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Donato Sabia, il campione silenzioso che disse no al doping

Oro a Goteborg 84 e due volte finalista olimpico, pagò il coraggio di non assumere sostanze

A Goteborg lo Scandinavium è una sorta di tempio civile. Per la città della Volvo, quest’arena dal tetto iperbolico rappresenta da decenni il punto d’incontro con il mondo. Qui gli animi tiepidi degli svedesi si sono fatti surriscaldare da grandi concerti dei Led Zeppelin, dei Deep Purple e di Paul McCartney. E qui, nel 1984, un potentino appena ventenne ebbe un appuntamento con la Storia.

Su Repubblica, Enrico Sisti ha definito Donato Sabia un talento “grezzo, tanto grezzo che scelse di restare grezzo”. Se per raffinazione intendiamo lo scendere a compromessi, anche se questi possono portare all’allungamento della propria carriera. Martedì Sabia ha perso la sua battaglia contro il coronavirus, che se l’è portato via a soli 56 anni. Classe 1963, orgogliosamente di Potenza, Donato Sabia è stato uno dei più grandi campioni degli 800 metri italiani: due finali olimpiche (quinto a Los Angeles ’84 e settimo a Seul ’88), il suo nome rimarrà legato a Goteborg, per l’appunto, dove negli Europei indoor del 1984 realizzò quella che resta una delle migliori prestazioni sul doppio giro di pista. Un quasi record, 1’43”88, che oggi lo colloca a pochi centesimi da quello di Marcello Fiasconaro del 1973.

Un grandissimo dello sport italiano, che tuttavia ha chiuso la sua carriera a soli 27 anni. “Aveva dieci anni meno di me ma lo considero un contemporaneo”, racconta a Gariwo Marco Marchei, maratoneta olimpico, giornalista e tra i primi firmatari della Carta dello Sport di Gariwo. “Io e Donato abbiamo fatto insieme le olimpiadi di Los Angeles. Io ero in chiusura di carriera, lui al massimo delle sue potenzialità”. In questi giorni i paragoni con Mennea sono stati molti, forse perché “entrambi erano schivi, abituati a lavorare molto”, una filosofia basata sul sacrificio “che non può non portare grandi risultati. Donato Sabia era molto elegante e signorile, non solo nel correre ma anche nel suo modo di rapportarsi con gli altri”.

Un tipo “che non le ha mai mandate a dire”, spiega Marchei, “e che nella sua generazione di velocisti e mezzofondisti è stato un leader”. Non appariscente, ma pur sempre uno che si sapeva far sentire. “Oltre a essere il più forte tra i quattrocentisti e gli ottocentisti, era una sorta di sindacalista: si era erto a paladino di un gruppo di atleti che non erano stati presi in considerazione dalla federazione”.

I carichi di lavoro pesantissimi si fecero sentire. A 27 anni Sabia aveva dolori continui e si infortunava spessissimo. Tre di questi furono molto seri. La sua carriera si chiuse troppo presto, con molti rimpianti. E con delle polemiche accesissime. Poco tempo fa, in una intervista al Corriere del Mezzogiorno dichiarò: “Nel 1987 ero in ripresa e arrivai secondo alla Coppa Europa di Praga sotto la guida di Sandro Donati. Poi l'ennesimo infortunio. Mi proposero di ricorrere al doping per continuare la carriera. Rifiutai e denunciai il fatto dopo la conferenza stampa di presentazione della squadra per i mondiali di Roma quando un giornalista chiese al Ct della nazionale che fine avesse fatto Sabia: ‘Si è infortunato, gli abbiamo proposto di aiutarlo, ma non si è fatto aiutare. Ha paura del confronto con il pubblico italiano’. Non finì lì. L'Espresso raccolse la mia denuncia. In realtà avevo detto no al doping, un aiuto a quei tempi quasi istituzionalizzato. E da allora mi chiusero tutte le porte”.

Di quel periodo, il suo allenatore Sandro Donati racconterà: "Anche se non ufficialmente, era stato emarginato dalla squadra perché aveva rifiutato le pratiche del doping, eravamo soli, nessun sostegno economico, nessuna borsa di studio".

Di certo la timidezza non gli ha mai impedito di dire le cose in faccia, anche se scomode. Dopo la fine della carriera agonistica, ritornò a casa, in un periodo in cui Potenza era davvero “profondo sud”, spiega Marchei. “Da lì l’eco è stato sempre più flebile, fosse vissuto in città come Roma e Milano sicuramente l’avremmo sentito molto più spesso”. Gli ultimi anni li ha trascorsi da presidente della sezione lucana della Federazione italiana di atletica leggera, dove ha continuato, anche a livello istituzionale, la sua battaglia contro il doping. Poteva essere il più grande di tutti nell’atletica, è stato grande nelle scelte.

Joshua Evangelista

9 aprile 2020

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