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Chi ha tradito Giuda?

di Silvia Golfera

Ogni uomo conosce il tradimento. Il primo è quello verso la madre, che dopo averci nutriti e insegnato l’alfabeto della sopravvivenza, ci lasceremo alle spalle, con lo stesso passo cui ci ha amorosamente addestrati. Le medesime parole con cui ci ha iniziati alla difficile arte di comunicare, le useremo per rinnegarla.

È legge di sopravvivenza: chi sceglie di crescere caricandosi del peso e della gioia della propria esistenza, non può che tradire i genitori. Un tradimento che ci perseguita come una colpa inconfessabile.

Una colpa che con sollievo si può scaricare su Giuda, universale prototipo del traditore, su cui nei secoli si è modellato lo stereotipo dell’infido giudeo.
Eppure tradire può essere l’unico modo per restare fedeli a ciò che si ama.

In questa prospettiva Amos Oz affronta il tema del tradimento nel suo ultimo romanzo, Giuda, reinterpretando radicalmente la figura del tormentato discepolo. Giuda avrebbe spinto Gesù sulla croce, convinto della possibilità di un ennesimo miracolo: ne sarebbe disceso sano e salvo ad annunciare la redenzione universale.
Invece Gesù non ce la fa a sganciare le membra dai chiodi e Giuda, sgomento per quel sacrificio inutile, si uccide. Lui, “il primo, l’unico, l’ultimo cristiano”.

Giuda azzarda, nel romanzo di Oz, una drammatica roulette russa, che ha in palio la vita o la morte, non solo individuale, ma dell’umanità intera. La sua tragedia è quella di ogni idealista, di ogni uomo di fede, smentito dalle miserie terrene.

Dalla letteratura alla vita. Anche l’appello rivolto da Amos Oz, assieme ad altri 800 intellettuali israeliani, ai parlamenti europei, perché riconoscano lo Stato di Palestina che ancora non c’è, è una scommessa rischiosa.

La chiave di questo appello sta proprio in alcune parole del libro: “Si può forse capire un popolo che per millenni ha ben conosciuto la forza dei libri, la forza della preghiera, la forza dei precetti, dello studio…ma che la forza della forza l’ha conosciuta solo a suon di percosse. E ora che a un tratto si ritrova con l’arma in pugno…tenda a credere che usando la forza si possa fare di tutto…La verità è che tutta la forza del mondo non basta a trasformare l’odio in amore…il fanatico in illuminato…in amico chi ha sete di vendetta”.

La storia dello Stato di Israele viene ripercorsa con l’amarezza con cui si guarda a un’illusione tradita, costata “fiumi di sangue innocente”. Con il rimpianto di aver perso forse un’occasione per costruire una realtà diversa, in cui fosse possibile alle due comunità, ebraica e araba, “esistere una accanto all’altra o una dentro l’altra senza alcuna cornice naturale”.

Forse ha ragione Oz, forse non esiste altra strada per uscire dall’impasse di un perenne stato d’assedio. Anche se dubito che si possa mai trasformare in amore l’odio da cui è circondata Israele. Ma sono disposta a scommettere contro il mio scetticismo. Così come non credo che politici pure più navigati e brillanti di me, abbiano idea di quali scenari possano aprirsi.

Posso solo mettere in fila alcuni dati, del presente e del passato.

Oggi Israele è l’unico Paese democratico e laico, multietnico, con partiti che si confrontano liberamente, con elezioni regolari, giornali e mezzi di comunicazione pluralisti, un Paese che riconosce i diritti civili, a cominciare dalla libertà delle donne. Un Paese minuscolo circondato da Stati autoritari e teocratici, portatori di ideologie totalitarie e aggressive, paesi lacerati da cruenti conflitti interni. Un Paese accerchiato da nemici che ne auspicano non la sconfitta, ma l’annientamento. Un Paese cui l’Europa sembra volgere le spalle, quella stessa Europa che, tradendo la sua anima ebraica, ha costretto migliaia di reietti, depredati di tutto, a cercarvi rifugio.

Siamo a ridosso del Giorno della Memoria, che purtroppo sta sempre più trasformandosi nel giorno dell’Oblio. Una ricorrenza che va ripensata, come già hanno iniziato a fare autorevoli studiosi della Shoah, come Yehuda Bauer, Gabriele Nissim, Georges Bensoussan e altri, per ridare alla cultura ebraica quel respiro universalistico che le è proprio e che rischia di smarrirsi nella difesa a oltranza di una supposta unicità, che ne inaridisce il significato più profondo. Occorre ripensare la memoria come strumento di lettura del presente, che accenda le coscienze di fronte alla banale riproducibilità dei genocidi, di ieri e di oggi. Che aiuti ad individuarne i meccanismi, a prevenire le catastrofi.

Si parla molto di Shoah, ma se ne parla male, in modo approssimativo, strumentalizzandola per stigmatizzare in modo improprio eventi che nulla hanno a che fare con essa.

L’Europa dimentica, senza digerire mai nulla, e ogni tanto torna a essere scossa da rigurgiti antisemiti, come le orrende scritte comparse l’estate scorsa a Roma su alcuni negozi di ebrei, le aggressioni in Francia, il frasario ripugnante e becero che circola in tanti siti. Georges Bensoussan attribuisce questi fenomeni a una diffusa presenza islamica, ma a mio avviso l’antisemitismo di matrice islamista trova nel rimosso europeo una buona cassa di risonanza.

In un libro precedente, Storia d’amore e di tenebra, Amos Oz racconta un episodio che ben rappresenta l’ambiguità dell’Europa e la sua cattiva coscienza: "Quando mio papà era ragazzo a Vilna, stava scritto su ogni muro d’Europa ‘Giudei andatevene a casa, in Palestina’. Passarono cinquant’anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa, dove i muri gli urlavano addosso: ‘Ebrei, uscite dalla Palestina’…”

E il paradosso è che probabilmente si tratta sempre della stessa voce.

Analisi di Silvia Golfera, scrittrice

15 dicembre 2014

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