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Un vélo contre la barbarie nazie - L'incroyable destin du champion Gino Bartali

Alberto Toscano
Armand Colin, 2018

"Che cosa ci faceva Gino Bartali, lo sportivo più amato d’Italia, nell’elenco dei sacerdoti che rischiavano la loro vita per salvarne altre?[1]. La risposta alla domanda dello scrittore francese Marek Halter, autore della prefazione, è racchiusa in questo testo di Alberto Toscano, che dall’immagine romantica e speranzosa di una bicicletta che per quell’Italia povera e operaia significava libertà e possibilità di lavoro, ripercorre i passi della vita di un introverso campione di sport e solidarietà.

La figura del ciclista, vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France, viene analizzata a partire da tutti gli aspetti del suo essere: sportivo, uomo di profonda fede, marito fedele "di due mogli" (la sua bicicletta e Adriana[2]), antifascista, anima controversa e schiva fratturata dalla morte prematura del fratello. Un Giusto, un uomo che preferiva inimicarsi il potere piuttosto che concludere una gara con il saluto romano. È subito evidente che la sua religiosità ha giocato un ruolo importante nell’avversione verso le leggi razziali, nel rifiuto degli ideali della dittatura, oltre che nella conseguente partecipazione alla rete per la fuga degli ebrei. Fare del bene era per lui un dovere sì umano, ma anche, e forse prima di tutto, cattolico. La fede fu probabilmente la sua spinta, ma la sua criticità rispetto a quello che lo circondava e capacità di opporsi all’intollerabile furono le sue armi - insieme alla due ruote, ovviamente.

Raccontando Gino Bartali, e facendolo in francese, Alberto Toscano fa un doppio omaggio. Da un lato alla terra di Toscana, a cui Gino era indissolubilmente legato e in cui portò a termine l'impresa per cui oggi leggiamo il suo nome nel Viale dei Giusti di Yad Vashem[3]. Dall’altro alla Francia, che fu un po’ il “secondo luogo” del ciclista, dove vinse per due volte a distanza di 10 anni in due date cruciali, nel ’38 e nel ’48. Si dice che pedalando Bartali abbia anche evitato una guerra civile, vincendo il Tour il 15 luglio 1948 e distraendo per un attimo i cittadini italiani dalla rivolta. Il Ginettaccio non amava parlare di sé, nè dei suoi “chilometri per la vita”, percorsi fra la Toscana e l’Umbria per salvare i perseguitati ebrei, con i documenti falsi nascosti nel manubrio e nella sella della sua bicicletta. Considerava infatti quello che aveva fatto non come un gesto fuori dal comune, ma come la reazione che ogni essere umano dovrebbe avere di fronte alla vita minacciata. 

Toscano è la persona giusta per raccontarci questa storia - ancora troppo poco conosciuta, soprattutto in Francia -, in modo lineare e con la precisione nei dettagli tipica del giornalista. Descrivendo la riservatezza del Bartali che ha rischiato se stesso per gli altri, ci mostra che la possibilità di reagire contro un atteggiamento generale pericoloso, di non accettare acriticamente gli eventi, è dentro ogni persona: non bisogna sentirsi o essere straordinari per portarla allo scoperto. Per questo è importante scrivere delle vicende come quella di “Gino il Giusto”, a maggior ragione adesso che alcune violenze del ‘900 sembrano riproporsi in Europa e nel mondo. Occorre raccontare un esempio di umanità per ricordarci della nostra.

[1] Dopo l'occupazione tedesca in Italia nel settembre 1943, Bartali - che era un corriere della Resistenza - giocò un ruolo molto importante nel salvataggio degli ebrei da parte della Delegazione per l’assistenza agli immigrati (DELASEM), rete avviata dal cardinale Elia Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto. Grazie alla sua notorietà riusciva a non fasi perquisire la bicicletta mentre trasportava documenti falsi nel manubrio e nella sella, per consegnarli alle famiglie dei perseguitati tra Firenze e Assisi.

[2] fu il cardinale Elia Dalla Costa a celebrare il matrimonio tra Gino Bartali e Adriana Bani, un legame durato 60 anni dal quale sono nati tre figli: Andrea, Luigi e Biancamaria.

[3] Gino Bartali è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem il 23 settembre 2013. Dal 2018 è inoltre cittadino onorario di Israele.

Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

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