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Giocare per vincere o giocare per vivere?

di Rita Sidoli

La parola SPORT suscita in ciascuno di noi immagini diverse: vittorie e sconfitte, medaglie, coppe e trofei, eroi amati o disprezzati, ricordi delle nostre attività sportive, discussioni e prognostici fra amici. In genere ci si ferma qui. Solo qui? In realtà, l’attività sportiva merita di essere collocata in un orizzonte di valori di cui il mondo attuale ha estremo bisogno. Lo sport può essere pensato come luogo educativo privilegiato e supporto formativo di cui famiglia, scuola e società necessitano.

Due esempi collocati in tempi e luoghi diversi.

Il richiamo al movimento come sintesi di formazione, di espressione emotiva e sociale, di elaborazione dei conflitti è frequente in molti gruppi etnici. Da anni vado a Juba, capitale del Sud Sudan, come volontaria. In questo Paese, il più giovane stato africano, nato nel 2011 ed ancora oggi devastato dalla guerra, un grande vescovo sud sudanese, mons. Paride Taban, durante un suo viaggio in Israele, è ispirato dall’esempio del Villaggio della Pace Nevé Shalom - Wahat al-Salam, “Oasi di pace” in ebraico ed in arabo, citazione da Isaia. Qui convivono Israeliani ebrei e Israeliani palestinesi di religione mussulmana e cristiana.
Tornato in Sud Sudan, un paese ancora oggi devastato dalle guerre interne, il vescovo Taban sogna e realizza un villaggio della pace ‘Kuron Village’, in una zona del Paese dove i riti prematrimoniali prevedono furti di bestiame ai danni delle tribù limitrofe con conseguenti uccisioni reciproche. Nel programma rieducativo, contro questa tradizione che promuove catene di vendette, lo sport e la danza hanno una rilevanza fondamentale.

Un secondo esempio. Le esperienze sportive nel mondo dell’antichità sono numerose. Le civiltà mesopotamiche, la cultura micenea, il mondo latino, per citarne alcune. La più famosa riguarda le Olimpiadi, evento collocato nel cuore del Peloponneso, con scadenza quinquennale. Obiettivo simile a quello già citato: ricostruire relazioni di pace e di rispetto reciproco fra le città greche, spesso in lotta fra di loro. Non a caso ad Olimpia erano presenti templi alle divinità in cui tutti i Greci si riconoscevano, luoghi di cura delle malattie anche grazie alle acque sacre, mentre le attività agonistiche offrivano l’occasione per sublimare le rivalità fra le diverse appartenenze cittadine.
Ad Olimpia lo sport, legato ai riti del divino, della salute, della festa, della politica, della trasmissione dei valori, della conoscenza fra le diverse generazioni diventa messaggio di educazione permanente. Il modello della cultura agonistica greca è un modello educativo ed etico, teso alla gestione dei conflitti mediante l’incontro, grazie alla partecipazione fondata sul principio dell’uguaglianza dei diritti, dei doveri e del merito. Non si avverte un’allusione alla democrazia?

A quale idea di sport fare riferimento oggi?

Lo sport – come viene raccontato in questi due esempi – è luogo di esperienze educative quali l’impegno, la fatica, il riconoscimento dei propri ed altrui diritti, doveri, meriti e limiti, l’accettazione della sconfitta, il senso di solidarietà nel gruppo e l’aiuto reciproco; in sintesi l’attenzione alla persona integrale, nella sua completezza, alla formazione che il passato ci ha tramandato e di cui abbiamo più che mai bisogno nel presente.

Sono consapevole che questa introduzione può suscitare critiche: utopia, intellettualismo, mitologia... Accetto questo rischio di cui riconosco la radice: il timore che il riferimento a temi forti quali la pace e la democrazia rischino di inficiare la rilevanza della fisicità come elemento fondamentale dello sport. Capisco il rischio ma credo che il rinunciare ad ideali forti in ambito sportivo chiederebbe di rinunciare a quanto i due esempi citati in apertura – il villaggio di Kuron e le Olimpiadi – ci suggerivano.

Davvero lo sport è riducibile a ciò che avviene sul campo, sulla pista, in palestra? Davvero esso non è “bios” ossia vita, racconti di eventi e storie di persone che lo vivono e lo tramandano? A questo proposito mi chiedo perché nelle antologie scolastiche non vengano citati episodi sportivi significativi. Eppure la storia è ricca di eventi che meritano di essere conosciuti e tramandati.

Le ricerche confermano che i genitori che praticano o hanno praticato qualche attività sportiva avviano ad essa i propri figli già dai primi anni di vita. La motivazione è solo la ripetizione di una esperienza o c’è qualcosa in più? Nell’esperienza sportiva è presente una “variabile umana” che i genitori – talvolta inconsapevolmente – avvertono? E questa variabile umana può essere identificata come l’incontro felice fra alcuni valori a cui i genitori vogliono educare i propri figli? So che esistono tante esperienze che sembrano contrastare la risposta a questa mia domanda. Il tema sarà ripreso più avanti, nel confronto fra sport e famiglia, quando emergerà come molti genitori necessitino di essere educati in tal senso e verrà posta la domanda non su “che cosa sia lo sport” ma su “come lo sport debba essere vissuto”.

La pedagogia dello sport

Questa seconda ipotesi chiede di pensare l’evento sportivo non solo nel suo accadere qui ed ora, ma come riferimento a quei valori che riconosciamo fondamentali in noi e vogliamo affidare alle nuove generazioni. Qui appare un tema più volte sotteso a quanto detto fino ad ora, il tema della pedagogia dello sport. La pedagogia dello sport – proprio con questo nome – nasce in Germania nella seconda metà del secolo scorso, anche se è possibile coglierne preziose anticipazioni in Platone, Rousseau, Locke, Pestalozzi. Nasce con l’obiettivo di contrastare l’esaltazione dello sport avvenuta durante l’epoca nazista e di ampliare le radici antropologiche – cioè specificamente umane – dell’educazione sportiva, in collaborazione con la ricerca statunitense.

Obiettivo della pedagogia dello sport è l’attenzione all’equilibrio fra le competenze riguardanti le routine fisiche e tecniche dell’atto sportivo in sé e le conoscenze interdisciplinari che fanno riferimento alla formazione umana, al corpo mai scisso dalla mente, alla persona nella sua integralità, inserita in un contesto sociale di cui è membro vitale. La pedagogia dello sport promuove il coinvolgimento delle diverse discipline del cui apporto si arricchisce – dalle scienze biologiche ai valori educativi – ma sa di avere come riferimento fondamentale la persona nella sua umanità: una sfida che consiste nel trovare la giusta mediazione fra conoscenze pratiche ed orientamenti teorici appartenenti al campo delle scienze umane.

Ma è davvero così immediatamente intuibile e realizzabile il collegamento fra sport ed educazione alla pace, all’inclusione sociale (dagli stranieri alle persone disabili), alla democrazia? Le Olimpiadi moderne e più concretamente i campionati di calcio sono occasioni di educazione alla pace ed alla democrazia? Perché il giornalismo descrive con abbondanza di dettagli le violenze sportive mentre sono meno frequenti i racconti di episodi di solidarietà? Credo che il cammino da percorrere sia ancora lungo e che talvolta manchino la consapevolezza e la volontà. Ci si è interrogati come mai i governi totalitari abbiano spesso enfatizzato le attività sportive in senso demagogico, in funzione dell’esaltazione delle categorie di forza e prevaricazione, a favore dei pregiudizi razziali?

Due urgenze

Dalla consapevolezza della centralità pedagogica emergono nell’attualità due urgenze o sfide: l’attenzione alla formazione dei professionisti sportivi e la centralità del sostegno educativo della famiglia “sportiva”.

  1. La formazione dei professionisti – allenatori, tecnici sportivi, esperti delle scienze dello sport, giornalisti e specialisti della comunicazione sociale – è irrinunciabile affinché essi siano consapevoli del loro ruolo educativo e della responsabilità nei confronti delle giovani generazioni. Quando gli atleti vengono valutati solo ed esclusivamente sulle tecniche di allenamento e di gioco, sulle vittorie conseguite senza attenzione all’ideale educativo, lo sport perde il suo valore di bene per l’individuo e la società. In questo caso la stessa figura dell’allenatore è ridotta al ruolo meramente tecnico, nella negazione sia delle competenze specifiche delle scienze dello sport, sia e soprattutto dei valori propri dell’educare. Uguaglianza davanti alle regole, confronto dialogico sulla base di principi comunitariamente accettati, gioco di squadra come impegno, importanza della valutazione condivisa diventano valori irrinunciabili. L’allenatore non ha un compito facile. Da un lato, l’obiettivo finale è la vittoria – del singolo o della squadra – frutto di un processo di apprendimento e sviluppo di competenze apprese grazie allo specifico intervento sportivo. Dall’altro la pressione sociale sulla vittoria rischia di far dimenticare che – in allenamento – ci sono giovani atleti per i quali una pratica che veicola disvalori rischia di essere disumanizzante. L’allenatore, a cui è richiesta una grande competenza comunicativa, è in equilibrio fra l’educare come trasmissione di valori e l’allenare come sviluppo delle capacità individuali degli atleti in formazione, come singoli o membri di una squadra.
  2. La centralità del sostegno educativo alla famiglia. I genitori ricoprono un ruolo rilevante nella promozione sportiva dei figli per carenza o per eccesso. La mancanza di interesse dei genitori incide sul conseguimento del successo sportivo dei figli, ed ancor più sull’apprendimento dei valori educativi ad esso connessi.

Ma anche l’eccesso di coinvolgimento da parte dei genitori ha valenze negative. Un arbitro di partite di pallavolo femminile per adolescenti mi raccontava l’aggressività dei genitori della squadra perdente e come fosse per loro più difficile accettare la sconfitta che non per le atlete stesse. Può la presenza di un allenatore ben preparato sul tema dell’educazione ai valori antropologici diventare mediatore di educazione degli adulti? Spero e mi auguro che ciò possa avvenire in aiuto ad un mondo adulto che è incapace di accettare i limiti della realtà quotidiana.

In coerenza con la consapevolezza della valenza educativa nella pratica sportiva, Gariwo ha deciso di onorare nel Giardino dei Giusti figure di Giusti nello sport, di coloro che hanno saputo vivere l’esperienza sportiva come “palestra” di educazione al rispetto della dignità umana e del rifiuto della violenza ovunque essa si collochi.

GRAZIE ad Emanuele Isidori autore di alcuni libri sul tema Pedagogia e Sport che hanno suscitato in me domande e tentativi di risposte e da cui ho molto imparato.

Rita Sidoli, già professoressa di Pedagogia Speciale, Università Cattolica del sacro Cuore, Milano. Attualmente membro del Comitato Scientifico del CeSI (Centro di Solidarietà Internazionale) UCSC, Milano.

6 luglio 2020

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