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Celebriamo il Nobel a Muratov, ma non dimentichiamo i giornalisti russi costantemente minacciati

di Anna Zafesova

Nello stesso giorno in cui Dmitry Muratov ha ricevuto il premio Nobel per la Pace – con il Cremlino che ha inviato alla sua Novaya Gazeta un messaggio di congratulazioni – un'altra manciata di giornalisti sono stati dichiarati dal governo russo “agenti stranieri”: reporter della Bbc, di Bellingcat, della tv Dozhd, del sito Proekt a sua volta già proclamato “organizzazione indesiderata”. Mai un Nobel era stato più tempestivo, accendendo un riflettore potente su una situazione a lungo ignorata o sottovalutata dalla comunità internazionale. Erano anni che il Comitato dei Nobel non guardava in direzione della Russia, dopo il premio conferito nel 1990 a Mikhail Gorbaciov, per aver abbattuto il muro e distrutto il comunismo sovietico, e la scelta del direttore di un giornale che è un monumento vivente alla lotta per la libertà di stampa probabilmente voleva essere un segnale da inviare al Cremlino. Ora sarà più difficile, forse, chiudere una testata che ha pagato le sue inchieste – sulla guerra in Cecenia, sulla corruzione, sulle torture nelle carceri e sulla gestione disastrosa della pandemia – con la vita di sei collaboratori, di cui la più celebre è Anna Politkovskaya, uccisa esattamente quindici anni fa.

Eppure raramente un Nobel è stato più contestato, e lo stesso Muratov ha dovuto giustificarsi e dire che il premio è per tutti i suoi colleghi, e che se fosse stato per lui sarebbe andato al candidato russo più ovvio, ad Alexey Navalny, il leader dell'opposizione prima avvelenato e poi incarcerato, e insieme a lui a tutti i detenuti politici russi, e agli oppositori russi che nell'ultimo anno sono stati costretti a fuggire dalla Russia. Le polemiche che in queste ore vedono molti esponenti del dissenso politico e giornalistico russo accusare Muratov di essere troppo colluso con il Cremlino, o con singoli oligarchi, sono assolutamente immeritate: la redazione di Novaya Gazeta ha subito minacce, censure e attentati, e i compromessi ai quali bisogna scendere per sopravvivere alle repressioni non possono essere misurati e giudicati. A colpire, nella scelta del comitato per i Nobel, è più che altro la decisione di ignorare quello che è accaduto in Russia negli ultimi mesi, quello che sta accadendo in questi giorni. La rapidissima regressione da un autoritarismo più o meno soft a una dittatura, avvenuta in pochi mesi e innescata proprio dalla protesta di Navalny, ha visto migliaia di arresti, centinaia di processi, decine di giornali e ONG chiusi o bollati come “agenti stranieri”, e di giornalisti censurati e costretti a fuggire. In pochi mesi, dire e scrivere quello che si pensa, scendere in piazza o votare liberamente è diventato da difficile a impossibile.

Assegnare in queste circostanze il premio a un solo giornalista, con tutti i suoi meriti, sembra troppo poco, e troppo tardi. È vero che i premi Nobel sono per loro natura lontani dall'attualità, e vogliono essere la consacrazione di un contributo consolidato e indiscutibile. Ma è vero anche che in passato a Oslo non era mancato il coraggio di intervenire in vicende ancora in corso, e di premiare dissidenti mentre erano in carcere, o perseguitati, o al confino: Andrey Sakharov, Lech Walesa, Aung Sang Suu Kyi. Misurare il punteggio dei potenziali Nobel in base agli anni che hanno trascorso dietro le sbarre, o al fastidio che un premio potrebbe dare agli autocrati che li perseguitano, per non rischiare polemiche di giornata, è una tattica che suscita amarezza, e delusione, soprattutto nei beneficiari, ed è toccato a Dmitry Muratov rimediare e dire che il suo Nobel è dei suoi giornalisti, e di tutti quelli che lottano per la libertà in Russia. Il Nobel per la pace è uno strumento potente per attirare l'attenzione del mondo verso un problema, ed è un salvacondotto quasi magico per chi lo riceve. In Russia, e in Bielorussia, tanti, troppi oggi hanno bisogno di protezione, di difesa, di garanzie, e i riflettori accesi possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Anna Zafesova

Analisi di

8 ottobre 2021

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