un contesto culturale che certamente è quello europeo”.

Per comprendere il quadro geopolitico in cui si è sviluppato il fondamentalismo islamico, invece, l’inviato di guerra de Il Sole 24 Ore Alberto Negri analizza alcune date fondamentali e individua uno schema che sembra ripetersi dal 1979, anno della Rivoluzione islamica in Iran e dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

“È la grande occasione, per gli Stati Uniti e per l’Occidente, di dare un colpo all’impero sovietico. Gli americani dirigevano le operazioni, i sauditi le finanziavano, il Pakistan forniva la piattaforma dei mujaheddin che avrebbero combattuto contro l’Armata Rossa. Il mito del mujaheddin viene creato grazie a noi, all’Occidente, e ai soldi delle monarchie del Golfo”.
Intanto crolla il Muro di Berlino, si dissolve l’Unione Sovietica e si disgrega la Jugoslavia. È proprio allora che compaiono, nel cuore dell’Europa, i primi jihadisti.

E ancora l’11 settembre 2001 - “con un Osama Bin Laden che nel 1989 abitava a Peshawar ed era un alleato oggettivo nostro” -, la guerra in Iraq, fino ad arrivare alla rivoluzione in Siria del 2011. “La rivolta, una legittima rivolta popolare contro un regime duro, anche brutale, quasi subito diventa qualcos’altro, una sorta di guerra per procura del maggior alleato - Assad - dell’Iran. A sparare il colpo di pistola, l’Ambasciatore americano a Damasco Ford, che il 6 luglio 2011 va a passeggiare in mezzo ai ribelli (anti Assad) di Hama. Mai si era visto un ambasciatore americano fare un gesto simile in un Paese ostile e soprattutto del Medio Oriente: i ribelli erano diventati la sua vera scorta. Ci sono quindi i noti finanziatori, c’è il Qatar, c’è l’Arabia Saudita, e il ruolo di piattaforma girevole della guerriglia che allora fu del Pakistan questa volta spetta alla Turchia. Hanno creato un altro Afghanistan, ma questa volta alle porte dell’Europa. Abbiamo scolpito sulla pietra l’idea che noi dovessimo prevalere sugli altri, e anche questa è una forma di religione”.

In questo quadro, è evidente che risulta ancora più importante l’azione degli arabi musulmani esempi di dialogo e convivenza. Tra queste figure, spicca il nome di Hamadi ben Abdesslem, la guida tunisina che ha salvato un gruppo di turisti italiani nell’attacco terroristico al Bardo nel 2015.
“La lotta contro il terrorismo islamico - ricorda Hamadi al pubblico del Teatro Franco Parenti - è prima di tutto una questione di cultura e mentalità. Ogni religione ha la sua storia e ogni sua interpretazione varia a seconda delle proprie convinzioni.

Il più grande errore che si possa commettere contro un popolo è privarlo dal poter distinguere da solo tra il Bene e il Male”.
Hamadi è stato onorato lo scorso luglio al Giardino dei Giusti di Tunisi, e da quel momento è un testimone in prima linea del messaggio dei Giusti. “Accettare, capire, aiutare l’altro, rispettando le sue tradizioni e i suoi costumi è un parte della soluzione per poter vivere insieme. Coabitare e avvicinarsi il più possibile gli uni degli altri è il cammino che Gariwo propone, il cammino dei Giusti. Dio è amore e noi tutti su questo pianeta dobbiamo amarci. Tutte le religioni che ci permettono di vivere di pace e nella misericordia ci aiuteranno a distruggere il terrorismo”.

Dal mondo arabo arriva anche la seconda testimonianza, quella di Hafez Haidar, candidato al Premio Nobel per la Pace 2016, da sempre impegnato nella costruzione di un ponte di dialogo tra le sponde del Mediterraneo.

“Il fondamentalismo nasce dall’odio, dal fanatismo, dall’ira, dall’ignoranza, dagli interessi economici. Genera frutti che germogliano e si ramificano in società degradate, oppresse, arretrate, prive di diritti sociali e civili, chiuse alle novità, alla modernità, alla democrazia e al progresso. Il fondamentalismo prende la sua linfa da società radicate su regimi dittatoriali, dispotici, dove vige la legge della sferza, del taglione, dell’ingiustizia e del dio denaro. Il denaro sporco in Oriente è frutto della corruzione dei potenti ed è macchiato del sangue degli innocenti, dei deboli e dei sottomessi. Il fondamentalismo nei Paesi arabi è cieco e violento, rappresenta il morbo della società moderna, il volto oscuro dell’Islam. Le cause che hanno dato origine al fondamentalismo vanno ricercate nelle condizioni sociali, economiche e politiche della comunità araba”.

Haidar elenca alcuni provvedimenti utili per combattere il terrorismo, come chiudere le fabbriche di armi, cancellare l’analfabetismo, combattere la disoccupazione, punire chi protegge i terroristi e incitare i musulmani a prendere posizioni decise contro questo fenomeno. E conclude: “Spetta ora più che mai ai capi arabi reagire con foga e determinazione contro queste orde barbariche di assassini assetati di fama, che non esitano a versare sangue innocente. Non bisogna cadere nel piano diabolico orchestrato dai fondamentalisti, che mira a creare paura, odio, razzismo e fanatismo religioso tra Oriente e Occidente e che tende a minare le basi della civiltà e della democrazia, oltre che i principi di convivenza tra i popoli.

Tocca al mondo intero e ai musulmani moderati reagire in maniera decisa contro i terroristi, per mettere fine a una pagina nera della storia dell’umanità, senza se e senza ma”.

14 febbraio 2017

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La battaglia culturale contro il terrorismo fondamentalista islamico

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