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Adolf Hitler, “Se questo è un uomo”

di Vincenzo Pinto

Il 20 aprile del 1889 nasceva a Branau am Inn, in Alta Austria, Adolf Hitler. Il personaggio non ha bisogno di presentazioni: è stato, per poco più di un decennio, il capo politico di un Paese che ha portato l’Europa sull’orlo del baratro. Di fatto, l’Europa come potenza politica su scala globale è finita dopo la Seconda guerra mondiale. Con essa, anche l’idea di superiorità “morale” del mondo occidentale sul resto del mondo è definitivamente tramontata. Insieme al suo alter ego georgiano, il leader comunista Josif Stalin, Hitler è stato il primo responsabile politico del massacro di decine di milioni di persone (benché su scala temporale più ridotta), nel suo vano progetto di distruggere la vita, le sue bellezze, le sue innumerevoli manifestazioni, per imporre un’ideologia totalitaria che liberasse l’uomo dai suoi peccati, dalla sua coscienza. È responsabile in prima persona della morte di milioni di ebrei, oppositori politici, “asociali”, disabili, omosessuali e religiosi. Questo è ciò che ha prodotto il suo progetto, sostenuto da milioni di concittadini tedeschi (e non solo), suoi “volenterosi carnefici”. Questo è ciò che è stato. Questo è ciò che non potrà mai essere cancellato.

Se, per un momento, passiamo dai fatti alle interpretazioni, notiamo che ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni dalla sua morte, non esiste - né, probabilmente, ci sarà mai - una memoria condivisa sulla sua figura e sul suo operato. Lasciando da parte i nostalgici del nazismo, i conflitti più importanti esistono in seno a coloro che strumentalizzano, a torto o a ragione, la sua figura a sostegno della propria appartenenza o sensibilità politica. Ci sono gli storici “oggettivi” dell’età contemporanea, che si dividono fra i “burocratici” (“i funzionalisti”) e i “leaderisti” (gli “intenzionalisti”)[1]. Ci sono gli storici altrettanto “oggettivi” del conflitto mediorientale, che si dividono anche in questo caso tra i “germanofili” (la “soluzione finale” quale progetto interamente hitleriano) e gli “arabofobi” (la “soluzione finale” fu imbeccata dal Gran Muftì di Gerusalemme). Gli storici di sinistra, forti della loro posizione culturale egemone (nel mondo occidentale, di fatto, la storia postbellica è stata in larga parte scritta in base al paradigma del “primato della politica interna”), tendono a sposare le prime posizioni. Gli storici di destra, forti di un maggiore sostegno politico fra il pubblico meno colto (e del paradigma del “primato della politica estera”), tendono a spostare le responsabilità sulle “circostanze di guerra” e sugli uomini. I due campi in questione non sono neutri e oggettivi, perché, nella storia contemporanea, è il potere politico a delimitare l’uso pubblico e pedagogico della storia. I fatti reali, quindi, benché tali, possono diventare “stati di cose”, “processi” ed “eventi”, che, a loro volta, diventano “interpretazioni” o, nell’arena politica, “opinioni”, paradossi e così via. I morti del nazismo (e, più in generale, di ogni causa politica) assumono un colore emotivo, come nel caso del camaleonte. Di qui si passa al “fascismo” eterno o al “comunismo” altrettanto eterno, fantasmi senza velo che spopolano nei dibattiti pubblici e che costringono gli storici a “prendere posizione”.

Di fronte a una figura tuttora controversa e che, come abbiamo detto, probabilmente lo resterà per sempre, ha senso diffondere pubblicamente la sua principale opera, il Mein Kampf? È utile per la “vita” della democrazia di oggi? La mia battaglia è l’autobiografia di Adolf Hitler pubblicata, in due volumi, tra il 1925 e il 1926. Il primo volume (Un resoconto) è sostanzialmente la biografia della sua vita sino al fallito putsch del novembre 1923. Il secondo (Il movimento nazionalsocialista) analizza la genesi, lo sviluppo e la “necessità” storica del socialismo nazionale (è bene che s’inverta l’uso dell’aggettivo e del sostantivo, per meglio comprendere la natura del progetto ideologico hitleriano). Il Mein Kampf, che conobbe circa venti edizioni tra il 1925 e il 1945 (fu molto letto e apprezzato dai lettori tedeschi, in special modo il primo volume biografico), non venne più pubblicato dopo la fine della guerra, perché i diritti di autore furono detenuti dal Land di Baviera sino al 2015 (al compimento dei settant’anni dalla morte dell’autore, in assenza di suoi eredi diretti). Il libro ha continuato a circolare liberamente in edizioni clandestine o più o meno legali (in Italia, per esempio, se ne contano una decina), pubblicate in prevalenza da editori politicamente schierati a destra (come “Sentinella d’Italia e “AR”) e da piccoli editori disposti a “far cassa”[2]. L’unica eccezione è rappresentata da Kaos Edizioni che, contravvenendo al divieto del Land di Baviera, pubblicò un’edizione italiana nel 2002 a cura del politologo Giorgio Galli. L’edizione di Kaos, corredata da un buon apparato critico e da una buona revisione dell’edizione originale della Bompiani, è stata pubblicata (secondo l’autorevole giudizio di Gianfranco Maris, ex presidente dell’ANED) per tre motivi: il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù o ogni censura, la storicizzazione del testo, la denuncia delle rimozioni e delle mistificazioni[3].

Questi tre buoni motivi sono stati in parte alla base del progetto da parte dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco-Berlino, avviato nel lontano 2009 per merito di Andreas Wirsching, di pubblicare la prima edizione critica del Mein Kampf in Germania alla scadenza del divieto, cioè nel gennaio 2016[4]. L’opera, che, com’era da immaginarsi, ha avuto un travaglio politico molto faticoso (nel 2012 il presidente del Land bavarese Seehofer decise di tagliare i finanziamenti dopo un viaggio in Israele; nel 2014 la conferenza dei ministri della giustizia dei Land tedeschi aveva espresso l’intenzione di prolungare il divieto di pubblicazione), è volutamente un’analisi minuziosissima di qualsiasi affermazione contenuta nei due volumi: vuole “smascherare” l’apologia hitleriana del nazismo, la sua auto-rappresentazione assolutoria, paranoica e sociopatica[5]. I brevi saggi critici, posti in calce al primo volume, storicizzano la redazione dei due tomi e cercano di sviscerarne l’utilizzo dei lessemi, le influenze culturali e politiche, gli aspetti tipografici e così via. I due tomi di circa 2.000 pagine, corredati da sinossi, indici, bibliografie e, soprattutto, da un imponente apparato di note (circa 4.000, un vero libro “a piè di pagina”), hanno visto la partecipazione di un’equipe di studiosi tedeschi e internazionali, perché era chiaro sin dal principio che la “Bibbia” del nazionalsocialismo avrebbe dovuto essere restituita alla “realtà” e sottratta al “mito”. L’operazione, nella misura in cui sia possibile razionalizzare il mito ancorandolo alle “parole” (come avrebbe detto Furio Jesi)[6], è riuscita. E oggi appare come uno dei testi più venduti (non letti) in Germania[7]. Certo, non sono mancate le critiche di una parte del mondo degli studiosi (come lo storico Wolfgang Benz, che, a vario titolo, ha sostanzialmente ritenuto inutile il lavoro dell’Istituto di Monaco)[8]. Ma la domanda è: il grande malato è ancora vivo? La Germania è “passata” al vaglio della storia occidentale? Ha passato il suo passato? E il resto dell’Europa?

A leggere ciò che si è scritto in Italia dal dicembre scorso sull’edizione critica, parrebbe sostanzialmente di no. In Germania sono anni che si discute sull’uso didattico o meno di libri “maledetti” come il Mein Kampf (adeguatamente indirizzato dai docenti), per combattere fenomeni più recenti, come la paura del diverso, l’integrazione degli immigrati maghrebini, l’islamofobia e, in generale, la via “populistica” alla soluzione dei problemi politici. In Italia il dibattito si è limitato a constatare (come ha fatto, per esempio, Davide Brullo su “Linkiesta”) la libera circolazione del libro in edizioni clandestine oppure la sua gratuita “scaricabilità” dalla rete[9]. Alcuni hanno sollevato riserve sull’utilità di un’edizione critica così imponente e difficilmente maneggiabile per i non addetti ai lavori (obiezioni, peraltro, plausibili per ogni libro di analoghe dimensioni e di analoga importanza storica). Alcuni eminenti opinionisti (come l’italianista Carlo Ossola) bocciano il libro in quanto “pericoloso” per la democrazia, di fatto avallando il ricorso alla censura e ad altri strumenti per la “difesa dello Stato”[10]. Altri eminenti studiosi di questioni ebraiche (come Claudio Vercelli su “Doppiozero”) hanno puntato il dito sulla “visione magica” e autoreferenziale dell’autore, rilevando l’importanza della critica sulla censura[11]. Alcuni editori ebrei (come Daniel Vogelmann) hanno espresso un favore di massima[12]. La maggior parte degli opinionisti di sinistra si sono confrontati sul tema della pubblicabilità, che è un po’ come discutere sulla “moralità” della politica o sulla bontà di certe espressioni democratiche (la libertà di parola e di espressione esistono, fino a sanzione contraria). Pochi si sono chiesti se sarebbe stato giusto trattare allo stesso modo i lavori di altri leader sanguinari del secolo trascorso che circolano liberamente da sempre in Italia (dai comunisti sovietici a quelli cinesi). Perché il problema è, per l’appunto, la “moralità” del nazismo e, più in generale, di ogni fenomeno politico.

Ma il vero problema alle spalle del tema della censura o della fruibilità di questi testi è se sia giusto o meno dare un volto al “carnefice”; e questo è un tema che fa molta paura, specialmente ai difensori della “razionalità”. Leggere il Mein Kampf è operazione ardua, perché il libro è lungo, stratificato, difficile, carsico e ridondante. I suoi difetti, però, lo rendono una macchina mitologica perfettamente funzionante. È un “libro analogico” per un pubblico di ascoltatori, non di lettori. Non fa pensare, ma fa “immaginare”. La sua funzione non è quella di convincere con argomentazioni logiche e fattuali alcune migliaia di adepti a entrare a far parte della “rivoluzione ariana” (non ne hanno bisogno), ma quella di conquistare l’animo dei suoi lettori-uditori, promettere un mondo migliore, salvarli dalla “realtà”, dalle storture democratiche e liberali, in vista di un “vero socialismo”. E questo le “parole” non possono farlo, se non in minima parte. Lo fanno le immagini, lo fa la parola detta, lo fa l’uomo che le dice, il suo corpo, il suo sguardo, i suoi gesti. Ha ragione Claudio Vercelli quando parla di apologia sulla realtà, non della realtà: il Mein Kampf non difende il nazionalsocialismo, ma è la realtà nazionalsocialista, fondendo hegelianamente realtà e razionalità, liberandole dalla scissione cartesiana moderna in vista del recupero di un’unità perduta. È naturale che questo circolo ermeneutico chiuso faccia paura, e non potrebbe essere altrimenti. Tutto ciò che non ha bisogno di spiegazioni, che è in “in sé”, diventa qualcosa di intoccabile, di perturbabile, di ineluttabile. È qualcosa che c’è e che non può non esserci. Non avviene, non si apre, non è il “nulla” dell’evento mondano, del cambiamento. Una volta che è lì, o lo si coglie oppure – come dice Ossola recuperando la metafora del peccato originale – va gettato via come “mela marcia”.

Il carnefice va solo descritto per metterne in mostra le nefandezze (come sostengono Daniel Goldhagen, Jan Gross e, in Italia, Simon Levis Sullam)?[13] Oppure ha realmente diritto di parola in una società autenticamente aperta e democratica? Può fuoriuscire dai suoi circoli iniziatici? Può emergere dalle “fogne” come i ratti (avrebbe detto Camus in una strana reversione del mito)? I topi del sottosuolo sono vittime del loro destino? Quel carnefice lì, Adolf Hitler, è definitivamente consegnato al passato? La risposta è no. E, peraltro, quale mito è effettivamente passato, fuori moda, inerte, indifferente ai tempi umani, in un’epoca in cui tutto è presente a se stesso? Lo vediamo ancora oggi in tante piccole isterie quotidiane, dall’appello contro i “poteri forti” al richiamo ai valori “sani” del popolo contro i banchieri e i finanzieri internazionali, dalla critica alla corruzione politica al perbenismo di fronte alle stragi di innocenti. Lo vediamo, soprattutto, nella ricerca di una purezza “politica”[14], nell’uso della propaganda antisemita da parte dell’antisionismo[15]. Lo vediamo nella rabbia, nel risentimento e nei pugni chiusi di tante persone che provano a reagire a un destino di umiliazioni, di sofferenze e di ingiustizie. Quali diritti hanno? Cosa vogliono? Cosa fanno? Si meritano o no ciò che hanno? In quale realtà “vivono”? Riusciamo a capirla? Cosa c’entra con la nostra? Il carnefice è anche vittima e, molto probabilmente, tornerà a esserlo, in una spirale senza fine. Questo è un buon motivo per non dargli più la parola, per difendere la libertà di coscienza a scapito del suo diritto all’esistenza? Deve restare nel “sottosuolo”? La migliore lezione che è possibile impartire ai “carnefici” sta nelle belle parole della poesia di Primo Levi, che si rivolge a tutti gli umiliati e agli offesi di ogni tempo e di ogni paese (gli ebrei e non solo loro), affinché abbiano la forza e la dignità di rialzarsi, di aprire i pugni, di prendersi per mano e di avviarsi sul cammino della vita:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Note:

[1] Le due posizioni storiografiche non necessariamente riflettono le aree politiche di afferenza degli storici, anche se è possibile sostenere che i funzionalisti siano posizionati generalmente nell’area progressista e gli intenzionalisti in quella conservatrice. Tra i principali funzionalisti vanno annoverati Raul Hilberg, Christopher Browning, Hans Mommsen, Martin Broszat e Zygmunt Bauman; fra i principali intenzionalisti, invece, Andreas Hillgruber, Karl Dietrich Bracher, Saul Friedländer, Klaus Hildebrand e Richard Breitman.

[2] Per una lista sommaria delle varie edizioni italiane postbelliche (e tutte illegali) si veda la pagina di wikipedia.it: https://it.wikipedia.org/wiki/Mein_Kampf. A questo riguardo si veda F. Germinario, Goebbels & Co. I cattivi maestri che piacciono agli italiani, “Origami”, 7, dicembre 2015.

[3] Cfr. Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler. Le radici della barbarie nazista, a cura di G. Galli, Milano, Kaos Edizioni, 2002.

[4]http://www.ifz-muenchen.de/aktuelles/themen/edition-mein-kampf/.

[5] A. Hitler, Mein Kampf. Eine kritische Edition, a cura di C. Hartmann, t. Vordermayer, O. Plöcklinger, R. Töppel, Monaco-Berlino, Istituto di storia contemporanea di Monaco-Berlino, 2016, 2 voll.

[6] Cfr. F. Jesi, Cultura di destra. Con tre inediti e un’intervista, a cura di A. Cavalletti, Roma, Nottetempo, 2011. Su Furio Jesi si veda E. Manera, Furio Jesi. Mito, violenza, memoria, Roma, Carocci, 2012.

[7]http://www.morgenpost.de/wirtschaft/article207430215/Hitler-Mein-Kampf-fuehrt-erstmals-die-Bestsellerliste-an.html.

[8]http://www.zeit.de/2016/03/adolf-hitler-mein-kampf-neuedition-bewertung.

[9]http://www.linkiesta.it/it/article/2016/01/12/lirresistibile-passione-italiana-per-i-libri-di-hitler/28839/.

[10]http://www.origamisettimanale.it/2015/12/18/speciali/origami/perch-il-mein-kampf-non-va-pubblicato-OA1wlDAicIlUtyxb9K3PsL/pagina.html.

[11]http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/prescrizione-e-reificazione.

[12]http://moked.it/blog/2016/01/22/mein-kampf-dibattito-ancora-aperto/.

[13] D. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Milano, Mondadori, 1997; J.T. Gross, I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia, Milano, Mondadori, 2002; S. Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 2014.

[14] Cfr. D. Bidussa, I purissimi. I nuovi vecchi italiani, Milano, Feltrinelli, 2014.

[15] Il tema è particolarmente divisivo, soprattutto nell’opinione pubblica occidentale: alcuni sostengono che l’antisionismo non sia antisemitismo, ma solo critica allo Stato di Israele; altri che l’antisionismo e l’antisemitismo siano la stessa cosa. Gli uni tendono a distinguere la propaganda (antisemita) dall’oggetto della loro propaganda (antisionista), gli altri tendono a sovrapporre i due concetti. Non esiste ancora oggi un lavoro capace di abbracciare e analizzare in maniera spassionata questo difficile nodo politico e culturale.

Analisi di Vincenzo Pinto, direttore Free Ebrei

20 aprile 2016

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