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Auschwitz non finisce mai

di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

L’intervento di Gabriele Nissim in occasione del quinto GariwoNetwork “Prevenire i genocidi con l’esempio dei Giusti”. Qui laversione video

Milano, 23 novembre 2021

Viviamo in un mondo pericoloso che ci spinge a ripensare la sfida di Gariwo e il ruolo dei Giardini dei Giusti nella società.

Siamo chiamati a una grande responsabilità, che cercherò di spiegare: fare dei Giardini il supporto morale e culturale della Convenzione delle Nazioni Uniti contro i genocidi. Oggi nel mondo vediamo diverse situazioni preoccupanti.

A Kalisz in Polonia, dove il re Boleslaw nel 1264 promulgò un codice di accoglienza per gli ebrei, si è svolta una manifestazione orribile in cui si è chiesto di espellere dal Paese gli ebrei e ripetere la campagna antisemita del ‘68. Vorrei ricordare uno slogan che fa degli ebrei il nemico di tutte le diversità che inquinano la Polonia: “Signori poliziotti, fate che la vostra mano non tradisca, fateci un favore, manganellate i nostri nemici: migranti, LGBT, pederasti, sionisti, che sono nemici della Polonia. Fuori dal nostro Paese. Andatevene a Bruxelles.”

In Afghanistan abbiamo assistito a una sconfitta dell’umanità e di tutte le donne, come ci ha ricordato anche Liliana Segre. Le bambine non possono più andare a scuola e le donne possono muoversi per strada solo accompagnate da uomini.

In Russia ci sarà il 25 novembre una riunione delle Corte Suprema che chiederà di mettere fuori legge Memorial, l’organizzazione che dai tempi di Gorbaciov ha documentato le vittime dei gulag. Tra le colpe imputate a questa organizzazione messa all’indice, c’è quella di inquinare lo spirito della gioventù. È come se qualcuno in Italia dicesse che Primo Levi andrebbe censurato perché fa male all’educazione dei ragazzi nella scuola.

In Nagorno Karabakh ancora una volta il popolo armeno è stato umiliato nell’indifferenza generale.

La Cina minaccia di invadere Taiwan e temo che il mondo assisterà passivamente a queste minacce, come è successo a Budapest nel 1956. Sempre in Cina, un genocidio culturale è in atto contro gli Uiguri, rinchiusi nei campi di rieducazione e di concentramento. La censura totalitaria di Pechino impedisce qualsiasi possibilità di documentazione e di informazione. Ricordo a tutti qualche cosa di sconvolgente. La moglie del Nobel per la pace di Liu Xiaobo ci ha confessato che le hanno sequestrato il corpo di suo marito che non ha avuto una sepoltura, come era capitato al fratello di Antigone.

La Bielorussia usa i migranti come munizioni contro la Polonia e l’Europa. Per la prima volta si usano i loro corpi come arma di guerra. Così si distrugge anche la pietas verso i migranti, lasciati morire alle frontiere nell’indifferenza del mondo e dell’Europa.

Tutto questo ci fa pensare che il male estremo ci minaccia in continuazione e, come aveva suggerito Primo Levi, Auschwitz è sempre imminente e non finisce mai in quanto il male estremo è sempre una possibilità per gli esseri umani. Ce lo ricorda in questi giorni Liliana Segre, attaccata a 91 anni come ebrea e sopravvissuta perché prende posizione per l’accoglienza, perché denuncia l’odio nelle parole e nei social, perché invita a vaccinarsi.

Ecco perché dobbiamo sempre raccontare al mondo le forze della notte come scriveva il filosofo di Charta ‘77 Jan Patočka.

Tacere e rimuovere significa nascondere la verità, come vorrebbero i negazionisti che vorrebbero abituarci ad essere indifferenti.

Ma non basta denunciare il male, dobbiamo operare affinché la prevenzione dei genocidi diventi il nostro imperativo morale. Non commettere un genocidio deve diventare, come immaginava Lemkin, il nuovo comandamento morale dell’umanità.

Come possiamo farlo? Dobbiamo immaginare e progettare i Giardini dei Giusti come uno strumento culturale per la promozione della Convenzione delle Nazioni Unite, votata dall’Assemblea nel 1947, che impegnava il mondo dopo la Shoah ad impedire e a punire ogni atrocità di massa commessa sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra. I Giusti, infatti, sono gli individui che si assumono una responsabilità contro il male estremo.

Per questo possiamo immaginare la “mission” dei Giardini con uno slogan che sarà alla base del nostro lavoro e della nostra Fondazione: save the Humanity.

Insegnare che in ogni circostanza ogni individuo ha sempre la possibilità di salvare l’umanità e di comportarsi, come insegnava Marco Aurelio, ad esercitare il mestiere di uomo.

È questo l’orizzonte morale dei Giardini che vogliamo costruire in ogni parte del mondo, in ogni capitale, in ogni Paese affinché la Convenzione diventi un documento vivo nella società civile, nell’opinione pubblica.

Vorremmo che questa missione vedesse al centro la città di Milano, il nostro Paese, il nostro parlamento, le comunità ebraiche ed armene, la comunità europea. Vogliamo farlo assieme a tutti voi.

Come è nata la parola genocidio e la stessa idea di prevenzione?

Lo dobbiamo a Raphael Lemkin, un giurista polacco il quale a dodici ani anni fu colpito profondamente dalla lettura del romanzo Quo Vadis dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz che raccontava le stragi dei cristiani mandati a morire da Nerone nell’arena.

Rilesse il libro diverse volte e da ragazzino fece un’osservazione per nulla ingenua.

“Se qualcuno di quei cristiani condannati a morte nell’indifferenza generale, per la sola ragione di credere in Cristo, si fosse per caso rivolto ad un “poliziotto” dell’epoca per chiedere aiuto, non avrebbe mai ricevuto protezione.”

E perché non c’è stato mai nessun poliziotto che è andato in soccorso degli ebrei durante i pogrom e degli armeni durante i massacri in Turchia?

Lemkin si fece ulteriori domande.

Perché il giovane armeno Telhiran è stato costretto a farsi giustizia da solo a Berlino nel 1920, quando ha ucciso Taalat Pasha, il ministro degli interni turco, massacratore degli armeni, mentre la comunità internazionale rimaneva passiva?

E perché a Parigi nel 1926 Shalom Schwarzbard, un sarto ebreo i cui genitori erano morti in un pogrom in Ucraina, emulò il gesto di Tehliran e uccise il ministro ucraino della guerra, Symon Petliura, che era stato personalmente incolpato per quei massacri?

Lemkin dopo avere letto il Mein Kampf si adoperò perché alla conferenza di Madrid fosse approvata una legge internazionale che punisse la barbarie e il vandalismo, temi che anticipavano il concetto di genocidio che formulò durante l’invasione della Polonia nel 1939. Purtroppo, allora non venne ascoltato.

Dopo una fuga avventurosa, che lo portò prima in Lituania, poi in Svezia, in Russia e finalmente negli Stati Uniti, cercò invano di convincere il presidente americano a chiedere nella Seconda guerra mondiale una mobilitazione internazionale per impedire il genocidio degli ebrei.

Così, dopo la guerra che aveva traumatizzato il mondo per lo sterminio degli ebrei, Lemkin ebbe alcune importanti intuizioni.

Riscattare le vittime dello sterminio degli ebrei si poteva fare solo guardando al futuro e creando una legge internazionale che mettesse al bando i genocidi. La riparazione del più terribile dei lutti era possibile solo guardando in avanti e spingendo il mondo in una nuova direzione.

Per questo progetto bisognava unire tutta l’umanità, facendo comprendere che la distruzione di una parte non colpiva solo una minoranza, ma impoveriva l’insieme dell’umanità. Chi faceva il male agli altri, come aveva sostenuto Socrate, faceva del male a se stesso come uomo.

Bisognava che tutti si rendessero conto che se in un’orchestra veniva a mancare uno strumento era tutta la musica a perdere delle note.

Come lo sterminio degli ebrei aveva colpito tutti, così il male fatto alle altre minoranze colpiva gli ebrei. Non esisteva quindi un odio solo particolare, fosse l’antisemitismo, il pregiudizio contro i neri, le donne o la comunità LGBT. Ogni odio che crea i semi della discriminazione e della possibile distruzione faceva dunque del male a tutti.

Antigone, quando aveva chiesto la sepoltura di suo fratello Polinice, aveva fatto appello ad una legge superiore “non scritta degli dei”; Lemkin, invece, aveva immaginato che qualsiasi minoranza etnica, politica, culturale quando si sentiva minacciata ed era in pericolo, poteva contare su un diritto e su una autorità sovranazionale che ne garantisse la protezione e la dignità.

Il comandamento “non commettere un genocidio” doveva essere al di sopra di qualsiasi legislazione nazionale.

Fu questo il pensiero che guidò Lemkin nella sua straordinaria operazione diplomatica che lo portò a convincere la maggioranza degli Stati del mondo a sottoscrivere nel 1948 la Convenzione per la repressione e la prevenzione dei genocidi.

Siamo consapevoli che dalla fine della guerra ad oggi i principi di questa Convenzione siano stati tante volte disattesi per gli interessi delle superpotenze che, nonostante Auschwitz, sono rimaste passive - se non addirittura complici - in nuovi genocidi e atrocità di massa.

Inoltre, manca una chiarezza sul concetto di genocidio culturale e sui genocidi che, come in Cambogia o in Ucraina, nascono all’interno dello stesso gruppo etnico e nazionale. Quello che potremmo chiamare politicidio. Lemkin non si era posto neanche la questione oggi così attuale della protezione delle donne. L’importanza di una tutela per le donne è testimoniata dalle immagini che ci arrivano oggi dall’Afghanistan e da altri Paesi fondamentalisti di matrice islamica, che distruggono il loro diritto alla dignità.

Alle donne viene tolto il diritto alla vita con delle leggi che ricordano per certi versi quelle razziali che sancivano la discriminazione degli ebrei.

Ma la Convenzione, come aveva immaginato Lemkin, ha aperto per l’umanità la possibilità di un nuovo inizio.

Noi di Gariwo, con i Giardini dei Giusti, vogliamo rendere vivo lo spirito di questa Convenzione in modo che questi luoghi possano diventare un fondamentale supporto culturale nella società.

Lo possiamo fare in vari modi a partire dalla grande esperienza di questi anni.

  1. Insegnare alla società che qualsiasi persona, nel suo piccolo, può diventare nel suo spazio di responsabilità un argine nei confronti dell’odio e dei genocidi. Per questo, il Giardino non è la vetrina di santi ed eroi, ma il luogo del bene possibile alla portata di tutti.
  2. Stimolare la società a esprimere gratitudine nei confronti di coloro che sono andati controcorrente, come Antigone nei confronti di leggi ingiuste.
  3. Raccontare alla società esempi morali, di tutte le epoche e di tutti i contesti, in modo da insegnare che i Giusti nel mondo si presentano sulla scena di generazione in generazione. È il metodo della comunicazione indiretta. Il Giardino non fa prediche, non impone un paradigma, non offre una soluzione, ma invita le persone a pensare in autonomia. Scoprendo una storia di bene il cittadino può essere stimolato a interrogarsi sulla sua vita e sul suo agire. È l’esempio che stimola a pensare e a riflettere sulle scelte di ognuno di noi.
Gabriele Nissim

Analisi di

23 novembre 2021

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