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Un maratoneta a fianco della Croce Amica

Marco Marchei racconta la sua esperienza di volontario durante l'emergenza coronavirus

«Ci sentiamo volentieri, ma solo dopo le 14. Fino ad allora sono impegnato con il COC, il Centro Operativo Comunale per prendere le “ordinazioni” per la spesa e i medicinali da portare a domicilio o distribuire pasti caldi». Il messaggio mi arriva dall’ex maratoneta e giornalista sportivo Marco Marchei. L’ho contattato per chiedergli un commento su quella che nel mondo dell’atletica leggera è la notizia del momento: Donato Sabia è morto a causa del coronavirus. Decidiamo di raccontare la sua storia su Gariwo, perché riteniamo che alcune sue scelte coraggiose possano essere fonte d’ispirazione per i giovani che ci leggono. E decidiamo di approfondire la sua figura con Marchei, che con lui ha condiviso anche un’esperienza olimpica, a Los Angeles nell’84. «D’accordo», rispondo a Marco, «ci sentiamo dopo le 14. Ma mi devi anche raccontare qualcosa in più sul tuo impegno come volontario».

Alle 14.15 Marchei mi richiama. «Scusa il ritardo, ma prima di rientrare in casa ho dovuto procedere con il “disinfestarmi”, farmi la doccia e togliere i panni con i quali sono stato all’esterno». Parliamo di Sabia (l’articolo lo trovate a questo link). La sua morte purtroppo ci ha insegnato che «questo virus è estremamente aggressivo e coglie anche persone molto giovani e in forma. Nessuno ci scherzi, vale la pena rimanere a casa». A meno che l'uscire possa contribuire a permettere a molte altre persone di rimanere a casa.

Come sta andando la tua esperienza di volontariato?

«È appena cominciata. Per un po’ sono stato fermo, del resto, cosa vuoi, seppur da poco, sono di fatto un ultra 65enne e quindi dovrei stare ancor più attento e riparato della media degli altri. Il mio impegno con la Croce Amica di Basiglio è precedente all’inizio dell’epidemia, mi occupavo, da semplice autista, di accompagnare un paio di volte alla settimana una bimba disabile a Milano. Poi, ovviamente, questa attività è stata sospesa. A casa fremevo, volevo trovare un modo per poter aiutare».

Cosa fai al Centro operativo comunale?

«Faccio il centralinista con altri due volontari per dirottare i beni di prima necessità a chi ha più bisogno. È un modo per dare una mano ma anche per rimettermi in discussione».

Chi sono beneficiari?

«Gli ultra sessantacinquenni, appunto, e chiunque abbia problemi di salute. Per esempio, stamattina ha chiamato un immuno-depresso piuttosto giovane che aveva bisogno di medicinali. Principalmente, ad ogni modo, si rivolgono al servizio donne oltre i 70 anni che hanno bisogno di fare la spesa. Persone che magari non hanno dimestichezza con whatsapp o con le email ma che hanno bisogno di rifornirsi di alimentari. E quindi ti dettano la lista della spesa al telefono, con tutte le eventualità del caso».

Ad esempio?

«Una signora ha chiamato per ringraziarci dell’utile servizio che facciamo, ma al tempo stesso per tirarci le orecchie. Aveva chiesto, infatti, dei panini morbidi e le è stato consegnato del pane integrale, forse l’unico disponibile in quel momento, che lei considera poco gradito, così come le carote, delle quali gliene è arrivato un chilo e mezzo anziché il mezzo chilo prenotato. Una telefonata così è quasi di routine, perché è quasi fisiologico che tra tante ordinazioni qualcuna venga interpretata male. Ma non è stato facile spiegarlo alla “mia” signora…».

Situazioni “simpatiche”, che tuttavia spiegano perfettamente che la sfida a cambiare le proprie abitudini non è una cosa banale. La tua famiglia come vive il tuo impegno?

«Ho convinto i miei spiegando che si tratta, in fin dei conti, di un impiego d’ufficio. Alla fine si è convinta anche mia figlia, che ha messo da parte i timori che tutti abbiamo. Del resto, in questi momenti viene a tutti la voglia di darsi da fare. Che vuol dire anche impegnarsi cercare sovvenzioni per Croce Amica, che è un’associazione volontaria e nella zona sud di Milano è un punto di riferimento importante. In questo periodo, per intenderci, lavora molto anche con Bergamo e Brescia, raggiungendole quotidianamente con una delle sue ambulanze. Io sono un tipo schivo, piuttosto refrattario, per principio, a chieder soldi, ma stavolta, anche col grande aiuto di mia moglie, abbiamo capito che non possiamo non metterci la faccia. Insomma, quello che faccio non è molto, ma lo faccio perché credo che possa essere utile. Penso sempre a quanto si potrebbe fare se si potesse moltiplicare il mio impegno anche solo per dieci, con altri dieci potenziali volontari…».

I concittadini come reagiscono?

«Apparentemente bene, anche se noto ancora troppa gente in giro. Gente che ha l’aria di bighellonare, che sembra non aver capito che bisogna uscire di casa solo per motivi molto importanti e non per ogni più piccola esigenza. E che anche l’uscita necessaria non va fatta con leggerezza, ma con grande attenzione alle prescrizioni richieste».

Quanto manca la corsa?

«Mi pesa molto dovermene stare inattivo a casa. Mi piacerebbe molto fare qualche sgroppatina nella campagna libera dietro casa, con sentieri assolutamente non frequentati, dove se volessi correre non verrei visto da nessuno. Ma non lo faccio, per una questione di senso civico, che poi in questo caso è semplice correttezza verso gli altri».

Joshua Evangelista

14 aprile 2020

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