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Chi vuole la fine della democrazia in Armenia

di Simone Zoppellaro

La sera dell’8 aprile una folla si raduna all’aeroporto di Yerevan. C’è aria di festa. I tantissimi famigliari presenti degli oltre duecento prigionieri di guerra ancora detenuti in Azerbaijan, militari e civili, sono in trepidante attesa: un’attesa che si trascina dal 10 novembre, entrata in vigore del cessate il fuoco che ha sospeso, senza alcun accordo di pace, l’ultima guerra in Karabakh. Molti di questi prigionieri, come confermato da un’indagine di Human Rights Watch, hanno subito abusi e torture (peraltro filmate e condivise sui social media in modo sistematico). Si profila la fine di un incubo. Ma l’aereo, partito da Mosca e transitato a Baku, atterra vuoto. Non un solo prigioniero accompagna Rustam Muradov, comandante delle truppe russe in Karabakh. Che, come se non bastasse, accusa subito il governo armeno: “Hanno ingannato la popolazione”. Il tutto, si badi bene, dopo che il premier armeno Pashinyan era appena rientrato da un incontro con Putin a Mosca.

Non passa neppure un mese dall’incidente quando Artak Zeynalyan, che rappresenta gli interessi dei prigionieri alla Corte europea dei diritti umani, annuncia la morte di 19 di questi. Uno sfregio per la popolazione e il governo armeno, appena usciti da una sconfitta cocente.

Il tutto mentre da mesi in Karabakh si continua a sparare. Si sparava anche quand’ero lì, a fine dicembre e a capodanno: all’esatto scocco della mezzanotte alla periferia di Stepanakert, il centro maggiore della regione, sono partiti scambi di arma da fuoco per alcune ore, in un’atmosfera spettrale: strade deserte, ad eccezione di auto che sfrecciavano a tutta velocità verso il luogo dell’escalation. Apro Twitter, di solito la migliore fonte di informazione in tempo reale, soprattutto sul Caucaso. Silenzio dai media armeni e internazionali, silenzio completo. Tantissimi i racconti da parte dei civili, in quella cittadina e nei villaggi, di colpi notturni contro le abitazioni civili e gli animali, e quando visito di giorno Martakert, poco prima, sentiamo ancora spari. Restano poi gli ordigni inesplosi: l’intero territorio ne è disseminato.

Ma non è tutto: da mesi, ancora una volta dopo la guerra, si riportano incursioni dell’esercito azero in Karabakh e in Armenia, contro un esercito sconfitto e in grave difficoltà. A tal proposito, ricordo il racconto di alcuni civili dopo una di queste incursioni: raccoltisi di fronte alla più vicina postazione militare russa, chiedono aiuto e protezione. Hanno paura: la guerra, segnata da bombardamenti incessanti sui centri abitati del Karabakh, è ancora fresca. Ma i russi, ufficialmente in missione di peacekeeping, non si muovono. E anzi: impediscono in modo sistematico ai giornalisti stranieri di entrare in Karabakh (sono stato fra gli ultimi a entrare, e non senza difficoltà).

Il caso più eclatante è però degli ultimissimi giorni: un’incursione di alcuni chilometri, da parte dell’esercito dell’Azerbaijan, nel sud dell’Armenia. Il tutto fatto, ancora una volta, con perfetto tempismo, mentre gli occhi del mondo sono puntati sul conflitto israelo-palestinese. A protestare, a livello governativo: Francia, USA e Canada; mentre la Russia, pur nell’accordo di cooperazione militare che la lega all’Armenia (nonostante, peraltro, esporti armi anche a Baku) si mantiene in un primo momento defilata, salvo poi intervenire in sordina – passati alcuni giorni – nell’intento ufficiale di trovare una mediazione. Dietro quest’episodio, anche un importante progetto di infrastrutture che transiti da Iran, Armenia e Georgia, e che – non è la prima volta – si vuole impedire.

Ora, quello che si sta profilando in tutta evidenza è che i nuovi padroni del Karabakh – Russia, Azerbaijan e Turchia – dopo aver scalzato l’Europa e gli USA dal tavolo della diplomazia e della pace, vogliano dare una direzione ben precisa alle elezioni armene del 20 giugno. E lo fanno, come di abitudine a Mosca, giocando sporco: screditando, manu militari, un governo – quello armeno – che pur fra i tanti errori compiuti durante e dopo la guerra, rimane espressione di una rivoluzione nonviolenta e democratica che, appena tre anni or sono, aveva voltato le spalle a un passato dominato da oligarchi, corruzione e violenza.

Non sarà un caso che, passando ancora una volta da Mosca, il processo contro l’ex-presidente Robert Kocharyan – accusato di essere responsabile della morte di 10 manifestanti durante le elezioni del 2008 – sia stato bloccato. Non solo: da notare come, di ritorno ancora dalla capitale russa, l’oligarca Kocharyan, campione indiscusso di corruzione, violenza e brogli elettorali, sia stato scelto a leader dell’opposizione armena.

Per anni, e ancora durante la guerra, pessimi giornalisti e analisti allo sbaraglio ci hanno voluto raccontare il conflitto del Karabakh come una guerra per procura russo-turca, con tanto di calcoli inutili e previsioni infondate. Un’idiozia, come si è visto alla prova dei fatti, e come si vede ancora oggi, quando i tre autocrati (Putin, Aliyev ed Erdogan) che spadroneggiano nel Caucaso del Sud, hanno trovato ancora una volta una corrispondenza di amorosi sensi nel cercare di mettere il punto (di un proiettile) alla già fragile democrazia armena, dopo aver spacciato una pace che non esiste (nella realtà dei fatti) in Karabakh.

Ora, se gli armeni vorranno Kocharyan o Pashinyan, devono poter essere liberi di sceglierlo da soli, senza interventi guidati (e violenti) dai soliti autocrati. L’irritazione provata da Mosca per la Rivoluzione di velluto che ha portato al governo quest’ultimo è più che nota e non ha bisogno di spiegazioni. Ora, mentre in Germania cadono una dopo l’altra le carriere dei servitori politici di Aliyev, mentre gli USA e la Francia cercano come possono di rimediare al vuoto politico lasciato (anche in questo contesto) da Trump, l’Italia dorme sonni pesanti, immersa nei fumi di petrolio e gas che importiamo da Baku.

Me è un errore: la fine della democrazia in Armenia avrebbe effetti importanti anche al di fuori del Paese, e potrebbe essere un’ottima testa d’ariete per “rimettere in ordine” anche la vicina Georgia, che vive una stagione di crisi e contraddizioni. Per non parlare della lezione indelebile – nello spazio ex-sovietico – per chi provasse a sollevarsi da oligarchi e autocrati di turno, in uno spazio che va dall’Asia Centrale fino al cuore della nostra Europa.

Gli armeni, dopo la guerra, hanno dimostrato una grande forza a resistere alle sirene della violenza e della dittatura (prospettiva, questa, che si profila sempre dopo sconfitte di tale portata). Abbiamo un debito morale nei confronti dell’Armenia: quello di supportare una democrazia che rischia di implodere sotto i colpi congiunti di Mosca, Baku e Ankara.

L’Europa batta un colpo. E torni ad accendere i riflettori sull’Armenia in questo mese che ci separa dalle elezioni. Un voto, questo, in cui è facilissimo immaginare tentativi di brogli, oltre a nuovi colpi di mano politici e militari che falsino completamente la competizione democratica.

So che in molti, fra i rappresentanti della società civile e della politica in Italia, si sentono in colpa per non aver impedito una carneficina di civili in Karabakh, nell’ultima guerra. Lo so dalla loro diretta testimonianza. Ma questo non è il tempo di versare lacrime. È tempo di essere vigili e attivi. L’Armenia, eterna fenice, potrà forse rinascere, come ha fatto tante volte nella storia, ma solo a patto che si fermi la mano di chi oggi vuole soffocarla nella cenere.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di

20 maggio 2021

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