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Barack Obama e il groviglio mediorientale

Siria, Iran, Israele. Ecco quel che attende il presidente al suo secondo mandato

È quasi diventato un esercizio scontato e retorico: che cosa ci possiamo aspettare dal secondo mandato di un presidente americano? Da testimone delle vicende mediorientali, di secondi mandati del presidente Usa ne ho seguiti e vissuti già tre: uno intenso e controverso, quello di Ronald Reagan; uno eccitante e apparentemente vincente, quello di Bill Clinton; e un terzo deprimente e sfortunato, quello di George W. Bush.


In realtà, ciascuno dei tre presidenti ha compiuto passi significativi, una volta riconfermato alla Casa Bianca. Sotto la presidenza Reagan vi è stata la caduta del Muro di Berlino, con le sue importanti conseguenze sugli equilibri dell'intera regione mediorientale. Conseguenze raccolte poi da quell'abile diplomatico che è stato il segretario di Stato James Baker, artefice (sotto la presidenza di Bush padre) della prima Conferenza di pace tra arabi e israeliani, a Madrid, a fine novembre 1991, quando tutte le speranze sembravano davvero realizzabili. 


Clinton, nel suo secondo mandato, ha fatto l'impossibile per accelerare il processo di pace in Medio Oriente, dopo aver benedetto nel 1993 alla Casa Bianca, la storica intesa di Oslo e la stretta di mano tra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il presidente palestinese Yasser Arafat nel giardino delle Rose. Ci ha provato in tutti i modi, Clinton, a consolidare quell'accordo: prima a Camp David, poi a Taba. Ci ha provato persino con la Siria, a Ginevra, quando il quasi morente Hafez el Assad, padre di Bashar, era pronto a firmare un clamoroso trattato di pace con Israele. Però tutto saltò all'ultimo momento, anzi all'ultimo secondo, a pochi metri dal traguardo, come vi posso testimoniare direttamente: alle 19 ero corso in albergo, il Richemond di Ginevra, per scrivere con entusiasmo di una svolta assolutamente inimmaginabile, quindi straordinaria. Potete immaginare l'eccitazione di un giornalista-testimone, che vede finalmente, dopo decenni di altalena, la conclusione di una storia infinita. E potete immaginarne il crudele disappunto quando alle 20, ad articolo già trasmesso a Milano, mi richiamarono dall'hotel Intercontinental, dove avveniva l'incontro tra Clinton e Assad, per dirmi che era saltato tutto.


Infine George W. Bush, eletto con un verdetto ultimativo della Corte suprema, dopo il discusso pareggio con Al Gore in Florida; il Bush ferito e umiliato dall'attacco di Al Qaeda al cuore dell'America l'11 settembre 2001, con il crollo delle Twin Towers; e il Bush deciso nel suo secondo mandato a consolidare l'alleanza con Israele, e quindi a fare tutto ciò che era gradito allo Stato ebraico. Però, con un colpo di reni, fu proprio George W. a lanciare il messaggio che ci accompagna ancora oggi: "Vogliamo e ci adopereremo per avere due Stati, Israele e Palestina, che vivano l'uno accanto all'altro in pace e in sicurezza".


 Adesso, prima di analizzare quel che attende, nel suo secondo mandato, il presidente Barack Obama, propongo un esercizio, con tanto di moviola. Vivere il presente, quindi, ricordando però com'era il Medio Oriente, e in generale il mondo arabo (compreso quello Nord-Africano) alla fine del 2008, quando Obama vinse le elezioni. In quattro anni il quadro è radicalmente cambiato. La Tunisia oggi è apparentemente più democratica, anche se ha un governo marchiato dalla Fratellanza Musulmana. Quattro anni fa il presidente-dittatore Ben Ali, che divenne capo dello Stato con il decisivo zampino dei servizi segreti italiani, era saldissimo e potentissimo. La Libia, dopo la morte (esecuzione) del colonnello Gheddafi, oggi vive una stagione convulsa, dove le componenti tribali impongono le loro leggi. Quattro anni fa Gheddafi era ritenuto inamovibile. Amico, e partner (petrolifero) prezioso per l'Italia, sostenitore della campagna elettorale di Sarkozy in Francia. Aveva stretto la mano e parlato anche ad Obama, durante il G8 dell'Aquila, complice il nostro premier Berlusconi.
   
L'Egitto oggi ha un presidente, Mohammed Morsi, appartenente alla Fratellanza musulmana. Uomo che pare realista e che ha attenuato sensibilmente il potere delle Forze armate. Dice di volersi impegnare per la soluzione del problema palestinese favorendo la riunificazione tra i laici di Abu Mazen e Hamas. Ma in realtà guarda con occhi dolci proprio i fondamentalisti di Gaza, ai quali lo unisce appunto la Fratellanza. E poi in casa deve fare i conti con il secondo gruppo politico-religioso uscito dalle tenebre: i salafiti. Quattro anni fa c'era Hosni Mubarak, l'uomo che aveva consolidato lo storico trattato di pace con Israele, firmato dal suo predecessore Anwar Sadat. Mubarak era sicuramente un leader autoritario, laico, spietato con gli integralisti, brutale con i terroristi, ma leale con l'Occidente. Il Raìs, fino a pochi giorni prima della sua defenestrazione, travolto dalla "primavera di piazza Tahrir", era considerato e rispettato come un bastione irrinunciabile e insostituibile dell'intera regione, e non solo.


La Siria oggi vive una guerra civile aspra, sanguinosa, feroce. Per conservare il potere Bashar el Assad e il suo clan alauita colpiscono con i carri armati e l'aviazione il proprio stesso popolo. Oltre 400.000 persone sono fuggite in Turchia, in Libano, in Giordania. L'opposizione è determinata ma frammentata, ma anch'essa spesso si abbandona a torture e sevizie nei confronti dei lealisti. Quasi 40.000 morti in meno di due anni rivelano un quadro orrendo. Ma nessuno può intervenire perché il conflitto non coinvolge solo forze locali, ma rappresentanti di forze esterne, e poi ci sono due veti al Consiglio di sicurezza dell'Onu di fronte a qualsiasi ipotesi di intervento militare. Veti che pesano e che sono decisivi: Russia e Cina. 


Abbiamo tenuto in coda l'Iran e la sua minaccia nucleare, perché il ruolo di Teheran era già nel mirino nel 2008. Come allora, anche oggi l'Iran è ovviamente al fianco della Siria, sostiene l'Hezbollah in Libano, ed è ben cosciente di rappresentare il bastione sciita contro l'espansionismo sunnita. Quattro anni fa la Siria godeva ancora di una specie di "sospensione del giudizio". Bashar tesseva rapporti con tutti i Paesi dell'Occidente, e cercava di dimostrarsi disponibile alle riforme, anche se di risultati non se ne vedevano. Anzi!


L'Arabia Saudita, oggi, è diventata politicamente più forte. Come ricca avanguardia del mondo sunnita, è esaltata dalle "primavere arabe" e dalle varie rivolte. Anche perché al potere stanno arrivando in molti paesi i Fratelli musulmani e anche quei gruppi estremisti, come i salafiti, che Riad ha generosamente sostenuto. In questa partita, i sauditi hanno un importante e straricco alleato, il piccolo e ambizioso emirato del Qatar, che non sapendo dove spendere i giganteschi proventi ottenuti dalle vendite di gas e petrolio, si fa un punto d'onore di distribuirli a suo piacimento: l'emiro è corso a Gaza, poche settimane fa, per consegnare ad Hamas 400 milioni di dollari, ignorando che l'Anp è a Ramallah e il laico Abu Mazen non ha più il denaro per pagare gli stipendi. Non solo. Qatar e Arabia Saudita sostengono e finanziano, anche attraverso il Libano che sta tornando turbolento, i ribelli siriani, rendendo comunque difficile la ricerca di una soluzione.
Quattro anni fa l'Arabia Saudita, da sempre alleata di ferro degli Stati Uniti, che hanno sempre chiuso gli occhi sulle costanti violazioni dei diritti umani, pensava al petrolio e a una distribuzione più discreta dei suoi miliardi ai fondamentalisti. S'era però, in verità, già affacciata sulla scena politica, cercando di avviare quell'importantissimo piano che prevedeva il riconoscimento di Israele in cambio del ritiro da tutti i territori occupati. Piano che è il convitato di pietra di tutte le riunioni internazionali. Ma tutto è finito lì. Il Qatar, nel 2008, veleggiava sulle onde del suo canale televisivo all news Al Jazeera, e si presentava per concorrere per tutto: corse ciclistiche, Campionati del mondo di calcio, Olimpiadi. Lo fa anche ora, ma adesso si è aggiunto l'impegno politico per sostenere, propagandare e difendere la causa sunnita.


Il piccolo Bahrein, con un re sunnita e una maggioranza sciita, ha avuto una sua "primavera", subito dimenticata, perché l'Arabia Saudita ha mandato i suoi soldati per difendere il sovrano alleato, infischiandosene dei diritti di una popolazione sottomessa. Quattro anni fa del Bahrein si parlava soltanto per il petrolio e perché ospitava una base navale americana, essenziale per il controllo del Golfo.


La Turchia oggi è diventata il più prestigioso stato musulmano della regione, con un'influenza crescente. Al punto che Ankara, delusa dall'Unione Europea, che continua a ostacolare il suo cammino verso la completa adesione, guarda altrove. Ovviamente al mondo arabo dal quale era sempre stata trattata con diffidenza: fin dai tempi dell'impero ottomano. Oggi l'aggressivo premier Recep Tayyip Erdogan, dopo aver sostenuto Assad, sostiene l'opposizione e i rivoltosi, ha stretto forti legami con l'Egitto e i sauditi, ma non rinuncia al rapporto con Teheran. Erdogan sta pensando persino ad un viaggio a Gaza, che legittimerebbe ovviamente Hamas a scapito dell'Anp. Quattro anni fa la Turchia era impegnatissima a rispettare i parametri di Maastricht, era alleata con Israele (alleanza guastata poi dall'attacco israeliano alla flottiglia pacifista) e godeva la fase più esaltante della sua impressionante crescita economica.


Pochi paesi non sono radicalmente cambiati: la Giordania ha conosciuto la propria "primavera", ma la saggezza di re Abdullah sta conducendo Amman al riparo dalle insidie della crisi: provocata, non dimentichiamolo, anche dalla crisi dell'Occidente. Crisi che ha ridotto, e non di poco, le risorse destinate alla cooperazione internazionale. L'Iraq, in parte abbandonato a se stesso dopo la partenza dei soldati americani, vive una stagione convulsa: gli attentati sono diminuiti, è verissimo, ma ormai il Paese, a stragrande maggioranza sciita, gravita attorno all'Iran, come ha sottolineato in un recente articolo il grande islamista francese Gilles Kepel, segnalando un paradosso: che la sciagurata guerra all'Iraq voluta da George W. Bush ha, di fatto, offerto Bagdad su un piatto d'argento agli ayatollah.


Abbiamo lasciato per ultimo Israele, con un governo, quello guidato da Benjamin Netaniahu con il sostegno della destra ultranazionalista di Avigdor Lieberman, che non ha alcuna intenzione di riavviare il negoziato di pace con i palestinesi. Israele aveva un partner ragionevole e moderato ma non l'ha aiutato, anzi l'ha indebolito e umiliato, continuando ad allargare gli insediamenti. Netaniahu, nell'immobilismo, è maestro di sopravvivenza, ma adesso deve fare i conti con un grave errore: aver espresso, molto chiaramente e apertamente, il suo caldo sostegno a Mitt Romney, lo sconfitto. La cantante israeliana Noa, che ho incontrato durante un convegno a Montecarlo, mi aveva detto: "Se vince Romney, la destra in Israele si sentirà più forte e diventerà più aggressiva; se vince Obama, Netaniahu sarà più debole". Il presidente americano non ama Netaniahu, anzi non lo sopporta. Però, come scrive lo scrittore pacifista israeliano Uri Avnery, "Obama è un pesce freddo, ben consapevole del suo ruolo e della sua responsabilità". 


Non resta che dire: Coraggio e auguri di cuore, presidente Barack Obama! Il lavoro, in Medio Oriente, non le mancherà.
       

Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

12 novembre 2012

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