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Cina: Covid-19 e diritti minacciati

di Helena Savoldelli

Una dimostrante indossa una maschera dipinta con i colori della bandiera del Turkestan dell'est, patria degli uiguri.

Una dimostrante indossa una maschera dipinta con i colori della bandiera del Turkestan dell'est, patria degli uiguri. ©OZAN KOSE/AFP/Getty Images

Il Covid-19 è un nemico sistemico che non si ferma ai confini dei Paesi e, forse proprio per questo, ha fatto emergere in modo chiaro i limiti dei governi mondiali in tema di diritti umani e salvaguardia della persona e la loro mancanza di cooperazione, una disconnessione fatale in un mondo dove le azioni del singolo hanno conseguenze planetarie. Ci si è già trovati recentemente in questa condizione quando la comunità scientifica ha messo in guardia di fronte alla necessità di agire rispetto al cambiamento climatico e alla devastazione dell’ambiente che potrebbero portare il pianeta alla catastrofe nel giro di pochi anni, con conseguenze ben peggiori di quelle che stiamo vivendo ora. Questa volta però, il problema è adesso. Riguarda le società più ricche e quelle più povere, e non è stato possibile fare finta di niente, come invece spesso si verifica sulla questione ambientale. Ci si chiede quanta trasparenza ci sia realmente su quello che sta accadendo, quali le responsabilità disattese e i diritti minacciati di fronte all’emergenza. Questa riflessione comincia necessariamente dal Paese in cui il virus ha avuto origine, la Cina, che, oltre ad essere stato il primo colpito, rappresenta anche un caso di regime che usa i mezzi di pubblica sicurezza per reprimere i diritti.


Un allarme inascoltato

Il primo contagio accertato della misteriosa polmonite nel Paese - nella provincia di Wuhan - risale a inizio dicembre, ma solo il 20 gennaio la notizia della serietà della malattia e della trasmissione da uomo a uomo è arrivata ufficialmente dalla Cina, quando si trattava già di un’epidemia, seppure la Commissione sanitaria nazionale assicurava ancora che fosse contenibile all’interno dei confini del Paese. Un ritardo forse cruciale che doveva essere evitato. Il governo cinese, con il suo presidente Xi Jinping, ha quindi taciuto in quei giorni la pericolosità del virus e i numeri del contagio, lasciando che le città continuassero a vivere quasi normalmente e non avvertendo il mondo del pericolo. 

L’atteggiamento di chiusura attuato dal regime, che ci fa comprendere più che mai i rischi di un potere totalitario che manipola e reprime l’informazione, si è scontrato con la voce purtroppo inascoltata dell’uomo che per primo riuscì a diffondere l’allarme sul Covid-19, l’oftalmologo Li Wenliang, morto il 7 febbraio proprio a seguito di complicazioni dovute al virus. Wenliang ricondivise infatti il messaggio - un referto di casi di Sars con Tac dei pazienti, da un laboratorio di Pechino - arrivatogli in una chat dei medici dell’Ospedale Centrale di Wuhan e partito dalla collega Ai Fen, che sfidò il divieto da parte delle autorità cinesi di comunicare “senza autorizzazione” i dati del virus e ricevette un duro rimprovero dal Comitato di ispezione disciplinare dell’Ospedale, la mattina del 30 dicembre. Li lo inoltrò su WeChat (la principale app di messaggistica in Cina) a centinaia di medici suoi compagni all'università, accompagnandolo con la scritta: “Sette casi di Sars confermati al Mercato di Huanan. Messi in quarantena nel nostro ospedale”. Qualche giorno dopo la polizia si è presentata a casa sua, costringendolo a firmare un verbale di collaborazione che gli imponeva di smettere di diffondere notizie false e turbare l’ordine sociale. Un eroe comunista, un martire, un funzionario modello… è stato definito in molti modi in questi mesi. Ciò che è certo però, è che il 30 dicembre tentò di avvertire i colleghi medici del coronavirus mandando immagini dei polmoni dei pazienti provenienti dal mercato di Wuhan e poi dovette ritrattare. 

Non solo Li Wenliang, ma anche altri cittadini cinesi - che tramite social media hanno manifestato la loro frustrazione per il mancato avviso da parte delle autorità - sono incorsi nella censura del regime, che sta cercando di ricostruire una narrazione della pandemia come “nuova guerra di popolo”, sollevando il partito da ogni responsabilità e liquidando la questione Wenliang, riabilitato a "martire nazionale", come un’azione scorretta degli agenti implicati. Qualcosa di strano è accaduto anche per il caso della dottoressa Zhang Jixian, direttrice del reparto di Cure respiratorie dell’Ospedale provinciale di medicina integrata dello Hubei a Wuhan, che fece isolare alcuni malati a fine dicembre, dopo aver notato casi di polmonite insolita e mandato la notizia al Centro per il controllo delle malattie (Cdc) di Wuhan, l’organo tecnico che in Cina coordina la risposta alle malattie infettive. La risposta è stata tarda, ma per il suo gesto Zhang ha ricevuto con due mesi di ritardo un’onorificenza del Regime e sarà probabilmente considerata per la storia ufficiale della Repubblica popolare cinese come il primo medico ad aver dato l’allarme sul Covid. 


Sfruttare il Covid-19 contro le forze pro-democrazia 

"Un fattore indicativo degli sforzi crescenti di Pechino per imporre il controllo diretto sulla vita dei cittadini, violando i diritti fondamentali, è stato l'assalto delle autorità cinesi e locali al movimento democratico di Hong Kong nel mezzo della crisi Covid-19", ha dichiarato il 20 aprile Human Rights Watch. Il 18 aprile la polizia di Hong Kong ha infatti arrestato 15 leader pro-democrazia - poi rilasciati su cauzione in attesa del processo di maggio - per "l'organizzazione e la partecipazione ad assemblee illegali" durante le proteste diffuse del 2019. Ciò è avvenuto dopo giorni in cui il rappresentante del governo cinese nella città ha reinterpretato la costituzione di Hong Kong - che le garantisce un alto grado di autonomia su tutte le questioni diverse da quelle degli affari esteri e della difesa - per interferire nelle questioni interne. "Sembra che Pechino stia sfruttando la pandemia di Covid-19 per infliggere colpi alla lotta della popolazione per i diritti umani", ha affermato Sophie Richardson, direttore cinese di Human Rights Watch. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, inoltre, ha criticato l'ordinanza sull'ordine pubblico di Hong Kong, che impone agli organizzatori di richiedere alla polizia, con sette giorni di anticipo, un "avviso di non opposizione" per manifestazioni che coinvolgono più di 30 persone, affermando che l'ordinanza "può facilitare restrizioni eccessive" sul diritto alla libertà di riunione. Lunedì 11 maggio, come se non bastasse, le autorità di Hong Kong hanno dichiarato di aver arrestato 230 persone durante proteste pro-democrazia, che hanno ripreso vita anche a seguito della rinnovata preoccupazione per la stretta di Pechino sulla città. Centinaia di poliziotti antisommossa sono stati dispiegati per disperdere i manifestanti per “assemblea illegale”, aggressione a ufficiale di polizia e mancata presentazione della prova d’identità. "Alcuni giornalisti sono stati aggrediti con spray al peperoncino, non è stato loro permesso di ricevere un trattamento immediato e sono stati invitati a interrompere le riprese", ha dichiarato Chris Yeung, presidente dell'HKJA (Associazione dei giornalisti di Hong Kong). È rappresentativo anche il dato che, da giugno 2019, le autorità cinesi hanno arrestato quasi 8000 manifestanti, ma non sono riuscite a perseguire penalmente nessun agente per l’uso eccessivo della forza durante le manifestazioni.


Gli ultimi della pandemia, in Cina sono gli Uiguri

Un vuoto d’informazione si è verificato poi per quello che riguarda la regione dello Xinjiang, dove centinaia di migliaia di uiguri, minoranza islamica che vive in quest’area insieme ai cinesi Han, sono detenuti in campi di indottrinamento volti a snaturare la loro identità religiosa e culturale con la scusa della lotta al terrorismo e alla violenza estremista. Ufficialmente i dati del Covid-19 nella regione sono di 76 casi e tre morti (John Hopkins Coronavirus Resource Center) e l’area ha ripeso la sua attività industriale, agricola e scolastica. Poco o niente si sa però sui dati del contagio e la condizione all’interno delle strutture di rieducazione dove un milione o più di uiguri, kazaki e membri di altre minoranze prevalentemente musulmane sono rinchiusi. Non ci sono dati nemmeno sulle prigioni, di cui lo Xinjiang è una delle regioni più ricche del Paese. Le comunicazioni degli Uiguri con l’estero sono uno dei motivi per cui si viene detenuti nei centri e le informazioni incensurate provenienti dalla regione sono scarse, ad opera solo di molti uiguri che stanno coraggiosamente raccontando ciò che avviene nei centri, a rischio della propria incolumità e di quella delle proprie famiglie.

Dopo che i primi casi di coronavirus nello Xinjiang sono stati segnalati il 23 gennaio, la regione ha rafforzato ulteriormente i suoi controlli – attuati con posti di blocco e un sofisticato sistema di riconoscimento facciale su “base etnica”. I rapporti degli esuli uiguri hanno descritto inoltre come il blocco dovuto al Covid-19 abbia messo gli uiguri nello Xinjiang a rischio fame. I documenti interni cinesi trapelati sul New York Times e l'International Consortium of Investigative Journalists hanno elencato inoltre i pericoli delle malattie infettive nel programma di indottrinamento. Sayragul Sauytbay, una donna kazaka di origine cinese che è stata costretta per qualche mese a lavorare come insegnante di lingua cinese in un campo fino all'inizio del 2018, ha dichiarato: "Secondo la mia esperienza personale nel campo, non hanno mai aiutato nessuno o fornito alcun supporto medico per qualsiasi tipo di malattia o condizione di salute".


Non solo la Cina 

La politica repressiva e menzognera della Cina non è isolata, ma trova diversi “alleati” in altri Paesi il cui comportamento allarma i difensori dei diritti umani: in Serbia la giornalista Ana Lalić è stata arrestata per aver scritto della mancanza di equipaggiamento protettivo per il personale medico in un ospedale locale; in Ungheria il parlamento ha approvato una legge che dà al Primo Ministro Viktor Orban pieni poteri in un indefinito stato di emergenza che non garantisce i valori democratici; in Venezuela il giornalista Melquiades Ávila ha dovuto nascondersi dopo essere stato minacciato per aver messo in dubbio la preparazione degli ospedali statali sulla sua pagina Facebook; in Brasile il presidente Jair Bolsonaro minimizza la pandemia contravvenendo alle misure di protezione e lasciandosi andare a scivoloni imperdonabili come "Il lavoro rende liberi" inserito in uno spot pubblicitario del suo esecutivo sulla lotta alla disoccupazione; negli Stati Uniti il presidente Trump, dall’alto del suo America First, non solo non ha aiutato il mondo di fronte alla crisi sanitaria, ma neppure i propri cittadini e ha contribuito a diffondere fake news pericolose per la loro vita.

È una lista troppo lunga quella delle azioni irresponsabili. In un momento in cui tutti i governi sono chiamati a scegliere tra la collaborazione internazionale e la chiusura nazionalistica, tra la tutela della vita e dei suoi equilibri o quella di altri interessi, il contributo individuale per il bene comune ha un significato importante, anche se, come nel caso di Wenliang, non sempre viene accolto con entusiasmo.

Analisi di Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

14 maggio 2020

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