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Budapest. "Un popolo ha urlato. Poi fu il silenzio"

Un pensiero sul significato della rivoluzione del 1956 in Ungheria

Il 2013 sarà l'anno culturale italo-ungherese che vedrà numerose manifestazioni celebrare gli storici rapporti che legano l'Italia all'Ungheria. Senz'altro in molte occasioni si ricorderanno i fatti di Ungheria del 1956 che drammaticamente riportarono l'attenzione del mondo sui fermenti in atto nell'Europa centro-orientale, fino a quel momento nascosti dietro la Cortina di ferro che divideva in due il continente dopo la Seconda guerra mondiale. Io vorrei qui, già ora, rammentare brevemente che cosa successe in Ungheria fra l'ottobre ed il novembre 1956, soprattutto pensando alla inconsapevolezza che noto sui visi degli studenti che seguono i miei corsi, per i quali è storia remota non solo il 1956, ma anche il 1989. Il dato che ci fosse un muro a dividere in due una città, Berlino, che questo muro, abbattutto a colpi di piccone da tedeschi di una parte e dell'altra, rimanga il simbolo di una divisione ancor più artificiale e dolorosa nel corpo stesso dell'Europa non è patrimonio della memoria comune giovanile.


Eppure è stato proprio il crollo di quel muro a rendere possibile l'unificazione tedesca, il superamento della Guerra fredda, la creazione dell'Unione europea a 27 membri, di cui oggi proprio la mobilità giovanile beneficia, basti pensare al programma Erasmus. Ma pensiamo anche solo al fatto che si possa partire da Milano e raggiungere una capitale baltica senza doversi fermare ad alcuna frontiera ed in molti casi senza cambiare moneta: chi poteva immaginare questo solo vent'anni fa?


Io credo che ci sia un nesso fra il 1956 ed il 1989 e che non sia solo compito degli storici ricordarlo: vorrei più romanzi, più film, più documentari, più dibattiti che facessero emergere questo fil rouge che dai ponti sul Danubio arriva ad abbattere il muro di Berlino e, come un domino, lentamente, ma inesorabilmente tutte le sbarre bianche e rosse delle frontiere.


Budapest. 23 ottobre 1956. Migliaia di studenti si riversano per le strade in segno di solidarietà con gli operai e gli studenti di Poznan (Polonia), una manifestazione dei quali era stata repressa con violenza dal governo polacco. Per le strade di Budapest agli studenti si aggiungono via via centinaia e centinaia di cittadini, uniti nella protesta contro la presenza delle truppe sovietiche in Ungheria e la mancata destalinizzazione del regime ungherese. Ben presto i moti assumono le dimensioni di una vera e propria rivoluzione, costellata di episodi anche violenti, che i sostenitori del comunismo, in Ungheria come in tutti i paesi d'Europa, non esitano a bollare come controrivoluzione fascista, disconoscendone le aspirazioni democratiche e l'intento di arrivare, quanto meno, ad una profonda riforma del modello socialista di tipo sovietico imposto all'Ungheria, così come ai Paesi satelliti dell'URSS, riuniti nel Patto di Varsavia. L'Ungheria vorrebbe tornare effettivamente indipendente, decidere autonomamente del proprio sviluppo, della propria società, della propria cultura, del proprio posto nel mondo. Un passo in questa direzione è rappresentato dalla formazione del governo di Imre Nagy, che dovrebbe segnare la discontinuità con il passato e rispondere alle esigenze degli insorti che reclamano libere elezioni e ritiro delle truppe sovietiche. Ma già il 24 ottobre compaiono per le strade i primi carri armati sovietici, come monito per un rapido ritorno all'ordine; il 25 ottobre in piazza Kossuth avanti al parlamento decine di persone restano sul selciato; il 30 ottobre i carri armati sovietici lasciano, apparentemente, la città; il nuovo governo, con a capo Nagy, proclama la neutralità e chiede all'ONU di porre all'ordine del giorno la questione ungherese. Ma l'attenzione del mondo si sposta dall'Ungheria all'Egitto, dove esplode la crisi di Suez, in seguito alla occupazione militare del canale da parte di Francia, Regno Unito e Israele, percepita come ben più grave sul piano internazionale, tanto che Stati Uniti e URSS si trovano uniti nell'imporre il ritiro delle truppe straniere e il ripristino dello status quo. Nessun ostacolo quindi da Ovest alla resa dei conti con gli insorti ungheresi. Il 4 novembre avviene l'attacco sovietico all'Ungheria, che fa piazza pulita di ogni velleità di cambiamento, di emancipazione: i carri armati occupano il paese, i morti si contano a centinaia, il governo viene sciolto, i principali protagonisti arrestati, nonostante avessero ottenuto rifugio presso l'ambasciata di Jugoslavia: nel 1958 Imre Nagy viene giustiziato e sepolto in una tomba senza nome nel cimitero di Budapest. François Fejtö, il grande storico ungherese emigrato in Francia, ha detto nel 2006, cinquantenario della rivoluzione, d'aver fin d'allora sostenuto che questa avrebbe trionfato solo quando fosse stato riabilitato Imre Nagy. Questo è accaduto nel 1989, appunto « e si può dire che la liberazione incruenta dell'Ungheria, grazie alla svolta di Gorbaciov, realizzasse le speranze dei «giovani combattenti per la libertà» del 1956 per l'avvenire della patria ». Il pensiero non può che andare alle migliaia di morti che la rivoluzione ungherese lasciò sul terreno, alle centinaia di migliaia di esuli, sparsisi per tutto il mondo, con il loro fardello di speranze deluse, a tutte le coscienze che seppero liberarsi dal dogma marxista-leninista e rompere per tempo con quei partiti comunisti che anche in Occidente, basti pensare al Partito comunista italiano, sostennero acriticamente l'aggressione di Mosca.


Su Gariwo si sottolineano sempre gli episodi di coraggio e di virtù civile, di libertà di coscienza, d'indipendenza di pensiero: non ve ne fu quanto dovuto nel cosiddetto mondo libero, che pur non rischiava nulla, ve ne fu, e tanta, fra coloro che misero in gioco la propria vita, in un quadro già predestinato al fallimento. Penso ad un personaggio di cui su Gariwo è già uscito un breve ritratto: István Bibó, giurista, docente universitario, membro del governo Nagy, protagonista del dissenso ungherese. Il 4 novembre, saputo dell'arrivo dei carri armati sovietici, si dirige verso il Parlamento, decidendo di non lasciare l'edificio, quasi che la sua presenza possa idealmente sostenere i brevemente ritrovati valori parlamentari. Proprio in quei giorni scrive i testi del suo famoso Appello e del Progetto per una soluzione di compromesso della questione ungherese, fedele al suo compito d'intellettuale. 
Arrestato nel 1957, condannato all’ergastolo per “attività di spionaggio al fine di rovesciare il governo democratico popolare dello Stato”, uscirà dal carcere nel 1963 a seguito di un’amnistia e pagherà con l'impossibilità di pubblicare la sua posizione d'intransigenza.


In conclusione, non posso non ricordare i versi che Sándor Márai ha dedicato al 1956, dall'emigrazione, dove si trovava da tempo, precursore di quella schiera di profughi che il 1956 ha spinto fuori dai confini della patria.


Sono in molti a non capire
che cosa è questa inondazione,
perchè si è mosso l'ordine del mondo?
Un popolo ha urlato. Poi fu il silenzio.
Ma ora tanti stanno a chiedere:
di carne ed ossa chi ha fatto legge?
E lo chiedono molti, sempre di più,
perchè non lo afferrano proprio
loro che l'hanno avuto in eredità,
ma allora vale tanto la Libertà?


(S. Márai, Mennybõl az angyal, Angelo scendi dalle stelle)
per il testo completo: Agnes Preszler, http://ungherese.weebly.com/maacuterai-saacutendor.html#ixzz2BFzot600)

Analisi di Giulia Lami, docente di Storia dei Paesi slavi, Università degli Studi di Milano

6 novembre 2012

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