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Chi rischierebbe la propria vita per salvare la mia?

di Craig T. Palmer

Il 6 marzo non è semplicemente un giorno per ricordare i Giusti, ma una giornata in cui prendersi un momento per riflettere attentamente sull’obiettivo che vogliamo raggiungere attraverso la diffusione delle storie dei Giusti, e su come possiamo farlo. Un intento è chiaro: è essenziale accertarsi che l'Olocausto e altri crimini contro l'umanità siano ricordati, comprese le azioni delle rare persone che hanno rischiato la vita per salvare gli altri durante queste atrocità. Le storie dei Giusti hanno inoltre il potenziale per influenzare chi le ascolta e per modificarne il comportamento, e il 6 marzo è il giorno giusto per mostrare come ciò possa accadere. Uno dei metodi più frequenti che le mostre e i percorsi educativi sull'Olocausto usano per raggiungere questo scopo è quello di chiedere a coloro che hanno ascoltato le storie dei Giusti di domandarsi: “cosa avrei fatto io?”. Vale certamente la pena di chiedersi se si rischierebbe la propria vita per salvare qualcun altro oppure no, a mio parere però la capacità di queste domande di trasformare la narrazione dei comportamenti esemplari dei Giusti in atteggiamenti futuri desiderabili è limitata. Non solo infatti la domanda chiede di prevedere come ci si comporterebbe in una situazione ipotetica, ma quella situazione è molto diversa da qualsiasi altra che si abbia effettivamente vissuto. Quindi, si è in grado di eludere qualsiasi inquietante contemplazione del proprio comportamento rispondendo onestamente "non so cosa farei in una situazione così diversa da qualsiasi cosa abbia mai affrontato”.

Recentemente, tuttavia, mi si è presentata una domanda diversa, che mi costringe a considerare quale influenza ha avuto, se c’è stata, ascoltare le storie dei Giusti sul mio comportamento. In una conferenza accademica, una donna ebrea mi ha detto che, più che alla contemplazione di domande ipotetiche su ciò che avrebbe fatto, l'Olocausto l’ha spinta a porsi periodicamente un interrogativo molto pratico. Ogni volta che si trasferiva o accettava un nuovo lavoro, si trovava automaticamente a riflettere su tutti gli amici, conoscenti e persone del suo nuovo ambiente sociale, chiedendosi: chi rischierebbe la vita per salvare la mia?. Non essendo né ebreo né membro di nessun'altra categoria sociale perseguitata, questa è una domanda che non mi ero mai posto. Sono rimasto sbalordito nel realizzare quanto sono stato fortunato, e quanto immensa sia la differenza tra la mia vita e quella di coloro che si sono invece trovati a doversi porre quell’interrogativo. In un primo momento, ho pensato che quella sarebbe stata l'unica lezione che avrei tratto dalla conversazione, ma poi ho individuato un’altra implicazione in ciò che la donna mi aveva detto. Sapendo che delle persone si stavano chiedendo chi avrebbe rischiato la sua vita per loro mi ha fatto capire che qualcuno avrebbe potuto anche chiedersi se io sarei stato disposto a rischiare la mia vita per salvarlo. Se sì, quale sarebbe la sua risposta? Quali aspetti del mio comportamento potrebbero indicare che seguirei l'esempio dei Giusti? O, ancora più inquietante, quali aspetti del mio comportamento indicherebbero che non lo farei? Non posso eludere queste domande rispondendo semplicemente "non so”, perché non si riferiscono ad alcuna decisione ipotetica che potrei prendere in futuro, ma direttamente a comportamenti osservabili nella mia vita quotidiana. Tratto le persone in un modo che fa pensare che mi preoccupo per altri abbastanza da rischiare la mia vita per salvarli? Ho trovato difficile cambiare il mio comportamento quando la risposta non è stata di mio gradimento, ma pormi la domanda mi ha costretto sempre a tentare. Sì, il 6 marzo è un giorno per ricordare e onorare le azioni dei Giusti, ma può anche essere un giorno per ricordarsi che bisogna prendersi il tempo per porsi alcune domande scomode.

Craig T. Palmer, antropologo

Analisi di Craig T. Palmer, antropologo

26 febbraio 2019

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