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"Auschwitz non finisce mai": “lo spettro” attraverso il quale leggere e rileggere la crudeltà umana

recensione di Pietro Barbetta

Riprendiamo la recensione uscita su Doppiozero del direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, Pietro Barbetta, del nuovo libro del presidente di Gariwo Gabriele Nissim "Auschwitz non finisce mai. La memoria della Shoah e i nuovi genocidi" (Rizzoli, 2022). 

Esce un nuovo libro su Auschwitz. L’autore, che scrive per Rizzoli, è Gabriele Nissim, da sempre impegnato nelle campagne per i diritti umani, fondatore di Gariwo assieme a Pietro Kuciukian, medico testimone del genocidio armeno. Entrambi, Nissim e Kuciukian, hanno scritto un loro capitolo nel libro Diritti umani e intervento psicologico, curato da Gabriella Scaduto insieme allo scrivente.

Ma che cos’è Gariwo e che rapporti ci possono essere con il campo della psicologia e della psicoterapia?

Nata come organizzazione che, sulla scorta dell’esperienza del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, Gariwo estende il concetto di Giusto nel Mondo a tutti coloro che, durante un massacro perpetrato dalla loro stessa gente, hanno protetto le vittime innocenti, pur appartenendo al gruppo etnico, politico o religioso dei perpetratori. Turchi che hanno protetto armeni, tedeschi o non-ebrei che hanno protetto gli ebrei durante la Shoah, per esempio. Oggi potrebbero essere russi che aiutano e salvano i cittadini ucraini dall’aggressione di Putin, rischiando la vita, o il carcere.

I Giusti non sono eroi, sono soggetti che hanno esercitato il dissenso salvando vite destinate alla morte violenta. Né sono persone irreprensibili o sante. Ciò che conta è il gesto compiuto in quella particolare circostanza, nei minuti particolari. Gariwo, che parte da Milano, è oggi una delle principali reti internazionali in difesa dei diritti umani.

Il libro di Nissim torna, con il titolo, su Auschwitz: il male assoluto. Ad Auschwitz ci andai due volte, la prima fu un’esperienza, per quanto lacerante, anche deludente. Oltre alla visita ai campi, che ti gela le ossa e il sangue, trovai disarmante l’inopportunità delle condotte di alcuni visitatori schiamazzanti, che si facevano fotografare in posa. La sede “culturale” del campo, anziché essere un centro di studi storici, appariva ai visitatori come un emporio di merci. Alcuni anni dopo tornai a Cracovia per partecipare al festival della cultura ebraica, questa volta ci andai con un amico. La guida era una giovane donna ebrea, che parlava inglese. Fu un’altra visita, là incontrai la verità di Auschwitz. Non basta visitare, si tratta di indossare quegli occhiali che ti permettono di osservare la verità.

Qual è la verità di Auschwitz? La verità della Shoah? È la sua unicità assoluta. La sua incomparabilità con qualsiasi altra forma di sterminio, genocidio, strage, massacro. Prima e dopo la Shoah ci sono stati eventi efferati. Questi giorni di guerra in Ucraina evocano il genocidio stalinista degli anni Trenta, che provocò milioni di morti in quel paese, per fame e per sterminio attivo degli intellettuali: la decapitazione dell’Ucraina. La stessa che oggi sta cercando l’erede di Stalin.

Ma il metodo di sterminio nazista, il progetto “razionale” di eliminare tutti gli ebrei del mondo, ciò che Heydrich e Eichmann enunciarono alla conferenza di Wannsee, il progetto “imprenditoriale” dell’eliminazione di 11 milioni di ebrei, tutto ciò, è comunque incomparabile.

Da qui, da questo riconoscimento, si apre un dibattito: l’incomparabilità, l’unicità della Shoah significa che non si può parlare di ogni altro genocidio? La questione è controversa. Dal libro di Nissim, per come l’ho inteso io, la questione dell’unicità, della singolarità fondamentale di Auschwitz e della Shoah non viene messa in discussione. Dunque Auschwitz è il paradigma, potremmo dire “lo spettro”, attraverso il quale leggere e rileggere la crudeltà umana.

Indipendente da questa controversia tra un’incomparabilità paradigmatica, tesi che sostiene Nissim e che io condivido, e un’incomparabilità “integrale”, che a noi terapeuti può apparire astratta, il libro di Nissim racconta una serie di storie di violazioni di molti e diversi tipi, è scritto da una mano che porta chiarezza e si legge come se lo spazio letterario del testo avesse un vero e proprio effetto terapeutico sul lettore.

Auschwitz non finisce mai, il libro di Nissim, già nel titolo, mostra la sua posizione politica: Auschwitz è il male assoluto, la memoria, a partire dall’opera di Primo Levi, va mantenuta, oggi più che mai, perché si avvicinano i giorni della scomparsa dei testimoni oculari, coloro che si salvarono dalla furia nazista. Purtroppo però c’è un’altra memoria, una cattiva memoria che consiste nella ripetizione delle perpetrazioni nel mondo, delle riproduzioni del pensiero totalitario, nelle falsificazioni della verità storica, nei negazionismi attivi, oltre a quelli teorici.

Come possiamo pensare che sia possibile mantenere la memoria di Auschwitz, quando le sue insegne vengono usate da gruppi antisistema, tali i sedicenti no-vax, per paragonarsi ai perseguitati della Shoah? come possiamo mantenere la memoria dell’unicità di Auschwitz, quando il dittatore russo prende la scusa di de-nazificare l’Ucraina per invaderla, raderla al suolo, massacrare bambini, giovani, donne, uomini?

Che cosa direbbe Primo Levi, se fosse ancora qui tra di noi, oggi?

Il libro si compone di numerosi capitoli che non possono essere riassunti in una recensione. Meriterebbero ognuno una recensione propria. Invero c’è una linea che connette questi capitoli: la figura del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, la persona che propose e ottenne, con fatica, il riconoscimento della categoria giuridica di “genocidio” presso le Nazioni Unite, nel 1948. Lemkin permane per tutto il testo come un filo conduttore, nello stile saggistico di Nissim, che sempre si riferisce a una biografia preveggente. È introdotto da una citazione del filosofo Baruch Spinoza: “Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel suo essere”.

Ogni cosa si oppone a ciò che può togliere la sua esistenza, è ciò che Spinoza definisce nei termini di conatus. Ma il conatus ha due modalità per esprimere la propria potenza. La prima è una concentrazione della potenza sul proprio ego, quella sindrome che in psicopatologia varia tra il disordine narcisista e la sociopatia, la malattia degli oligarchi, dei dittatori, dei manager sfrenati che governano varie parti del mondo oggi, la sindrome di Hitler e Stalin, che oggi si declina e diffonde, supportata da una massa tenuta nell’ignoranza: “… non curandosi minimamente della sorte degli altri esseri umani fino al punto di considerarli un ostacolo”. Altrimenti, secondo Spinoza, esiste anche un conatus pro-sociale, che accresce la potenza dell’essere attraverso la solidarietà e l’amore, ciò che il biologo cileno Humberto Maturana definisce come la sostanza biologica del vivente, una solidarietà della specie.

Perché Lemkin? Il giurista polacco era stato uno dei pochi a prendere seriamente in considerazione le parole del Mein Kampf di Hitler, testo scritto nel 1924 in carcere per alto tradimento, dopo il primo tentativo di colpo di Stato da parte di Hitler e dei suoi seguaci, a Monaco. Ogni persona che legge quel libro oggi si accorge che, nel 1923/24, Hitler definisce, parola par parola, il suo programma, iniziato dopo la presa del potere, nel 1933, e gli eventi successivi: l’assunzione di tutti i poteri, l’incendio del parlamento, l’aggressione contro gli ebrei, l’invasione della Polonia – con l’accordo dell’altro “grande dittatore”, Stalin – i campi di sterminio e il progetto di eliminazione di tutti gli ebrei, concepito sul piano organizzativo e imprenditoriale durante la conferenza di Wannsee, fino allo sterminio successivo, esacerbato persino durante la fuga delle truppe tedesche dai territori occupati.

Sul piano dei disordini psichici, dobbiamo riconoscere che queste potenzialità, enormemente diffuse tra le parti maschili della specie, non si sono affatto cancellate, e che dopo un periodo di parziale remissione, di contenimento democratico, che è perdurato dal 1948, anno in cui le Nazioni Unite hanno ratificato la Dichiarazione dei Diritti Umani, a oggi, 2022, le potenzialità pro-sociali, il conatus di preservazione della specie umana, si sono pericolosamente affievolite. Per usare quell’ironia amara che si trova nei testi di Dostoevskij: che sia definitivamente scomparsa? Lo sforzo letterario di Gabriele Nissim, e il suo sforzo attivo e organizzativo, ha dato vita a Gariwo, la foresta dei Giusti.

Quello di Nissim, insieme Kuciukian e gli altri membri di Gariwo, è tra gli sforzi più importanti agiti nel Mondo per riportare il pensiero umano nell’ambito dell’esortazione spinoziana: il bene si fa nei minuti particolari, ma è un bene che non si fa per sé, si fa per l’altro, persino per il tuo supposto nemico, quando si tratta di salvarlo dalla furia omicida, genocida, che si impossessa dei capi del tuo stesso paese, della tua stessa etnia o religione.

Questo significa essere giusti: riappropriarsi del fascino del bene, di quel sentimento che si chiama “tenerezza”, di quel carmine (charme) che si chiama “grazia”, che, come insegna Shakespeare, è proprio di una donna che indossa i panni del Giudice, il giudice grazioso.

Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

Analisi di

9 maggio 2022

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