English version | Cerca nel sito:

C'è una possibilità per la scuola di Barbiana oggi?

di Emanuela Bellotti, Commissione didattica Gariwo

In occasione del 5 ottobre, Giornata mondiale degli insegnanti, proponiamo la riflessione di Emanuela Bellotti, della Commissione didattica di Gariwo, che affronta i temi proposti dall’articolo di Nadia Neri “Ritornare all'essenza della scuola di Barbiana” dello scorso 22 settembre. L'analisi mette in evidenza il ruolo dei docenti nello sviluppo culturale della società, in stretta relazione con la formazione delle nuove generazioni.

Prosegue quindi il dibattito su queste tematiche, aspettando il seminario “Le figure dei Giusti tra teorie etiche e pratiche di vita”, previsto per il 6 e 14 novembre al Memoriale della Shoah di Milano.

Uno dei principi fondamentali della Scuola Primaria è l’unitarietà dell’apprendimento. Questo significa che non si lavora per discipline distinte, ma per aree di competenza, per nessi che attraversano le diverse materie. Nella scuola in cui opero non si invia alle famiglie l’orario delle lezioni, se non per quanto riguarda educazione fisica, che per motivi organizzativi è vincolata a orari stabiliti. Questo proprio perché l’insegnante può organizzare il proprio lavoro secondo monteore orari, non suddividendo necessariamente la giornata in settori rigidi e isolati fra loro. Alla Scuola Materna ci si attiva per campi d’esperienza. Io nutro un grande rispetto per le docenti della Scuola dell’infanzia che accolgono i bambini tanto fragili e li fanno crescere insegnando loro i primi passi in una comunità più ampia di relazioni umane e sociali. Chiunque lavori in questi settori sa che non si può fare “l’insegnante” se non con tanta disponibilità verso i propri alunni. Spesso a me, e ai mie colleghi, capita di raccogliere le lacrime degli scolari in difficoltà o in ansia per quanto è accaduto loro, non solo a scuola. I bambini di oggi faticano a gestire gli insuccessi, e anche questa formazione è un nostro incarico. Se non si crea un rapporto affettivo con gli alunni le informazioni non si costruiscono. 

È vero che occorre rendere gli alunni capaci di esprimere le loro esigenze, ma sono altresì convinta che la scuola sia una delle poche istituzioni educative che ancora lo permetta. Almeno questa è la mia esperienza, è quanto vedo intorno a me da parte di tanti docenti, che altrimenti non potrebbere svolgere il loro compito di insegnati. Tutte le mattine si entra in classe con buona volontà e se ne esce sfibrati. Chi non vive nella scuola non riesce a comprendere la complessità del nostro lavoro. A ciascuno di noi è affidata una classe di 20 e più alunni, che sono tutti diversi fra loro. Ciascuno ha caratteristiche differenti alle quali siamo tenuti a rispondere. Diversità dovute alle più variegate realtà sociali, economiche e culturali nei quali i ragazzi vivono. È vero che la realtà di Barbiana era un campo difficile in cui operare, ma non si creda che la realtà di oggi sia più semplice. Gli adulti sono sempre più divisi fra tablet, i-phone, i-pad e quant’altro, vivono difficili situazioni lavorative e affettive, che inevitabilmente raggiungono anche i loro figli. Spesso i bambini hanno problemi che sono “più grandi di loro” e i docenti attenti lavorano collaborando con i genitori nella gestione di queste situazioni. Personalmente sono veramente stanca di sentire commenti negativi sul sistema scolastico nel suo complesso e sui suoi operatori. Come tutti i lavoratori anche noi sopportiamo difficoltà dovute al contratto di lavoro, alle diverse leggi di sicurezza, alla mancanza di strutture e di mezzi. Se la Scuola italiana riesce ancora ad essere formativa, con il carico di deleghe che si trova a dover ottemperare e al processo di delegittimazione in continuo atto, è dovuto alla responsabile passione educativa degli insegnanti. Non nascondo la realtà dei fatti, esiste una parte di “incoscienti”, di “mestieranti”, non conosco bene la realtà delle medie inferiori e superiori, ma fra le maestre c’è un gran numero di persone appassionate e collaborative.

La valutazione è un altro dei nostri compiti. A me personalmente pesa molto dover usare i voti con i più piccoli, preferisco esprimere un breve commento su quanto l’alunno ha eseguito correttamente e stimolare quanto deve ancora esercitare o affinare, ma cerco di sottostare alle regole date cercando criteri adatti alla formulazione di una misura ragionevole. Nel nostro istituto abbiamo riflettuto insieme, fra diversi gradi d’istruzione, sui criteri di valutazione, e abbiamo stabilito che oltre alla misura oggettiva si debba tener conto delle capacità di ciascun alunno e del suo impegno. Sono certa che questo modo di valutare sia comune a moltissime scuole. Sono d’accordo che una valutazione in percentuale non sia formativa, che certi numeri seguiti da tanti più o meno siano discutibili, ma accanto a una votazione rigida i docenti devono dare spiegazione ai ragazzi di tali risultati. Questo è utile per poter decidere insieme come sia meglio proseguire, o quali stumenti mettere in atto per aiutarli. Non mi sento di demonizzare i sistemi di prova tipo INVALSI. Per la Scuola Primaria i risultati di tali prove non entrano nella valutazione finale, sono solo oggetto di statistiche sul livello nazionale scolastico. Sono anche un modo per far sperimentare agli alunni sistemi di elaborazione dati con i quali faranno i conti nell’ingresso all’istruzione europea o al mondo del lavoro.

Mi spiace non riuscire a esprimere al meglio la mia passione per l’insegnamento. Amo Rodari, Munari, la scuola creativa e collaborativa, ma davvero non sempre si può attuare - e non per cattiva volontà. Non è assolutamente vero che ai docenti piace etichettare i ragazzi con sigle quali BES o quant’altro, ma in verità spesso ci troviamo a operare con situazioni che ci pongono in difficoltà. Sostenere l’attenzione oggi è davvero difficile, e non dipende solo dalla vivacità, dall’attrattività delle lezioni. I bambini di oggi, nativi digitali, hanno bisogno di scoprire la bellezza del lavorare con le mani, ma vi assicuro che questo percorso non è così facile da attuare.

Personalmente ho deciso di collaborare con Gariwo per favorire la diffusione del tema dei Giusti come possibile sguardo positivo sul futuro. Ho collaborato alla costruzione di percorsi vicini ai più piccoli quali giochi, schede informative, proposte di attività didattica, perché sono convinta che l’attenzione al prossimo, la presa in carico personale, la concretezza dell’azione dei Giusti sia vero esempio e stimolo per tutte le età, e soprattutto per l’età evolutiva. Nel mio incontro con docenti e alunni in diverse scuole ho sempre trovato attenzione da parte dei docenti che sanno guardare al di là del programma ministeriale previsto. Ancor più per questo motivo mi fa male sentir parlare della scuola come un luogo di “ghettizzazione”.

Auspico un fattivo rapporto di collaborazione con tutte le parti in “opera” educativa: docenti, psicologi, genitori in primo luogo. Spero che anche la società civile si lasci stimolare da queste indicazioni di settore.

Emanuela Bellotti, specialista sul campo, da 30 anni docente elementare.

Analisi di Emanuela Bellotti, Commissione didattica Gariwo

6 ottobre 2014

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Scopri tra gli Editoriali