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Abraham "Buli" Yehoshua, lo scrittore dell’identità

di Francesco M. Cataluccio

“È come se noi ebrei ci trovassimo in una sorta

di labirinto in cui avanziamo, retrocediamo

e ci smarriamo alla ricerca della nostra stessa identità”.

Ricordando l’amico e collega Yehoshua, David Grossman, autore tra l’altro del capolavoro Vedi alla voce: amore (1986), ha scritto: Buli era un uomo sempre in movimento, svelto, irrequieto, instancabile, curioso, versatile. Ogni volta che ci incontravamo o parlavamo, percepivo il suo entusiasmo, il brontolio del suo cuore che talvolta si trasformava in un vero e proprio ruggito, caricando di intensità e di potenza quei nostri momenti, sia su un piano emotivo che intellettuale. Per decenni Buli ha arricchito le nostre vite. Con creatività infinita, con uno slancio letterario apparentemente senza sforzo, ci ha trasportato da una realtà ordinaria, consueta, quotidiana, persino banale, in luoghi immaginari, surreali e assurdi. Con un unico battito delle ali della fantasia ci ha mostrato quanto la realtà - soprattutto la nostra, qui in Israele - è surreale”. (Addio Buli Yehoshua, amico mio, La Repubblica”, 14 Giugno 2022).

Lo scrittore israeliano Abraham "Buli" Yehoshua (1936-2022) ha concentrato la sua scrittura e riflessione su due questioni: l’identità ebraica e i legami famigliari. Nell’intreccio, e spesso la sovrapposizione tra queste questioni, affrontate con passione, poesia, profonda sensibilità e tolleranza, sta la grandezza di uno scrittore che, assieme ad Amos Oz (scomparso nel 2019) e David Grossman ha fatto apprezzare la letteratura israeliana contemporanea nel mondo.

Nato a Gerusalemme da una famiglia d'origine sefardita (il padre, Yaakov Yehoshua, era uno storico, specializzato nella storia di Gerusalemme e la madre, Malka Rosilio, era giunta dal Marocco nel 1932), aveva fatto il militare dal 1954 al 1957, e si era laureato in Letteratura ebraica e Filosofia all'Università Ebraica di Gerusalemme. Trascorse lunghi periodi all’estero: visse a Parigi dal 1963 al 1967 e insegnò nelle Università Harvard, Chicago e Princeton. Appassionato sin da piccolo del libro Cuore di Edmondo De Amicis, che gli leggeva il padre, Yehoshua iniziò a scrivere nella convinzione che “lacrime e risate sono le vitamine della buona scrittura”. La sua produzione letteraria consta di undici romanzi e quattro raccolte di racconti (tradotti in una trentina di lingue). A questi vanno aggiunti sei volumi di saggi, tra i quali Elogio della normalità (1991), Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare (1996); Il labirinto dell'identità (2009).

La moglie Rivka, psicoanalista, con la quale ha avuto tre figli, ha accompagnato per tutta la vita le sue riflessioni e la sua scrittura attorno proprio alla questione dell’amore coniugale, che è al centro di quasi tutti i suoi romanzi. Secondo Yehoshua, non essendo fondato su un legame di sangue, deve essere continuamente, ogni giorno, rimesso in gioco nelle situazioni più diverse. Egli ritiene infatti che il rapporto di coppia sia il legame più difficile da "tenere in piedi" e perciò quello che va più approfondito. Nei suoi libri, i sentimenti amorosi, la religione e la fede, l’ideologia politica e la routine quotidiana si intrecciano nel contesto storico dello Stato d'Israele e del mondo ebraico. I suoi personaggi sperimentano in forme a volte drammatiche, spesso tormentate, la difficoltà di costruire relazioni umane autentiche che non si lascino incasellare nel pregiudizio o nell'intolleranza.

Ne L’amante (1977), il romanzo che lo rese popolare nel mondo, si racconta la storia di un doppio inseguimento. Come notò Pietro Citati recensendo il libro, il protagonista Adam avverte nella moglie un mistero: non sa chi sia la donna amatissima che gli giace accanto nel letto, e che sogna continuamente: la insegue senza raggiungerla mai. Insieme a lei insegue il suo amante: un gentile, assente, malinconico spettro ebraico, che forse incarna la perduta anima d’Israele. La figlia, Dafni, cogli occhi scintillanti e infantili, incarna il principio di realtà. Ma anche a lei sfugge qualcosa: il mondo arabo, che vive accanto e dentro Israele.

Dal punto di vista stilistico, molto significativo è il romanzo Il signor Mani (1990) dove Yehoshua mette in scena cinque dialoghi in cui di volta in volta una voce diversa ci guida verso i molti misteri di un intero popolo e di una famiglia animata dall’utopia della pace: da Efraim Mani (soldato israeliano di stanza in Libano nei primi anni Ottanta), al patriarca Abraham Mani, vissuto nell’Atene di metà Ottocento, questi uomini si interrogano se sia possibile, e si debba, annullare la propria identità. La stesa questione torna in Viaggio alla fine del millennio (1997), ambientato nel 999, che ci mostra il ricco mercante ebreo Ben-Atar che naviga da Tangeri verso Parigi, in compagnia delle due mogli, per raggiungere il nipote Raphael Abulafia, ex socio d’affari, e la sua nuova moglie, una askhenazita che disapprova la bigamia del mercante maghrebino. Due realtà inconciliabili (la solare sensualità del Sud e l’austero rigore europeo) entrano in conflitto, incarnandosi in due modi differenti di vivere, in due diversi codici di comportamento all’interno della comune fede ebraica.

Il suo capolavoro è forse Il responsabile delle risorse umane (2004), da cui è stato tratto l'omonimo film per la regia di Eran Riklis (2010).Un terrorista suicida si fa esplodere in un mercato di Gerusalemme. Una donna muore. Era straniera, viveva da sola in una squallida baracca di un quartiere di religiosi. Nessuno va a reclamare il suo cadavere all’obitorio del Monte Scopus. Eppure Julia Regajev aveva ancora formalmente un lavoro, come addetta alle pulizie in un grande panificio della città. Un giornalista senza scrupoli sfrutta il caso per imbastire uno scandalo e denuncia la «mancanza di umanità» dell’azienda, che non si è nemmeno accorta dell’assenza della dipendente. Tocca al responsabile delle risorse umane, spedito in missione dall’anziano proprietario del panificio, cercare di rimediare al danno d’immagine. Ma il viaggio verso la compassionevole sepoltura della donna si rivela per lui molto più importante di un’operazione di facciata nei confronti dell’opinione pubblica.

Il romanzo più intimo di Yehoshua, è Il tunnel (2018), dove l’ingegnere Zvi Luria, che è sempre stato affidabile e solido, un punto di riferimento per famiglia e amici, deve fare i conti col proprio inevitabile declino mentale. Come ci si comporta di fronte alla razionalità che lentamente svanisce, e la paura di morire, quella di pesare su la moglie e i figli? Una toccante meditazione sull’identità e sull’amore, sui gesti che è necessario compiere prima di congedarsi. Una vicenda intima e privata che s’intreccia a doppio filo con quella collettiva e politica del popolo palestinese e di quello israeliano, vicinissimi eppure così distanti dal trovare un modo per esistere insieme.

L’ultimo suo romanzo pubblicato (ma stava lavorando al successivo: Il terzo tempio), quasi un testamento, è stato ambientato in una città del nord Italia. In un colloquio con Wlodek Goldkorn, nel 2017, Yehoshua raccontò che stava lavorando ad un nuovo romanzo “sull'essere nonni e dell'incertezza della memoria”. La figlia unica (2021), ha come protagonista Rachele Luzzatto, figlia unica di una facoltosa famiglia ebraica. Curiosa e irrequieta, spiazzante osservatrice capace con i suoi commenti di ribaltare i luoghi comuni degli adulti, Rachele è però piuttosto confusa riguardo alla propria identità. Da un lato, per prepararsi alla cerimonia del suo Bat Mitzvah, deve impegnarsi nello studio della lingua ebraica, delle preghiere e dei precetti. Dall’altro, i suoi insegnanti la reputano adatta a interpretare il ruolo della Vergine Maria nella recita di Natale. A Rachele piacerebbe partecipare con i suoi compagni di scuola alla rappresentazione. Ma suo padre non può accettare che la ragazzina partecipi a quella recita cattolica. A confondere le idee di Rachele ci sono anche i racconti, avventurosi e terribili insieme, del nonno paterno, spacciatosi per prete per sopravvivere alle persecuzioni durante la seconda guerra mondiale; le convinzioni della nonna materna, atea dichiarata, o la fervente fede di suo marito, cattolico devoto.

Yehoshua è sempre stato impegnato in politica, come ha ricordato anche Grossman: “Buli era consapevole delle nostre carenze, dei nostri fallimenti e di quelli dei nostri vicini-nemici. Per più di sessant'anni ha formulato i principi fondamentali del conflitto ma soprattutto, al di là delle parole, ha trasmesso la forza di non disperare, di non arrendersi, di riesaminare le proprie idee, di mostrarci sospettosi nei confronti di noi stessi quando la narrativa nazionale dimenticava che la nostra è una storia umana congelata che deve essere ripetutamente sciolta”.

Il suo modo di polemizzare in modo irruento, senza peli sulla lingua, cozzava con la sua natura dolce e affettuosa. Le opinioni antidiaspora di Yehoshua hanno spesso irritato gli ebrei all'estero. Più volte ha affermato che una vita ebraica completa era possibile solo nello Stato ebraico e che coloro che vivevano altrove si limitavano a "giocare con l'ebraismo". Per decenni, a partire dal 1967, Yehoshua ha criticato apertamente l'occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Non si è mai sottratto alla politica di partito come membro attivo del Partito Laburista e successivamente di Meretz, ed è stato anche membro del consiglio pubblico del gruppo per i diritti umani B' Tselem. Nel corso degli anni, Yehoshua ha ripetutamente protestato contro l'espansione degli insediamenti e l'annessione, dichiarando che "uno Stato binazionale è un modo sicuro per uccidere la nazione israeliana". Un netto cambiamento nelle sue opinioni è diventato evidente in tarda età. Nel 2016, Yehoshua ha iniziato a sostenere la concessione dello status di "diritti fondamentali" ai 100.000 palestinesi che vivono nell'Area C in Cisgiordania, "che si confrontano con l'occupazione israeliana, affrontando sia l'esercito che i coloni". In quel periodo, ha anche iniziato a dubitare pubblicamente della fattibilità di due Stati, con Israele che si adopera per impedirla, il "mondo arabo che cade a pezzi e si disintegra in sanguinose guerre civili" e gli Stati Uniti e l'Europa che non riescono "a forzare la soluzione dei due Stati da entrambe le parti".

Nel 2018, Yehoshua voltò ufficialmente le spalle alla difesa dei due Stati, pubblicando un dettagliato manifesto su “Haaretz” in cui presentava i contorni dei passi "alternativi" che riteneva dovessero essere intrapresi sulla base della realtà che "non è più possibile dividere la Terra d'Israele in due Stati sovrani separati", aggiungendo che "la possibile partizione di Gerusalemme in due capitali separate con un confine internazionale tra di esse sta diventando sempre più insostenibile". Così Yehoshua, seppure contraddittoriamente, ha sognato fino all’ultimo uno stato dove ebrei e arabi potessero convivere: “L'identità ebraica (qualunque cosa significhi) esiste da migliaia di anni come una piccola minoranza tra persone grandi e potenti, e non c'è motivo per cui non dovrebbe persistere in uno stato israeliano nonostante ci sia una minoranza palestinese molto grande, al punto che potrebbe essere chiamata uno stato binazionale. Nel 1976 non c'era un solo palestinese a Gerusalemme, la capitale di Israele, mentre ora vi vivono circa 300.000 palestinesi. L'identità ebraica di Gerusalemme è diminuita o aumentata? Molti direbbero che l'identità ebraica di Gerusalemme è solo aumentata, e certamente non diminuita. Prima del 1967 Israele era anche un paese con una grande minoranza palestinese, con diritti speciali propri. I palestinesi non sono né lavoratori migranti africani né rifugiati siriani; sono nativi di questo paese, che risalgono a generazioni fa. La maggior parte di loro conosce l'ebraico e comprende e partecipa ai codici culturali israeliani. Con loro potrebbe essere creata una partnership reciprocamente vantaggiosa. Non mi aspetto la visione di pace dei profeti che non è mai esistita nella storia ebraica, ma piuttosto uno status quo umano che fornisca cittadinanza a tutti”.

Francesco M. Cataluccio

Analisi di

17 giugno 2022

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