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Antisemitismo: perché ha ragione Liliana Segre

di Gabriele Nissim

Due importanti questioni politiche sono emerse alla vigilia del Giorno della Memoria, che nei prossimi mesi segneranno il dibattito culturale attorno al tema complesso dell’antisemitismo.
Prima di tutto l’approvazione da parte del governo italiano della definizione di antisemitismo promossa dell’IRHA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto.

Fra tutti i temi ricordati sugli antisemiti del nostro tempo, senza dubbio il più rilevante è la messa in discussione della legittimità dello Stato d’Israele.
Da anni è noto che molti nel mondo arabo, ma anche in un linguaggio politico in una parte della sinistra, hanno presentato la parola sionismo come simbolo del razzismo. Le prime campagne antisioniste cominciarono nei Paesi comunisti che accusavano gli ebrei di doppia fedeltà - come accadde nel 1968, con l’epurazione degli ebrei dalle file del partito in Polonia, o nei processi staliniani, dove la parola sionismo indicava un complotto dell’imperialismo ebraico, complice della reazione internazionale.
Poi, con la nascita d’Israele, la parola “sionismo” ha assunto un valore dispregiativo ed è diventata il simbolo della spogliazione della terra palestinese da parte degli ebrei. L’obiettivo dichiarato di molti Stati arabi e di organizzazioni terroristiche, soprattutto negli anni Cinquanta, era la distruzione della identità sionista.
In questo modo si è messo in discussione il diritto all’esistenza di Israele e gli ebrei nel mondo, sostenitori dello Stato ebraico, sono stati bollati come sionisti.
Per certi versi è diventato quasi normale accusare gli ebrei per la politica di Israele e nella mia esperienza molte volte mi è stato chiesto, in quanto ebreo, di dissociarmi da tale politica. Mi ricordo come nel ‘68 la nuova sinistra chiedeva agli ebrei di appoggiare la creazione di uno stato palestinese che si sostituisse a quello ebraico.

Giustamente la definizione dell’IRHA rompe ogni ambiguità e chiede agli Stati e all’opinione pubblica di considerare come una nuova forma di antisemitismo chi nega pubblicamente il diritto all’esistenza di Israele.
A nessuno verrebbe mai in mente di mettere in discussione l’esistenza dell’Iran, dell’Arabia Saudita, della Cina, nonostante questi Paesi violino pesantemente i diritti umani. Questo stigma vale soltanto nei confronti dello Stato ebraico ed è una vergogna che nei rapporti internazionali sia tollerata una discriminazione nei confronti degli israeliani. Oggi per esempio in Libano o in Iran chi ha un rapporto di qualsiasi tipo con un israeliano viene considerato per legge un traditore e decine sono i casi di atleti arabi a cui le federazioni impediscono qualsiasi competizione con uno sportivo dello Stato ebraico.
Se poi un turista ha sul suo passaporto un timbro di Israele non ha il diritto di visitare molti Paesi e viene considerato un agente del sionismo.

Si capisce dunque che questa risoluzione, se venisse applicata con coraggio (anche se personalmente ne dubito) potrà avere un effetto molto importante nel dibattito politico. È forse il primo passo perché si comprenda con chiarezza che l’accusa di sionismo è diventata un modo per dichiararsi antisemiti senza dirlo esplicitamente.
Naturalmente è tutt’altra cosa, come sostiene del resto la risoluzione, avere il diritto di criticare la politica dello Stato ebraico, come avviene per tutti gli Stati. Non è antisemita chi appoggia la sinistra israeliana, chi si batte per una soluzione alla questione palestinese, chi si adopera per una politica di pace in Medio Oriente. Chi considera ogni critica ad Israele come una forma di antisemitismo mi ricorda il vecchio metodo dei comunisti, in cui ogni volta che qualcuno parlava di diritti umani nei Paesi dell’est veniva bollato come un pericoloso reazionario. Il valore positivo della critica è alla base di uno Stato democratico. Chi per motivi ideologici lo vorrebbe impedire, magari preso da un eccesso di amore, non si accorge che ha una visione totalitaria dello Stato ebraico e lo confonde con l’Unione Sovietica.

Il secondo tema di discussione riguarda la questione della peculiarità dell’antisemitismo e il suo legame con il razzismo. Il dibattito è emerso alla vigilia del convegno sull’antisemitismo organizzato da Matteo Salvini, quando la senatrice Liliana Segre ha declinato la sua partecipazione facendo intendere con molto garbo che la lotta all’antisemitismo non dovesse essere disgiunta da una posizione molto chiara nella battaglia contro il razzismo. Una parte del mondo ebraico, che ha sostenuto invece l’iniziativa, ha ribadito la necessità di non confondere i pregiudizi contro gli ebrei da quello nei confronti di altre minoranze, poiché gli ebrei nel corso dei secoli sono sempre individuati come l’elemento corruttivo dell’umanità e sono accusati di volta in volta di una cosa e del suo contrario: sono facoltosi capitalisti, o comunisti che vogliono distruggere il capitalismo; sono cosmopoliti che minano le identità, o al contrario nazionalisti che non voglio la pace con gli arabi; sono troppo ricchi che sfruttano gli altri o sono invece poveri che succhiano le ricchezze degli altri. Sono dunque il capro espiatorio di tutta l’umanità e quindi lo stigma che ricade sugli ebrei è superiore a quello che capita alle altre minoranze.
Quindi, per alcuni intellettuali del mondo ebraico, è necessario fare una alleanza con chiunque si dichiari disponibile alla lotta all’antisemitismo, poiché il male che colpisce gli ebrei rappresenta sempre la deriva fondamentale. Dunque Liliana Segre avrebbe commesso un errore nel non accettare l’invito di Salvini, nonostante tutte le sue ambiguità.

In realtà è proprio la natura complessa e specifica dell’antisemitismo come termometro morale della società che dovrebbe invitare a ragionare in un modo differente.
L’antisemitismo si riproduce nella storia ogni volta che Stati o movimenti politici creano i meccanismi della cultura del nemico e fomentano una distinzione fantasiosa tra “un noi e un loro”.
È accaduto con il fascismo italiano, che prima creò un regime totalitario colpendo gli oppositori politici e poi nel ‘38 varò le leggi razziali; è accaduto nel comunismo, che prima eliminò i cosiddetti nemici del popolo e poi negli anni Cinquanta cominciò poco prima della morte di Stalin la persecuzione degli ebrei; si è ripetuto oggi nei regimi fondamentalisti di matrice islamica, che dopo avere messo all’indice gli “infedeli” hanno cominciato come l’Iran le campagne antisioniste. Potrebbe presto accadere con i movimenti nazionalisti e illiberali in Europa, come già si intravede in Ungheria e in Polonia, dove la nuova cultura della difesa etnica contro i migranti e la contaminazione islamica fa di nuovo emergere un discorso antisemita.
Accade persino nel tifo calcistico, quando gli ultras più fanatici usano l’antisemitismo per discreditare la squadra avversaria. Dai cori contro i neri si passa ad insulti antisemiti.

Per questa dinamica complessa, che prima o poi fa degli ebrei il capro espiatorio simbolico di tutti i movimenti nascenti che si alimentano con l’antagonismo contro i nuovi nemici, la battaglia contro l’antisemitismo non può essere mai disgiunta da un impegno morale più generale nei confronti di ogni possibile deriva nella società.
Non vorrei esagerare, ma se un ebreo vuole difendersi e salvaguardare la sua libertà deve rimanere in allerta ogni volta che appaiono dei fenomeni negativi, anche se non lo riguardano da vicino.
Ha quindi ragione Liliana Segre a farsi paladina della lotta contro l’odio e il razzismo, non solo perché ogni essere umano responsabile non dovrebbe rimanere in silenzio, ma anche perché in quanto ebrea ha compreso che questo odio se non viene prima o poi boccato avrà delle conseguenze anche per la sua gente. È un tragico destino che costringe un ebreo ad assumersi una responsabilità verso il mondo per salvaguardare se stesso.
Sbaglia dunque chi crede che l’antisemitismo e il sovranismo, che apre la strada all’odio etnico, nascano in mondi differenti. Il primo sembra più grave e scandaloso, ma è dal secondo che nascono poi i fantasmi peggiori. 

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

22 gennaio 2020

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