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​Le navi della speranza attraverso il Mediterraneo

la mostra al Memoriale della Shoah di Milano

Quella inaugurata il 10 aprile presso il Memoriale della Shoah di Milano con il titolo Navi della speranza Aliya Bet dall’Italia 1945-1948 (in esposizione fino a giugno) è il primo appuntamento in Italia della mostra allestita nell’ottobre 2016 al Museo di 'Eretz Israel' di Tel Aviv (dal titolo 'In risposta ad un capitano italiano') e ripercorre quegli anni che segnarono l'epopea della Aliya Bet, la seconda 'salita' verso la Terra Promessa. Curata da Rachel Bonfil con l'aiuto della ricercatrice Fiammetta Martegani, la rassegna è uno spaccato dell'avventura messa in atto per portare in maniera clandestina sull'altra sponda del Mediterraneo gli Ebrei sopravvissuti alla Shoah.

Il titolo della mostra di Tel Aviv riprende il titolo della poesia di Nathan Alterman, pubblicata sul quotidiano ebraico Davar il 15 gennaio 1946 e dedicata al capitano Ansaldo, che aveva pilotato la nave Hannah Szenes, salpata da Vado Ligure il 14 dicembre con 252 ebrei e approdata nella baia di Nahariya il 25 dicembre, eludendo la sorveglianza della Royal Navy. Quella poesia testimoniava l’epopea di decine di imbarcazioni che trasferirono illegalmente i profughi ebrei nella Terra Promessa e celebrava la riconoscenza ad una nuova Italia che, dopo l’infamia delle leggi razziali e della deportazione di cittadini italiani di origine ebraica verso i campi di prigionia e sterminio, si riscattava e aiutava le speranze di quei giovani ebrei nella realizzazione del loro sogno. Di questa complessa macchina - dall'acquisto di navi, all'odissea dei profughi ebrei oltre le Alpi e al loro sostentamento fino ai porti di imbarco, al viaggio in mare e all'arrivo a destinazione, spesso sfuggendo alla vigilanza britannica - fu grande organizzatrice Ada Ascarelli Sereni, moglie di Enzo, eroe di Israele, ucciso a Dachau dopo essere stato paracadutato nell'Italia settentrionale come ufficiale inglese per dare aiuto alla Resistenza e agli ebrei in trappola. Ada - che con il marito (entrambi romani) aveva fatto l'Aliya in Palestina nel 1927 – fu, insieme a Yehuda Arazi del Mossad, la mente e il cuore responsabile dell'operazione in Italia e riuscì a far raggiungere la terra di Israele a circa ventun mila ebrei. Erano loro a dare disposizioni precise agli ingegneri Mario Pavia e Gualtiero Morpurgo, progettisti della trasformazione delle imbarcazioni da pescherecci con scafi di legno - adatti a sfuggire alle mine che infestavano il Mediterraneo - in navi passeggeri.

La mostra ripercorre punto per punto gli avvenimenti: da quando gli ebrei scampati allo sterminio si raccolsero con l’aiuto dei militari della brigata ebraica sulle strade per varcare le Alpi, ai primi incontri questi al campo profughi di Tarvisio, dove essi appresero la realtà immane della Shoah, alle immagini dei campi per sfollati a Selvino, a Cinecittà, a Firenze, a Bari, a Nonantola e, soprattutto, alla storia di La Spezia, ribattezzata “porta di Sion”, dal migliaio e più di profughi ebrei che tra l'aprile e il maggio 1946 attuarono uno sciopero della fame per costringere gli inglesi a far partire le loro navi 'Dov Oz' (originariamente Fede) e 'Eliyahu Golomb'. Una vicenda che, dopo iniziali equivoci (si trattava pur sempre di persone con lingue simili al tedesco e provenienti dalla Germania) ebbe l’appoggio e la solidarietà della cittadinanza spezzina e dei sindacati appena risorti, con una risonanza internazionale.

Una sezione della mostra è dedicata al capitano di lungo corso Enrico Levi, l’unico ebreo nella Marina Militare italiana nel 1938. Con le leggi razziali dovette lasciarla, ma gli fu concesso di imbarcarsi nella flotta mercantile. Negli anni della guerra agì a favore degli ebrei riparati in Italia, nel 1944 si arruolò come ufficiale nella marina inglese, nel 1945 diventò capitano e alla fine del conflitto entrò nell’avventura cui è dedicata la mostra: fu lui a scovare l’imbarcazione che battezzerà Dalin, la prima a compiere l’Aliya Bet dall’Italia. Varata dai cantieri di Monopoli nell’agosto del 1945 alla presenza del card. Pietro Boetto[1], con 37 profughi salpò il 21.8.1945 e giunse presso Ghivat Olga, sulla costa della Palestina vicino a Cesarea. Il primo di numerosi viaggi per questo eroico capitano.

L’Italia ebbe quindi un ruolo primario in questa impresa di riscatto. “E ogni viaggio verso la libertà è anche un viaggio verso la Terra Promessa”, come scrive la curatrice Fiammetta Martegani nel catalogo della mostra. Un’avventura pericolosa, un bene possibile che incredibilmente si svolse con successo e senza vittime. Una ragione in più per visitare il Memoriale della Shoah di Milano in questi tempi di attraversamenti del Mediterraneo così imponenti, così tragici e gestiti dalla criminalità organizzata. Il Memoriale che ricorda il passato ha ospitato sinora più di ottomila profughi provenienti dalla Siria e dall’Africa, in cerca di un rifugio per proseguire verso l’Europa settentrionale come ha ricordato Roberto Jarach, presidente della Fondazione del memoriale.

Per ulteriori informazioni, consultare il sito http://www.memorialeshoah.it

Note:
[1] gesuita arcivescovo di Genova, fece sì che la Curia genovesefunzionasse a tutti gli effetti come la centrale della Delasem per la distribuzione degli aiuti internazionali agli ebrei nell'Italia del Centro-Nord durante tutto il periodo dell'occupazione tedesca, riconosciuto nel 2017 giusto fra le nazioni dallo Yad Vashem.

Carlo Sala, Commissione didattica Gariwo

13 aprile 2018

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