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Avraham Burg recensisce in anteprima "Children of the Ghetto"

libro di Elias Khoury sul trauma della Shoah e della Nakba

L'11 maggio 2018 è apparso su Hareetz un interessante articolo di Avraham Burg, membro ed ex Presidente della Knesset, che nel 1983 perse il compagno Emil Grunzweig in un attentato durante una manifestazione di pace a Gerusalemme. Esponente di primo livello della politica israeliana, in cui ha ricoperto anche il ruolo di Presidente ad interim dello Stato d'Israele, nell'articolo Burg recensisce il nuovo libro di Elias KhouryChildren of the Ghetto: My Name is Adam, che uscirà tradotto in inglese a ottobre 2018, mentre è già uscito in ebraico e arabo. 

Il politico israeliano definisce l'opera "vicina alla perfezione", "uno dei romanzi più profondi e importanti degli ultimi anni", "tradotto magnificamente da Yehouda Shenhav-Sharabani". Elias Khoury, è un arabo, discendente di un'eminente famiglia cristiana del Libano, da sempre attivista politico e scrittore. Il suo mezzo di espressione, dice Burg, è "il silenzio, che ha la stessa funzione della cecità per José Saramago". 

"La trama del romanzo è abbastanza semplice, descrive Burg, Adam Danun è un uomo dalle identità multiple, un israeliano palestinese emigrato a New York. Dal suo negozio di felafel, egli guarda agli elementi e alle esperienze che lo hanno formato: l'israelianità e la lingua ebraica che ha adottato quando ha abbandonato sua madre, che potrebbe non essere realmente sua madre; la lingua araba nella quale è nato e, tutto intorno, la tragedia palestinese avvolta nel silenzio". Danun è al contempo rifugiato e scrittore, sopravvissuto e cronista, storico e testimone disperato; "uno che ama e che abbandona; che è nato nella morte e muore registrando ogni momento della sua vita". Forse - conclude l'ex presidente della Knesset - "noi e i palestinesi avevamo bisogno di uno sguardo terzo per riscoprire un'identità mista, contemporaneamente nostra e loro". 

Children of the Ghetto attinge alla migliore letteratura araba, "che racconta la bellezza attraverso il silenzio". La storia si apre con il piccolo Adam che viene ritrovato sul seno della madre morta, dopo che una lunga fila di rifugiati palestinesi è partita dalla cittadina di Lydda, la Lod odierna. Il bambino viene in qualche modo riportato nella struttura recintata fatta costruire dalle forze conquistatrici di Israele nel centro di Lod. Cresce con una madre che non è veramente la sua, e con vari uomini che potrebbero essere tutti suo padre. Il più intelligente di loro è un uomo cieco che torna ripetutamente a far parte della vita di Adam.

Secondo Burg, questo romanzo aggiunge "una nuova dimensione" alla storia palestinese, raccontando qualcosa che agli ebrei, dal 1948 a oggi, non è stato ancora raccontato. In esso vengono criticati senza mezzi termini i "crimini di guerra israeliani", il tutto dalla prospettiva dei palestinesi vinti. A essere criticata è proprio l'Operazione Danny, una delle prime azioni militari israeliane nel 1948, con obiettivi la conquista del territorio a est di Tel Aviv e l'avanzata verso l'interno per aiutare la popolazione ebraica e le forze ebraiche a Gerusalemme, combattendo contro la Legione Araba e combattenti irregolari palestinesi.

Khoury, però, sottolinea Burg, ha anche una conoscenza molto approfondita dell'ebraismo, della letteratura israeliana e delle più importanti figure e idee rilevanti in questo contesto. Egli denuncia il desiderio diffuso in Israele di "imprimere nella coscienza dei palestinesi il concetto che il desiderio e la nostalgia della loro terra è privo di valore e capace di portarli, umiliati, alla morte". Altre osservazioni di Elias Khoury, che purtroppo tornano d'attualità mentre si consuma un'ennesima tragedia nel 70° anniversario della nascita di Israele - con le proteste represse nel sangue per il trasferimento dell'Ambasciata americana a Gerusalemme - riguardano il fatto che "Israele ha trasformato le vite di tre generazioni di palestinesi in una Nakba continua (per i palestinesi Nakba è la "catastrofe" causata dalla creazione di Israele)". Gli israeliani per Khoury "scommetterebbero sull'oblio dei palestinesi, che pure non dimenticano. Anzi, le giovani generazioni di palestinesi starebbero vivendo oggi la loro Nakba".

A Khoury, spiega Burg, è sempre stato negato il permesso di visitare Israele, perché è cittadino di uno 'Stato nemico'. Eppure non è difficile percepire il fatto che egli abbia trascorso lunghi giorni negli archivi a Yad Vashem, che conosca bene i comandi dell'Operazione Danny (che fu guidata tra gli altri da Itzhak Rabin, NdT); che abbia studiato approfonditamente la Shoah e conosca a memoria gli ordini emanati nel 1948. "Descrive l'atmosfera di quegli anni come se vi fosse stato presente". 

Burg prosegue quindi offrendoci il suo giudizio sul libro di Khoury: "La sua opera è una messinscena continua, dove niente è come sembra. L'israeliano è un palestinese, il palestinese una sorta di ebreo. Le identità sono intercambiabili. Si tratta di questo "sguardo terzo" che continua a riaffacciarsi criticando anche i sogni dei palestinesi ("Lydda certamente non era il paradiso, e la Palestina non era il Paradiso. Disprezzo la nostalgia"). Come non risparmia osservazioni sulla "tragedia israeliana, con l'impotenza davanti alla Shoah e l'intossicazione con le armi e il potere". 

"Da Beirut, Khoury scrive i suoi libri e articoli senza risparmiare critiche ad arabi, palestinesi e libanesi", prosegue Burg. E spiega anche che il suo "interesse non è di rivelare i crimini delle forze armate israeliane... Non odio gli ebrei. [...] Ma proprio perché non provo odio, non capisco: perché le uccisioni? Perché?". 

In un certo senso israeliani e palestinesi vengono descritti come "due facce della stessa personalità scissa". La forza di questo romanzo è quella di mostrare "la memoria ebraica e quella palestinese come interconnesse", anche con riferimento all'opera di Zangwill, un amico londinese di Theodor Herzl, fondatore del sionismo, che scrisse lui stesso un romanzo intitolato Children of the Ghetto nel 1882. Il punto non è tanto quello di confrontare i fatti storici, ma di affermare che le sofferenze sono simili. Per questo, dice Burg, "dovremmo parlare di ciò che abbiamo in comune invece di competere tra di noi su chi ha sofferto di più. I traumi del passato diventano così "il punto di partenza delle speranze per il futuro". E questo libro così triste - conclude Burg - "diventa improvvisamente così ottimista".

Carolina Figini, Redazione Gariwo

16 maggio 2018

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