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Amos Luzzatto, un mondo che non c'è più

di Anna Foa

E così anche Amos Luzzatto non c’è più. Ogni volta che ci viene a mancare uno di questi grandi, espressione di un passato perduto forse definitivamente, abbiamo la sensazione di sentirci più soli, più isolati, più estranei al mondo in cui viviamo. Amos Luzzatto era innanzitutto un ebreo (ma chissà se si sarebbe sentito d’accordo su questo“innanzitutto”?): nipote del rabbino Dante Lattes, esponente di spicco del sionismo italiano, discendente diretto di Samuel David Luzzatto, uno dei maggiori rappresentanti della Scienza del Giudaismo in Italia, figlio di un antifascista manganellato e perseguitato dal regime, cacciato dascuola nel 1938, emigrato ragazzo nella Palestina del mandato inglese fra il 1939 e il 1946, studioso di grande valore, medico nella migliore tradizione ebraica, guida indiscussa del mondo ebraico di Venezia, la sua città, per due mandati presidente dell’UCEI, fra il 1998 e il 2005. 

Era anche un uomo per cui la politica era un dovere e un impegno che considerava strettamente collegato al suo essere ebreo: la sua battaglia per le minoranze era rivolta a tutte le minoranze, non solo agli ebrei, l’ebraismo era un’apertura verso il mondo, non una chiusura all’interno. Gli ebrei dovevano essere l’avanguardia nella lotta per l’uguaglianza, diceva. E cercava nella Bibbia e nei testi rabbinici le radici delle istanze di giustizia e di uguaglianza. Attentissimo al dialogo con le altre religioni, era di casa a Camaldoli, ai colloqui ebraico-cristiani. A ottant’anni si definì nel sottotitolo della sua autobiografia “ebreo di sinistra”, coraggiosamente. Era, nella sua attenzione al mondo ebraico italiano, sempre volto a analizzarne le specificità, le particolarità. Per lui, l’ebraismo italiano era un mondo a sé rispetto al resto dell’ebraismo europeo. Ma era anche attentissimo ai rapporti della diaspora con Israele, ai nessi che voleva strettissimi tra questi due mondi sempre più separati. 

Quando era presidente dell’Unione delle Comunità gli toccò accompagnare Gianfranco Fini nella sua famosa visita a Yad Vashem. Lo fece con coraggio e intelligenza, pur fra mille dubbi, soprattutto riguardo alle ricadute della svolta di Fini sul suo partito. Era anche, e forse soprattutto, uno studioso rigoroso, creativo, un intellettuale rifinito, in grado di maneggiare tante lingue, di studiare contemporaneamente i testi sacri e le vicende complesse della politica. Laico, si ispirava all’esempio di Leibowitz, di Martin Buber e naturalmente di Dante Lattes. Con il crescere dell’antisionismo nella sua sinistra, volgeva ad Israele uno sguardo affettuoso e vigile, difendendone l’esistenza e i principi. Per lui, Israele esportava valori in cui si riconosceva. Ma era essenzialmente un ebreo della diaspora, di quella diaspora che aveva dato al mondo tanti giganti della cultura, della scienza, della filosofia. Quello era il suo mondo, un mondo che non c’è più.

Anna Foa, storica

Analisi di Anna Foa, storica

11 settembre 2020

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