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Ahmed Davutoglu in Armenia

di Pietro Kuciukian

Ammettere che le deportazioni di centinaia di migliaia di armeni in Turchia nel 1915 sono state “disumane” e che è necessario avere una “just memory”, come ha fatto il 12 dicembre il responsabile della diplomazia turca - in visita a Yerevan per il vertice della Cooperazione Economica del Mar Nero - è sicuramente una notizia positiva nel quadro di una situazione di stallo che non vede la ripresa di accordi di normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Turchia dal 2009.

E lo è ancor più se consideriamo l’ostinazione con cui il governo turco ha negato, sino ad oggi, il genocidio del popolo armeno del 1915 ad opera dei Giovani Turchi. Una “just memory”, ha chiarito il ministro turco, significa che “noi dobbiamo conoscere i fatti” e il governo turco “non approva in alcun caso le deportazioni”. Un segnale di possibilità di dialogo, e sicuramente del tentativo di una politica estera regionale di distensione da parte della Turchia dopo le crisi e le tensioni degli ultimi anni seguite al conflitto siriano.

Tuttavia non possiamo permetterci di condividere la soddisfazione e l’ottimismo espresso dal ministro turco ai giornalisti a seguito dell’incontro con il ministro degli esteri dell’Armenia, Eduard Nalbandian. Se tra i pilastri del “dialogo forte”, come lo ha definito Davutoglu, è stata posta la questione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian per il problema del Nagorno Karabagh, siamo di fronte a scelte di politica estera anomale, che pongono ancora una volta ostacoli insuperabili al percorso della distensione e normalizzazione tra i due paesi.

Da parte nostra, la scelta è di continuare a combattere con gli strumenti della cultura e della conoscenza; di cercare di rinforzare il dialogo con quella parte della società civile che lavora per costruire una società più giusta, rispettosa dei diritti umani e della verità storica; di continuare a cercare le storie dei giusti affinchè un giorno la Turchia possa essere orgogliosa dei suoi giusti, di quei giusti ottomani che all’epoca del genocidio del 1915 hanno salvato, soccorso, difeso le vittime innocenti e che oggi hanno il coraggio di testimoniare la verità, pagando di persona.

La speranza, che è anche un obiettivo, è di fare in modo che non vengano più eretti monumenti ai carnefici, ma monumenti ai giusti, e che Ankara diventi la capitale del “Giardino dei Giusti Ottomani”.

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

Analisi di Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

17 dicembre 2013

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