English version | Cerca nel sito:

​Chi demolisce la memoria, può comandare il futuro

di Cristina Miedico

Palmira prima della distruzione (Foto Archivio Pal.M.A.I.S)

Palmira prima della distruzione (Foto Archivio Pal.M.A.I.S)

Musei e Monumenti evocativi e in buona salute sono armi potentissime contro chi ha attentamente programmato di demolire il bello, di uccidere e annullare ogni esempio imitabile di condivisione umana e culturale, di cancellare la memoria delle nostre società, composte da tante facce, culture, realtà.

Se vogliamo contrastare chi distrugge, dobbiamo capire esattamente cosa sta distruggendo e difenderci innalzando il vessillo della meraviglia che l’Uomo ha saputo produrre in ogni epoca, in ogni latitudine, imparando, osservando, mettendosi in discussione e ascoltando. Abbiamo bisogno di Musei del Bene.

Recenti dati pubblicati da FederCultura rivelano che l’Italia è ancora tra gli ultimi paesi in Europa per la spesa pubblica destinata alla cultura. La notizia positiva è che nell’ultimo anno si è registrato un aumento del 7% nel numero dei visitatori dei Musei e dei Monumenti archeologici e storico artistici, è un dato estremamente positivo, che rende tutti molto felici. Milano è città capofila per gli investimenti culturali ed evidentemente questa amministrazione ha capito che la cultura migliora la qualità della vita e favorisce il benessere psicofisico delle Persone. Di fronte a questi dati, che mi auguro in continuo aumento, mi chiedo come mai le demolizioni monumentali ancora perpetrate dai terroristi dell’ISIS generino tanta indignazione, perché le Persone amino e sentano il bisogno di visitare luoghi antichi o di vedere oggetti del passato e perché si compiacciano quando un monumento o un reperto gli racconta la loro storia.

Io sono abituata a cercare nel passato quasi tutte le risposte relative al presente. Lavoro in un Museo archeologico e quindi ho anche bisogno di capire cosa cercano i visitatori. Devo essere in grado di sentire le domande inespresse che frullano nella testa di coloro che decidono di visitare una mostra, un monumento, un museo. Solo comprendendo tali domande, posso provare a fornire qualche risposta. In una ventina d’anni di rapporti con il pubblico ho capito che, a prescindere da nazionalità, livello culturale, età, religione, abilità personali, quasi tutti hanno bisogno di bellezza, innanzi tutto, ma anche di radici. Fin dalla più tenera età vogliamo sapere da dove veniamo, come, dove, quando siamo nati; prendiamo esempio dai nostri genitori e ci riconosciamo nelle tradizioni della nostra famiglia. Via via che lo sguardo si amplia, cominciamo a chiederci a quale gruppo apparteniamo e abbiamo bisogno di riconoscerci in miti comuni e in valori condivisi capaci di farci sentire simili a coloro che ci circondano, abbiamo bisogno di sentirci parte di una comunità umana, di condividere il cammino che essa sta compiendo. Nei casi migliori cerchiamo di confrontarci in maniera costruttiva con gli ‘altri’, con ciò che è diverso da noi, con ciò che non conosciamo, dando la possibilità a noi stessi e agli ‘altri’ di crescere condividendo reciprocamente le nostre competenze. Nei casi peggiori, se viviamo qualche privazione, reale o percepita, e non siamo in grado di assumercene la responsabilità, il nostro rapporto con l’’altro’ è completamente diverso, iniziamo a temere ciò che non conosciamo, ci spaventa chiunque non sia del tutto simile a noi, temiamo che l’ "altro" ci voglia danneggiare, nella stessa misura in cui noi stessi saremmo pronti a danneggiare lui. Ed ecco che solleviamo muri, cerchiamo colpe e colpevoli, costruiamo alibi, neghiamo categoricamente il valore dell’’altro’ e finiamo per giungere allo scontro.

Come archeologa italiana so che i nostri 8000 km di costa, i nostri fiumi navigabili, le nostre fertili pianure, le colline boschive, i nostri splendidi paesaggi, hanno sempre fatto sì che il nostro territorio venisse attraversato da innumerevoli genti, culture, gruppi di Persone, che si integrarono, impararono e insegnarono molto. Fenici, Greci, Celti, Etruschi, Punici, e più tardi Normanni, Arabi, solo per citare alcuni esempi… Non avremmo mai avuto l’eccezionale sviluppo che ha conosciuto l’Italia ininterrottamente per millenni, se non avessimo incontrato tanti popoli diversi. L’alfabeto, il pane, il vino, l’ambra, il tornio, Apollo e Dioniso, la fusione a cera persa, Cibele e Mitra, la pittura e il mosaico, il teatro, il romanzo, l’oreficeria, i datteri, le pesche, i sistemi di irrigazione, l’algebra, il cristianesimo. Moltissimo di ciò che riteniamo ‘nostro’ ci è stato insegnato da ‘altri’ e quindi ad ‘altri’ dobbiamo riconoscerne il merito.

Chi gira per mostre, musei e monumenti è affascinato dalle culture antiche: “non abbiamo proprio inventato niente”, ripetono, “è impressionante come un tempo gli Uomini sapessero costruire strutture monumentali ed eterne, senza i macchinari moderni; i popoli preistorici avevano conoscenze che noi abbiamo perduto; i rilievi assiri, le tombe egizie, i mosaici macedoni sono di una tale bellezza che noi umili contemporanei non sapremmo neanche lontanamente imitare” e molto altro ancora.

Cosa succede in chi allena la memoria e si lascia coinvolgere dalle molteplici storie che un Museo può raccontare? Chi va alla ricerca dell’antico e dell’arte scopre che 3000 o 500 anni fa Uomini e Donne avevano esattamente le stesse paure che abbiamo noi, gli stessi sentimenti, gli stessi sogni, a prescindere da dove fossero nati o cresciuti. Le Persone capiscono, profondamente, che la nostra vicinanza genetica agli scimpanzé è incredibile, che il genere umano è uno solo, che i confini nazionali sono un’invenzione recentissima, che dall’evoluzione dell’Homo Sapiens ad oggi assai poco è cambiato, che tutte le conquiste dell’Umanità sono state possibili solo grazie alla capacità di comunicare e di collaborare, che distingue il genere umano dalle altre specie animali. Chi raggiunge questa consapevolezza torna a casa più felice, più forte, più umano. La memoria e la bellezza sono infatti stupendamente in grado di renderci migliori e più vicini gli uni agli altri.

La storia è maestra di vita, lo si ripete da millenni, siamo inoltre del tutto consci che solo se ci poniamo di fronte agli errori compiuti, possiamo evitare di ripeterli, solo se continuiamo a mostrare l’orrore della guerra, cercheremo con intensità la pace, solo se continuiamo inesorabilmente a denunciare i genocidi, solo se ce ne assumiamo la responsabilità, vorremo giurare a noi stessi e al mondo, MAI PIU’.

I musei e i monumenti servono proprio a questo, sono eccezionali strumenti di condivisione sociale e culturale, grazie alla loro capacità di raccontare storie di Uomini e Donne come noi, di generare bellezza, empatia e consapevolezza umana. Questo è il motivo per cui qualcuno li vuole distruggere.

L’ISIS continua infatti a demolire impunemente i monumenti di Palmira, i musei e i siti archeologici siriani e non solo; continua nel suo cammino di cancellazione e annullamento della Memoria di tutti, della loro prima di tutto ma anche della nostra. Mentre piango leggo di accuse di inciviltà e arretratezza, ma questa spiegazione non mi soddisfa, non può essere così semplice: se fossero loro così “arretrati” opposti ad un “noi” tanto evoluti, sapremmo e dovremmo fermarli, li avremmo fermati da tempo, ma non lo abbiamo fatto, evidentemente la situazione è più complicata di così e io ho bisogno di comprendere.

Demolire il tetrapilo di Palmira o il proscenio del teatro romano, svendere tutti i reperti archeologici staccati a forza dalle vetrine o dai monumenti, non sono azioni compiute da quattro pazzi ignoranti, non servono unicamente a spaventare l’Occidente, a insultare chi ritiene che quel patrimonio sia universale o a comprare armi, è molto più grave di così. L’azione compiuta dall’ISIS è molto più sofisticata, pianificata, drammatica e irrimediabile. Quei monumenti non sono più lì oggi e non saranno più lì domani a testimoniare che un mondo diverso è possibile. Anche se il terrificante assolutismo dell’ISIS venisse sconfitto, nessuna scolaresca siriana andrà mai più a visitare l’oasi di Palmira, nessuno resterà a bocca aperta di fronte a quello splendore unico e inimitabile, nessuno racconterà a quei bambini che un tempo esisteva una città ricchissima e bellissima nella quale vivevano in pace persone di culture, lingue e religioni diverse. Nessuno saprà più che è esistito e quindi può esistere un Paese in cui convivere nel rispetto reciproco, un Paese che è porta dell’Oriente per chi giunge da Ovest e porta dell’Occidente per chi arriva da Est. Distruggere la memoria significa annullare la possibilità di dimostrare e di comprendere che un altro mondo, diverso dal presente, è stato e quindi è possibile.

Sarebbe come pensare che la facciata barocca della Cattedrale di Siracusa basti per dimenticare che quello è un tempio pagano. Sarebbe come continuare a dimenticare che Atene fu per secoli una città islamica e credere che aver demolito tutti i minareti e aver restaurato i monumenti della mitica democrazia ateniese basti a riportare un popolo all’epoca di Pericle; e purtroppo il bellissimo Museo Benaki Islam, a due passi dall’Agorà, potrà poco se lasciato solo a ricordare tanta memoria. Sarebbe come pretendere che l’Europa sia da sempre un paese completamente cristiano, far finta di non sapere che il suo nome è quello di una fanciulla mediorientale e arrivare magari ad annientare Granada o Cordoba, baluardi storici e artistici di condivisione sociale, economica e culturale tra cristiani, ebrei e islamici.

Ora ho ancora più paura di prima: i terroristi dell’ISIS non sono invasati, folli, incapaci, incivili, se continueremo a illuderci della loro ignoranza non potremo mai trovare il modo di affrontarli. I terroristi dell’ISIS seguono un progetto molto preciso, dotto e curato di demolizione della Memoria al fine di poter costruire una società tutta a loro immagine, nella quale possano avere il potere assoluto e indiscusso, nella quale non esistano esperienze ‘altre’ o punti di vista diversi e non ci sia nulla di vero, se non ciò che loro professano essere reale.

L’unica arma che abbiamo contro chi demolisce monumenti è quindi la valorizzazione della Memoria, la tutela dei luoghi, degli oggetti, dei Musei. Quanti più Monumenti verranno abbattuti, tanti più dovranno essere i fondi che destineremo ai Musei, ai luoghi e alle voci che narrano la nostra storia. Abbiamo bisogno di far parlare i monumenti e le opere d’arte, di dimostrarne la potenza evocativa, di permettere loro di raccontarci la nostra storia, la nostra essenza, la nostra natura di esseri irrimediabilmente e stupendamente unici e meticci.

Uno strumento indispensabile se vogliamo opporci all’ISIS consiste infine nell’impedire ai terroristi di cancellare la consapevolezza del nostro essere meticci, nel mettere continuamente in luce quanto degli ‘altri’ ci sia in ciascuno di noi, nel cercare di valorizzare noi stessi valorizzando gli ‘altri’, nel far notare agli ‘altri’ quanto di noi vive in loro, nel continuare a dimostrare nei fatti che una scelta diversa dall’assolutismo, dall’integralismo, dal nazionalismo è possibile, che un mondo diverso è possibile, che un futuro migliore è possibile.

La Memoria dei Musei unita alla Memoria dei Giusti porterà a costruire nuovi Musei, i Musei del Bene.

Cristina Miedico, Direttrice del Museo Archeologico e del Museo Diffuso di Angera

Analisi di Cristina Miedico, Direttrice del Museo Archeologico e del Museo Diffuso di Angera

23 gennaio 2017

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Giornata dedicata a Khaled al-Asaad

Un albero al Giardino dei Giusti per il custode di Palmira e Convegno Internazionale al Piccolo Teatro Grassi

Scopri tra gli Editoriali

Il libro

I narcos mi vogliono morto

Alejandro Solalinde e Lucia Capuzzi

Multimedia

Diritti umani

di Ani Boghossian

La storia

Ahmad Batebi

studente perseguitato dal regime degli ayatollah