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Cecoslovacchia: le proteste per la libertà

dalla Primavera di Praga alla democrazia

Dopo la Seconda guerra mondiale la Cecoslovacchia, come tutto l'Est Europeo occupato dall'Armata Rossa, finì sotto il tallone di Mosca. Il Partito comunista al potere represse duramente ogni forma di dissenso, le organizzazioni religiose, gli scioperi operai e le proteste contadine.
Nel 1968 il tentativo di riforme guidato da Aleksander Dubcek per un "socialismo dal volto umano", fu spezzato dalla reazione violenta dell'Urss, che rispose con l'invasione del Paese e il processo di “normalizzazione”. Finiva l'illusione della “Primavera di Praga".
Solo nel ’76, con le firme alla Dichiarazione di Charta ’77, che richiamava la difesa dei diritti dell'Uomo, riprese vigore un’opposizione organizzata, mentre in Slovacchia si sviluppò maggiormente il movimento di difesa della Chiesa cattolica in nome della libertà religiosa nella seconda metà degli anni Ottanta.
Il 16 e 17 novembre 1989 migliaia di persone scesero in piazza a Bratislava e a Praga dando l'avvio alla “Rivoluzione di Velluto”, che portò al crollo del regime con l'elezione di Vaclav Havel a Presidente della Repubblica.
Il 1 gennaio 1993 la federazione cecoslovacca si divise in modo pacifico: nacquero la Repubblica Céca e la Repubblica Slovacca.


Il dopoguerra
Al termine della Seconda guerra mondiale la Cecoslovacchia aveva buoni rapporti con l’URSS: non c’erano conflitti territoriali né un passato problematico e il presidente in esilio a Londra, Edward Benes, aveva già sottoscritto nel 1943 un trattato di amicizia. Nel marzo 1945 a Mosca fu firmato un accordo con il governo provvisorio, i rappresentanti del “Consiglio Nazionale Slovacco” e i comunisti: nacque il “Fronte Nazionale di Coalizione”, diretto da Zdenek Fierlinger, il cui programma prevedeva l’uguaglianza delle nazioni ceca e slovacca, l’espulsione dei tedeschi e degli ungheresi e l’introduzione di riforme economico-sociali.
Con le elezioni del maggio 1946 si formò il governo di Klement Gottwald, in cui, accanto ai comunisti, il partito più importante era il Partito Democratico Slovacco, che Mosca, fin dall’estate del 1947, cercò di eliminare, prendendo a pretesto il cosiddetto “complotto slovacco”, in realtà costruito ad arte dai servizi segreti. Ne seguirono repressioni di massa e l’esclusione del partito da ogni azione politica. I comunisti presero il controllo su tutte le sfere della vita pubblica e il 25 febbraio 1948 costrinsero il presidente Benes a nominare un nuovo governo sotto il loro controllo. Il 10 marzo si suicidò Jan Masarik, figlio del fondatore della Repubblica Tomas Masarik: la sua morte è considerata da molti un omicidio politico.

Dopo le elezioni di maggio Benes si dimise, sostituito da Gottwald, che firmò la nuova Costituzione. Iniziarono purghe di massa in tutte le strutture statali, le organizzazioni e le scuole superiori. Circa trecentomila persone furono colpite dalla repressione. Molti attivisti dei vecchi partiti democratici fuggirono all’estero, dove cercarono di organizzare un’opposizione politica; alcuni di loro vennero rapiti in Austria dai servizi segreti cecoslovacchi e riportati in Patria, dove subirono condanne molto dure: tra il 1948 e il 1954 le vittime dei processi politici furono almeno centomila, con molte condanne a morte o l’ergastolo. La società reagì con qualche protesta spontanea sporadica; l’11 ottobre 1951 fu dirottato un treno e i 111 passeggeri riuscirono ad attraversare la frontiera tedesca: il “treno della libertà” suscitò grande clamore diventando il simbolo della speranza di sfuggire alla dittatura.

Gli anni delle grandi repressioni
Accanto agli attivisti dei partiti democratici, nel mirino del regime si trovarono ben presto anche le associazioni confessionali e in particolare la Chiesa cattolica. Nel giugno 1949 l’arcivescovo di Praga Josef Beran venne internato in un campo di concentramento, dove rimase fino al 1963. Poco dopo la maggior parte dei vescovi céchi e slovacchi seguì la stessa sorte, sostituiti alla guida delle diocesi da vicari obbedienti al regime.
La dittatura impose pesanti limiti alla libertà di stampa cattolica e alla possibilità di organizzare pellegrinaggi e processioni. Nell’aprile 1950 venne soppressa l’intera organizzazione delle Chiese greco-cattoliche del Paese: con la cosiddetta “Azione K” si chiusero tutti i conventi maschili e furono internati nei campi di concentramento 1164 monaci slovacchi e 1180 cechi, mentre l’ “Azione R” colpì i monasteri femminili, che tuttavia non vennero soppressi ufficialmente, ma svuotati costringendo molte suore a lavorare in fabbrica o deportandole nei campi di concentramento. Con processi-farsa centinaia di laici e sacerdoti vennero condannati a molti anni di carcere, alcuni persino all’ergastolo.
Nel 1949 la collettivizzazione delle terre agricole scatenò le proteste dei contadini, spente brutalmente: fra il 1948 e il 1954 decine di migliaia di “kulaki” vennero condannati ai lavori forzati, 11 alla pena capitale, almeno 1629 famiglie furono scacciate dalle loro case e molti ragazzi allontanati dalle scuole superiori.
Le repressioni toccarono anche gli attivisti comunisti. Grazie a un’indagine svolta con il supporto di consulenti sovietici fu “scoperto2 all’interno del Partito, un presunto “nucleo che complottava contro lo Stato” guidato dal segretario generale Rudolf Slanski, condannato a morte dopo un processo esemplare. Nel 1954 i leader del Partito Comunista Slovacco, accusati di essere dei “nazionalisti borghesi”, dovettero scontare l’ergastolo o molti anni di carcere.

Le prime proteste
La situazione economica difficile e lo sfruttamento dei lavoratori fecero crescere il malcontento. Nel novembre 1951 a Brno ci fu la prima protesta di massa: alcuni operai scesero in piazza contro la decisione di non corrispondere il premio per le festività natalizie e presto lo sciopero si estese a tutta la città, i manifestanti furono dispersi con la forza e i capigruppo condannati a 12 anni di carcere. Nel giugno 1953 l’aumento dei prezzi e la variazione della moneta, che privava i cittadini dei loro risparmi, provocò la prima protesta nazionale: 129 fabbriche scioperarono, a Plzn migliaia di persone affollarono le strade gridando: “Via i comunisti! Vogliamo elezioni libere!”. Il dissenso venne spento duramente: nella sola Plzn furono arrestati 231 manifestanti e le sentenze arrivarono a 14 anni di carcere.
Queste manifestazioni furono il primo banco di prova per Antoni Novotny, che nel marzo 1953 aveva sostituito Gottwald alla guida del Partito e costrinsero la dirigenza comunista a riconoscere che erano stati commessi degli errori nell’applicazione dei “principi del socialismo” e a modificare la politica economica per garantire un tenore di vita più alto.

La politica di Novotny
Novotny, archiviati in fretta i contraccolpi della crisi ungherese e del rapporto segreto di Krustchev al XX Congresso di Mosca, ne 1957 assunse anche la carica di Presidente della Repubblica e intraprese una politica neostalinista: nel 1960 modificò la denominazione nazionale in “Repubblica Socialista di Cecoslovacchia”, aggiunse un capitolo alla Costituzione sul “ruolo guida” del Partito e sulla “fraterna collaborazione con l’Unione Sovietica”, sviluppò l’industria pesante, concluse la collettivizzazione delle campagne e intensificò l’azione repressiva.
Tra il 1956 e il 1961 i perseguitati passarono da 6.261 a 13.165, mentre tra il 1955 e il 1969 circa 55 mila persone furono incarcerate per motivi politici. La reazione della società civile fu molto debole, se si esclude la nascita di monasteri clandestini legati agli ordini aboliti e la consacrazione in segreto di sacerdoti e vescovi. Nonostante la feroce repressione, queste strutture riuscirono a sopravvivere fino alla fine del regime.
Nell’ottobre 1961 il XXII congresso del partito sovietico, che diede avvio alla seconda fase della destalinizzazione, costrinse ancora una volta Novotny ad adeguarsi: vennero abbattuti i monumenti al dittatore sovietico, concessa un’amnistia e la revisione di alcuni processi degli anni 1948-1954, la riabilitazione di personalità di Stato e attivisti del Partito, oltre a una timida liberalizzazione economica, scientifica e artistica. Nel giugno 1967, durante il IV Congresso dell’”Associazione dei Letterati Cecoslovacchi”, gli scrittori condannarono le ingerenze della censura e le limitazioni nella vita sociale e culturale: la rivista dell’Associazione venne chiusa e tre scrittori esclusi dal Partito. In ottobre, durante il plenum del Comitato Centrale Slovacco, Novotny subì dure critiche e rispose accusando di nazionalismo il segretario slovacco Alexander Dubcek.


La Primavera di Praga
Il 31 ottobre 1967 a Praga venne a mancare la luce in alcune case dello studente e i giovani che erano usciti in strada con le candele in mano gridando “Più luce” furono inaspettatamente e brutalmente attaccati dalle forze dell’ordine. Questo fece esplodere la protesta in tutte le università della capitale. Fu creata una commissione d’inchiesta e nel plenum di gennaio fu nominato Primo Segretario del Partito Aleksander Dubcek, che diede inizio alla “Primavera di Praga”.
Il 23 marzo 1968 Novotny si dimise dalla carica di presidente e il Partito, bocciata la sua politica, definì una strategia di progressiva democratizzazione che comprendeva, tra l’altro, la riforma dell’economia e delle forze di polizia, la limitazione dell’influenza diretta del Partito sugli organismi statali, il diritto alla libera aggregazione dei cittadini e la libertà di parola. La censura fu abolita e rinacquero le organizzazioni religiose, politiche e sociali. In aprile Vaclav Havel pubblicò un articolo in cui invitava a creare un partito di opposizione e il 27 giugno Ludvik Vaculik diffuse contemporaneamente su quattro riviste il manifesto, che ebbe un’enorme eco, Duemila parole in cui attribuiva la responsabilità per la situazione del Paese al Partito Comunista, ma nel contempo invitava a sostenere tatticamente il governo, per il pericolo di un intervento esterno. Mosca considerò questo documento un’ulteriore prova dell’imminente controrivoluzione e accelerò i preparativi per un intervento militare intensificando le pressioni sul governo di Praga.
Il 14 e il 15 luglio si incontrarono in Polonia i capi di Stato del Patto di Varsavia, che dichiararono: “Non permetteremo mai che l’imperialismo in modo pacifico e no, dall’interno o dall’esterno, apra una breccia in territorio socialista e cambi a proprio favore l’equilibrio delle forze in Europa”. Il 29 luglio si aprirono i negoziati cecoslovacco-sovietici in cui Dubcek si impegnò a ripristinare entro il 25 agosto il ruolo guida del Partito e la censura, riprendendo il controllo dei mass media e proibendo l’attività delle organizzazioni antisocialiste. Contemporaneamente, un leader dell’ala conservatrice del Partito, Vasil Bilak, inviò ad arte una lettera alla dirigenza sovietica chiedendo un “aiuto fraterno” per sconfiggere la “controrivoluzione”, fornendo così la motivazione ufficiale dell’intervento armato.

L’invasione
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 700 mila soldati, migliaia di carri armati e centinaia di aerei ed elicotteri del patto di Varsavia attraversarono le frontiere dello Stato senza incontrare resistenza. I dirigenti del Partito comunista cecoslovacco furono arrestati e rinchiusi in un campo di internamento ucraino. In trentasei ore venne occupato tutto il Paese. Gli invasori si scontrarono con la reazione decisa della popolazione: fin dalle prime ore del 21 agosto in quasi tutte le città si svolsero manifestazioni di protesta, che in alcuni casi, soprattutto a Praga, si trasformarono in guerriglia, respinta con le armi. Dal 21 agosto al 18 ottobre morirono 100 persone, mentre 335 furono gravemente ferite.
La popolazione cercò in tutti i modi di ostacolare i carri armati, anche con espedienti ingegnosi, con barricate e con “barricate viventi” - gruppi di persone stese sulla strada a bloccare il passaggio; cercò anche un contatto con le truppe d’invasione attraverso volantini e scritte sui muri che esprimevano solidarietà ai politici incarcerati e l’ingiustizia dell’intervento militare.
Questa resistenza costrinse i sovietici ad aprire un dialogo con i leader della “Primavera di Praga”, concluso con il “Protocollo di Mosca” che revocava tutte le riforme, e accettava le condizioni imposte dall’Urss. Il 27 agosto i capi della “Primavera” rientrarono in patria e Dubcek, con un accorato discorso alla radio, fece appello ai cittadini invitandoli a sospendere ogni forma di resistenza e promettendo che le innovazioni sarebbero state preservate. In realtà eseguì le direttive di Mosca: furono rimossi i membri del partito “non fidati”, reintrodotta la censura, rafforzato il controllo sulla vita sociale e messe fuori legge le organizzazioni ritenute controrivoluzionarie. Divenne sempre più evidente che il “socialismo dal volto umano” aveva fallito l’obiettivo: se ne accorsero per primi i giovani, che tentarono qualche azione di protesta senza successo. Il 16 gennaio 1969 lo studente universitario Jan Palach si diede fuoco in Piazza Venceslao a Praga; altri 30 seguirono il suo esempio e sette morirono. Il gesto di Palach divenne un simbolo e risvegliò le coscienze: a marzo si svolsero alcune manifestazioni di protesta a cui Mosca rispose pretendendo la destituzione dei dirigenti cecoslovacchi: Dubcek fu sostituito alla guida del Partito da Gustav Husak.

Il processo di “normalizzazione”
Il processo di “normalizzazione”, cioè di ritorno al tipico modello sovietico, si svolse in tempi molto rapidi. L’ultima protesta fu il 21 agosto 1969, nell’anniversario dell’invasione, quando migliaia di céchi e slovacchi scesero per le strade innalzando barricate e scontrandosi con le forze dell’ordine. Morirono almeno cinque persone, ci furono molti feriti e furono arrestati più di 2000 manifestanti. Il giorno dopo, il parlamento votò una legge speciale che introduceva nuove misure repressive. Nel 1970 il processo di “normalizzazione” entrò in una fase cruciale: le purghe all’interno del partito portarono all’espulsione di 300 mila membri (fra cui Dubcek), mentre altri 100 mila restituirono la tessera, furono chiuse 1000 organizzazioni partitiche e 100 mila persone persero il lavoro.
Per alcuni anni continuarono i tentativi di riorganizzare un’opposizione, soprattutto tra gli studenti e gli intellettuali, stroncati dai servizi segreti: fino al 1974 le condanne per “reati politici” furono oltre tremila. Il fallimento della “Primavera di Praga” provocò un’ondata di fughe: tra il 1948 e il 1989 scapparono circa 200 mila persone, di cui 282 morirono durante la fuga.


Charta ’77 e l’opposizione in territorio céco e slovacco
A metà degli anni ’70 i comunisti considerarono conclusa con successo la politica di “normalizzazione”: la società godeva dei frutti dello sviluppo economico ed era scomparsa ogni iniziativa di opposizione, ad eccezione delle attività della Chiesa clandestina e di alcuni gesti di protesta individuale, come la lettera aperta di Vaclav Havel a Gustav Husak nel 1974.
Al contrario, le repressioni contro gli artisti indipendenti stimolarono la ripresa di un’opposizione organizzata, dopo l’arresto nel 1976 di alcuni musicisti, tra cui un pastore protestante. Verso la fine dell’anno iniziò la raccolta di firme alla “Dichiarazione di Charta ’77”, che si riferiva alla “Carta Internazionale dei Diritti Umani” sottoscritta in ottobre dal governo cecoslovacco; la “Dichiarazione”, firmata inizialmente da 242 persone, venne resa pubblica il 1 gennaio 1977 e sottoscritta da 1898 aderenti. Desiderando evitare le repressioni, i firmatari sottolinearono che non intendevano dar vita a nessuna organizzazione, ma unicamente a un’aggregazione informale di uomini “di convinzioni, confessioni e professioni diverse uniti dal desiderio di difendere individualmente o insieme i diritti dell’uomo e dei cittadini”. L’unico ruolo formale in Charta ‘77 era la funzione di portavoce, che ricoprirono per primi Jan Patocka, Vaclav Havel e Jiri Hajek.
Nel 1978 nacque la rivista “Informazioni su Charta ‘77” e iniziò una collaborazione con il Comitato di Difesa Operaia (KOR) polacco, che portò alla pubblicazione di dichiarazioni congiunte e a incontri all’estero. Nel 1981 venne creata “Solidarnosc Polacco-Cecoslovacca”, che tuttavia intraprese una reale attività solo a metà degli anni’80.
L’intensificarsi della repressione indusse 17 membri di Charta ’77 a fondare un organismo che documentasse gli interventi illegali della polizia: il 24 ottobre 1978 vide la luce il “Comitato di Difesa dei Perseguitati Ingiustamente” (VONS), che fino al 1989 diffuse 1125 dichiarazioni relative ad altrettanti casi di repressione. Nel 1979 furono arrestati 11 membri del VONS, cinque dei quali condannati a pene dai tre ai cinque anni. Altri ambienti indipendenti erano i circoli di intellettuali che organizzavano seminari e discussioni, la Chiesa clandestina, le edizioni del samizdat,. Le repressioni si fecero più dure tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80 questo limitò molto l’azione di Charta ’77 e del VONS, mentre si svilupparono i movimenti pacifisti ed ecologisti, soprattutto tra i giovani.
In Slovacchia, dove i movimenti di opposizione erano più deboli, dalla metà degli anni ’80 si diffuse il “Movimento di Difesa della Chiesa cattolica e del Diritto di libertà di confessione”. Nel luglio 1985, durante le celebrazioni per il 1100 anniversario della morte di san Metodio, 150 mila fedeli riuniti a Velehrad gridarono slogan in difesa della libertà religiosa. Verso la fine del 1987 i rappresentanti più importanti della Chiesa clandestina diffusero una petizione per chiedere che fossero nominati i vescovi delle 8 diocesi vacanti da decenni. Il documento, appoggiato anche dall’arcivescovo di Praga Frantisek Tomasek, raccolse mezzo milione di firme. La manifestazione più significativa si svolse a Bratislava il 25 marzo 1988, quando si raccolsero nel centro della città circa 3000 persone in silenzio con le candele in mano, in segno di protesta contro le limitazioni della vita religiosa. La folla venne dispersa con gli idranti.


1988-1989 e la “Rivoluzione di velluto”
Tra il 1988 e il 1989 si moltiplicarono i movimenti politici e le manifestazioni di protesta. Il 21 agosto 1988, nell’anniversario dell’invasione, a Praga fu organizzata una grande mobilitazione migliaia di persone cantarono l’inno nazionale e scandirono slogan contro i russi. Furono arrestati 73 manifestanti. Il 28 ottobre, anniversario dell’indipendenza, duemila persone scesero in piazza a Praga al grido “Masarik” e “Libertà”. Nel gennaio 1989, tutte le organizzazioni di opposizione ricordarono la tragica morte di Jan Palach. In agosto a Praga migliaia di persone protestarono al grido “Palach vive. Elezioni libere. Viva Havel!”. Furono arrestati e imprigionati 851 manifestanti, compreso Havel. Le condanne provocarono molte reazioni, che coinvolsero anche ambienti non legati organicamente all’opposizione.
Il 21 agosto, invece, furono caratterizzate da slogan che inneggiavano ai cambiamenti in atto in Polonia e Ungheria e vi parteciparono anche giovani ungheresi e polacchi, molti dei quali furono arrestati.
Il 16 novembre a Bratislava gli studenti scesero in piazza e il giorno dopo a Praga decine di migliaia di persone parteciparono alla manifestazione per il cinquantesimo anniversario della chiusura delle università da parte dei nazisti; qui il corteo si trasformò in una protesta anticomunista. I manifestanti vennero brutalmente attaccati dalla polizia, i feriti furono 568, centinaia gli arresti. Ebbe inizio la“Rivoluzione di velluto”. Sotto la minaccia dello sciopero, il governo fu costretto a punire i responsabili dei brutali attacchi ai manifestanti. Il 19 novembre fu costituito il “Comitato Studentesco di Coordinamento”, e soprattutto il “Forum Civico”, che sarà la principale struttura della protesta, con a capo Vaclav Havel. Al termine dei cortei del 20 novembre a Praga e in altre città, a cui parteciparono oltre duecentomila manifestanti, il Partito si dichiarò disposto alla trattativa. I primi colloqui si conclusero con un nulla di fatto, e l’ipotesi di uno sciopero generale il 27 novembre divenne sempre più concreta. Il 25 novembre presero parte al corteo del “Forum Civico” a Praga ottocentomila persone, con delegazioni provenienti da tutto il Paese, e per la prima volta la manifestazione fu trasmessa dalla televisione. Havel e Dubcek parlarono alla folla. Il 27 novembre tutto il Paese si fermò per lo sciopero generale: la protesta coinvolse milioni di cittadini. Husak fu costretto alle dimissioni. Il 29 dicembre Vaclav Havel fu eletto all’unanimità Presidente della Repubblica. L’8 e il 9 giugno 1990 si svolsero le prime elezioni libere, vinte dal “Forum Civico” in territorio céco e da “Società contro la Violenza” in territorio slovacco. Il 1 gennaio 1993 la federazione cecoslovacca si divise dando vita alla Repubblica Céca e alla Repubblica Slovacca.


Figure esemplari
Vaclav Benda
Jan Carnogursky
Miklos Duray
Vaclav Havel
Jan Chryzostom Korec
Dana Nemcova
Jan Palach
Jan Patocka
Anna Sabatova
Josef Zverina

Per saperne di più
Il "dissenso" in territorio ceco
Il "dissenso" in territorio slovacco
Approfondimento su Vaclav Havel


Video
Jan Palach- studente cecoslovacco, rubrica di Mizar - Tg2 con immagini inedite
Praga 1968, puntata de La Storia siamo noi

Tesi
La stampa comunista italiana e la Primavera di Praga
Vaclav Havel, politica come teatro
Transizione democratica e disgregazione nazionale, i rapporti centro-periferia in URSS, Jugoslavia e Cecoslovacchia





Carlo Boffito, Lisa Foa (a cura di)
La crisi del modello sovietico in Cecoslovacchia, Einaudi, Torino, 1970

Vaclav Benda
Lettere dal carcere, CSEO Outprints, Bologna, 1981

Enzo Bettizza
La primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata, Mondandori, Milano, 2008

Arrigo Bongiorno
L’utopia bruciata. Praga 1968, Sugar, Milano, 1968

Stefano Bianchini (a cura di)
La primavera di Praga vent’anni dopo, «Transizione», 1988, 11-12

Antonio Cassuti
La primavera di Praga: teoria e prassi politica, Sapere, Milano, 1973

Francesco M. Cataluccio, Francesca Gori (a cura di)
La primavera di Praga, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano,1990

Marco Clementi
Cecoslovacchia, Unicopli, Milano, 2007

Alexander Dubcek
Il nuovo corso in Cecoslovacchia, Editori riuniti, Roma, 1968
Il socialismo dal volto umano. Autobiografia di un rivoluzionario, a cura di Jiri Hochman, Editori riuniti, Roma, 1996

Sirio di Giuliomaria (a cura di)
Cecoslovacchia: la sinistra nel nuovo corso, Samonà e Savelli, Roma, 1969

Vittorio Giardino
Jonas Fink, Rizzoli Lizard, Milano, 1995

Eduard Goldstücker
Da Praga a Danzica. Intervista di Franco Bertone Editori riuniti, Roma, 1981

Francesco Guida (a cura di)
Era sbocciata la libertà? A quarant'anni dalla Primavera di Praga (1968-2008) Carocci, Roma, 2008

Jiri Hájek
Praga 1968, Editori riuniti, Roma, 1978

Dusan Hamsik
Gli scrittori e il potere, Tindalo, Roma, 1970

Jiri Havel
Quarant'anni fa la Primavera di Praga, in Mondoperaio, 2008, n. 3

Václav Havel
Interrogatorio a distanza, a cura di K. Hvízd'ala, Garzanti, Milano, 1990
Il potere dei senza potere, CSEO outprints n. 1, Bologna, 1979
Havel V. I congiurati, CSEO outprints n. 7, Bologna, 1980
La firma CSEO outprints n. 4, Bologna, 1980
Dell’entropia poitica, CSEO outprints, Bologna, 1981
Dissenso culturale e politico in Cecoslovacchia. Per una decifrazione teatrale del codice del potere, A cura di C. Guenzani, Marsilio, Venezia, 1977
Un uomo al castello, Santi Quaranta, Treviso, 2007
L’udienza, Forum Edizioni, Udine, 2007
L’opera dello straccione e altri testi, Garzanti, Milano, 1992
Interrogatorio a distanza. Conversazione con Karel Hvizdala, traduzione di Giancarlo Fazi, prefazione di Paolo Flores D’Arcais, Garzanti, Milano, 1990

Vaclav Havel, Vaclav Benda, Frantisek Lizna
Gli ostaggi sono fuggiti CSEO outprints, Bologna, 1982

Alexander Höbel
Il Pci, il ’68 cecoslovacco e il rapporto col Pcus, «Studi storici», XLII (2001), 4, pp. 1145-1172

Istituto Gramsci
Il ’68 cecoslovacco e il socialismo, Editori riuniti-Istituto Gramsci, Roma, 1979

Jan Chryzostom Korec
Gesù Cristo ora e sempre, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1998
La notte dei barbari, Piemme, Milano, 1993

Francesco Leoncini (a cura di)
Che cosa fu la Primavera di Praga? Idee e progetti di una riforma politica e sociale, Lacaita, Manduria-Bari-Roma, 1989; ristampato dalla Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia, 2007
Alexander Dubcek e Jan Palach. Protagonisti della storia europea, a cura di F. Leoncini, Rubbettino, Soveria, Mannelli, 2009

Francesco Leoncini, Carla Tonini (a cura di)
Primavera di Praga e dintorni: alle origini dell’89, Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole, 2000

Antonio Moscato
La ferita di Praga: dalla primavera di Dubcek al rinnovamento di Gorbaciov, Edizioni associate, Roma, 1988

Zdenek Mlynar
Praga questione aperta. Il ’68 cecoslovacco fra giudizio storico e prospettive future, prefazione di Lucio Lombardo Radice, De Donato, Bari, 1976

Gianlorenzo Pacini (a cura di)
La svolta di Praga, Samonà e Savelli, Roma, 1968

Jan Patocka
Il mondo naturale e la fenomenologia, Mimesis, Sesto San Giovanni, 2003
Saggi eretici sulla filosofia della storia, Einaudi, Torino, 2008
Il senso dell’oggi in Cecoslovacchia, edizioni Lampugnani Nigri, Milano, 1970
Platone e l’Europa, Vita e Pensiero, Milano, 1997
Phénoménologie asubjective et existence, Mimesis, Sesto San Giovanni, 2007
Socrate, Bompiani, Milano, 2003
Che cos’è la fenomenologia? Movimento, mondo e corpo, Centro Studi Compostrini, Verona, 2010

Jiri Pelikán
Il fuoco di Praga. Per un socialismo diverso, Feltrinelli,Milano, 1978
Io, esule indigesto. Il Pci e la lezione del ’68 di Praga, a cura di Antonio Carioti, Reset, Milano, 1998

Carlo Ricchini, Luisa Melograni (a cura di)
Primavera indimenticata. Alexander Dubcek ieri e oggi, L'Unità, Roma, 1988

Angelo Maria Ripellino
Praga magica, Einaudi, Torino, 1973
I fatti di Praga, a cura di Antonio Pane e Alessandro Fo, Scheiwiller, Milano 1988
L’ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell’Europa dell’Est (1963-1974), a cura di Antonio Pane, Le lettere, Firenze, 2008

Pavel Tigrid
Praga 1948-Agosto 1968, Jaca Book, Milano, 1968
Praga e la sinistra, Longanesi, Milano, 1970
Così finì Alexander Dubcek, Edizioni del Borghese, Milano, 1970

Demetrio Volcic
1968. L'autunno di Praga, Sellerio, Palermo, 2008

Josef Zverina
L'esperienza della Chiesa - Scritti per una "Chiesa della compassione", Jaca Book, Milano, 1971
Il coraggio di essere Chiesa, CSEO Outprints, Bologna, 1978
La gioia di essere Chiesa, CSEO Outprints, Bologna, 1990

AA.VV.
Charta ’77, CSEO Biblioteca, Bologna, 1978
Charta '77, Cinque anni di non-consenso, CSEO outprints n. 13, 1982
Charta ’77 e il movimento pacifista, CSEO outprints, Bologna, 1983
Processo a Praga (22-23 ottobre 1979), CSEO outprints, Bologna, 1980
Processo a Praga, CSEO outprints n. 5, Bologna, 1980,
Praga e la sinistra Longanesi, Milano, 1970




a cura della Redazione con la collaborazione di Annalia Gugliemi

9 novembre 2009

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