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Una terra bagnata dal sangue

Anselmo Palini
Paoline, 2017

Per chi avesse una scarsa conoscenza della storia recente del Centro America - in particolare di El Salvador - questo libro può risultare utile per mettere a fuoco più di un aspetto della vita sociale, politica, economica e religiosa di quella travagliata zona del mondo.

La prospettiva religiosa dell'autore inquadra una serie di eventi sconvolgenti riconducibili tutti alla sanguinosa guerra civile che imperversa in El Salvador dagli anni 70 ai primi anni 90 del secolo scorso. In quest’arco di tempo numerosissimi sono coloro che vengono assassinati dagli apparati militari e paramilitari di cui lo Stato afferma di servirsi per difendersi dalla minaccia comunista. Le vittime, in realtà, sono persone di chiesa - vescovi, sacerdoti, seminaristi, o persone che nella Chiesa vedono il proprio punto di riferimento. La loro azione in difesa dei poveri viene stigmatizzata dal potere oligarchico vigente in El Salvador come azione sovversiva tendente a minare le fondamenta dello Stato. L’alfabetizzazione dei contadini, la lotta in difesa dei diritti umani e la richiesta di una profonda riforma agraria in un contesto in cui una ristretta oligarchia - poco più di dieci famiglie - detiene la quasi totalità delle terre del Paese, vengono combattute prendendo come pretesto la battaglia contro il comunismo. Tale reazione, per altro, è non solo appoggiata ma rinfocolata dai finanziamenti alle forze repressive concessi dagli Stati Uniti.

Si tratta di difendere un ordine costituito di cui anche i vertici della chiesa locale sono stati parte fino alla svolta del Concilio Vaticano II voluto da papa Giovanni XXIII. Il rinnovamento dottrinale e pastorale della Chiesa determinato dal Concilio ha un generale riscontro nei Paesi dell'America Latina, anche se la presa di distanza dal potere politico da parte della gerarchia latinoamericana è graduale e non sempre condivisa da tutti i vescovi. Ci vuole qualche anno perché le riforme del Concilio Vaticano II vengano tradotte in quella "opzione per i poveri" proclamata dalla conferenza dei vescovi latinoamericani nel 1968 a Medellín (Colombia). Con questo evento di fondamentale importanza la chiesa latinoamericana dà una decisa svolta al modo di intendere la missione del buon cristiano. Se nella concezione tradizionale l'accento cadeva sugli atti di devozione e sul rispetto dell'autorità, dopo Medellín il fulcro dell'azione cristiana diventa la difesa della dignità umana, contro ogni oppressione, sfruttamento o disuguaglianza sociale. È da questi presupposti che prende le mosse la teologia della liberazione.

L'autore ritorna a più riprese sulla questione se e in che misura sia giustificata l'opinione, non solo dell'oligarchia dominante ma anche di molti vescovi, che la teologia della liberazione sia pericolosamente contigua al marxismo, se non addirittura marxista di per sé. I documenti e le testimonianze dimostrano, secondo l'autore, che esiste una fondamentale differenza fra i due concetti. Per il credente liberazione vuol dire sì riscatto dall'oppressione, ma sempre nella prospettiva della trascendenza, mentre il marxismo risolve tutto in termini di rapporti di forza fra le classi sociali e di ribaltamento della struttura economica capitalistica. Il tema della dignità e dei diritti dell'uomo è centrale nell'ottica del cristianesimo, mentre assume un significato meno importante nell'ottica di una dottrina come quella marxista che mette in primo piano la dimensione collettiva dell'emancipazione e lascia in ombra il motivo della conversione interiore. Senza questa premessa non si capirebbe perché, fra le decine di migliaia di vittime, autorità religiose catechisti e difensori dei diritti umani siano entrati nel mirino dei corpi paramilitari e dei settori più reazionari delle forze di polizia, con la sola colpa di aver promosso le innovazioni post conciliari.

Ricostruendo le vicende che hanno portato al sacrificio di tali eminenti figure, il testo si struttura in una sorta di martirologio. Nel passaggio da un capitolo all'altro, da un omicidio all'altro, si dipana un filo conduttore che mette in relazione fra di loro le vite sacrificate. Se lo scopo degli squadroni della morte è di intimidire le vittime, paradossalmente la determinazione dei resistenti si rafforza in modo proporzionale al moltiplicarsi delle stragi. Nessuna minaccia, nessun delitto riesce a farli recedere dalla loro battaglia per la giustizia e la verità. Anzi, quanto maggiori sono i misfatti compiuti nei confronti della popolazione e di se stessi tanto più si consolida la loro volontà di resistere. Il collante che tiene insieme le azioni di un martire con quelle di un altro e ne rafforza la motivazione è il Vangelo riletto alla luce dei documenti conciliari e delle encicliche dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI, in particolare la Pacem in terris e la Populorum progressio. La visione riformatrice che informa questi documenti trova in El Salvador un terreno fertile per la sua realizzazione, assodata la fame di giustizia che pervade la maggioranza della popolazione.

È in questo contesto che l'autore colloca il sacrificio di monsignor Oscar Romero. L'omicidio di Romero è il punto culminante di una strategia tesa ad annientare qualunque forma di opposizione colpendo coloro che vengono additati come i teorici della resistenza e i sobillatori delle masse contadine. In realtà né Romero né gli altri uomini di cultura o esponenti del mondo del volontariato si propongono come rivoluzionari o diretta parte in causa nella lotta politica. Essi sentono semplicemente il dovere inderogabile di farsi portavoce di superiori istanze etiche quali la giustizia, la dignità dell'uomo, la libertà, la fratellanza, valori da affermare col metodo della non violenza. Romero si propone non come rivoluzionario, ma semplicemente come promotore di giustizia che dialoga con tutti e si attira con ciò l'insofferenza degli estremisti di entrambe le parti. Il suo rimane un messaggio di pace, che però non si risolve in un generico "vogliamoci bene" ma si fonda su un attento esame dei reali motivi che impediscono la coesistenza pacifica e che perciò vanno rimossi.

Nella prospettiva cristiana dell'autore tutte le vittime della repressione sono da considerarsi martiri nel senso etimologico del termine, cioè testimoni di verità e giustizia. Ma non si pensi che il discorso abbia un tono apologetico, se mai si sforza di dare documentazione su quanto è successo e di fornire un'analisi storico critica dei fatti. In una prospettiva più ampia, potremmo conferire a questi testimoni il titolo di Giusti nel senso più ampio che questo termine ha assunto in questi ultimi anni.

Salvatore Pennisi

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