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Come la memoria della Shoah ha cambiato il mondo

di Gabriele Nissim, alla Commissione Esteri della Camera dei deputati

Raphael Lemkin

Raphael Lemkin

27 gennaio 2021, Giorno della Memoria - Di seguito l’intervento del presidente di Gariwo Gabriele Nissim questa mattina alla Commissione Affari Esteri della Camera dei deputati nell’ambito di un’audizione sulla prevenzione dei Genocidi. 

Il presidente Nissim ha presentato una proposta perché si faccia un passo ulteriore per tenere fede all’impegno che il nostro Paese ha preso quando ha firmato il 2 agosto del 1953 la Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione dei genocidi, e per mantenere la promessa del “mai più“.

In occasione del 27 gennaio, quando in tutto il Paese si ricorda lo sterminio degli ebrei, è importante riflettere nel nostro Parlamento su come la memoria della Shoah abbia cambiato il mondo e creato un nuovo pensiero.

Prima di tutto sono nate due nuove parole che sono entrate nel vocabolario dell’umanità.

Quello che Churchill aveva chiamato un crimine senza nome, perché sfuggiva ad ogni immaginazione e incontrava l’incredulità di chi non voleva vedere, ha trovato una parola che lo definiva. Prima il termine “Olocausto”, poi, ritenendo che con esso si dava l’idea di un “sacrificio”, è diventata più consona la parola “Shoah” (che in ebraico significa: “catastrofe”).

Importante però, come ha osservato lo storico israeliano Yehuda Bauer, era spiegare le caratteristiche del fenomeno: un massacro, per modalità, senza precedenti: concepito da un’ideologia che, considerando gli ebrei nemici dell’intera umanità, voleva annientarli fino all’ultimo, ovunque.

In secondo luogo, per merito del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, è stata coniato, nel 1942 (mentre era in atto la soluzione finale, il termine “genocidio”: da un ibrido di due parole greche e latine (“genos” e “cidio”), per indicare la volontà di distruzione di una collettività etnica, religiosa o sociale.

Egli voleva che ci fosse una parola chiara e precisa (“come il marchio Kodak per le macchine fotografiche”) che tutti si potessero ricordare e che indicasse nella Storia lo sterminio di una minoranza sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra. Quella parola doveva provocare un senso immediato di vergogna e riprovazione: perché il comandamento “non uccidere” purtroppo veniva considerato valido solo per quelli all’interno del proprio gruppo di appartenenza, ma non per gli altri, che così potevano essere massacrati senza scrupoli.

Lemkin affermò che il genocidio era una minaccia che riguardava l’umanità intera, poiché la distruzione di qualsiasi minoranza annientava non solo chi veniva colpito, ma impoveriva la ricchezza della pluralità umana su questa terra. Per questo la prevenzione dei genocidi riguardava la responsabilità dell’intera comunità internazionale.

Con la memoria della Shoah sono nati importanti percorsi culturali e politici.

Per la prima volta, dal processo di Norimberga a quello di Eichmann a Gerusalemme, si è introdotto il concetto di “crimini contro l’umanità”. Chi aveva obbedito e obbedisce a ordini malvagi, in tempo di guerra, e aveva, e ha, assecondato, e si fa strumento, di uno sterminio era, e va considerato, colpevole, e non può discolparsi sostenendo di aver dovuto eseguire un ordine.

Le riflessioni di Primo Levi in Italia e di Simone Veil in Francia hanno fatto comprendere che le vittime del nazismo non erano solo i resistenti, ma anche i “colpevoli” di essere nati ebrei. A testimoni attivi come loro, come Nedo Fiano, come Liliana Segre, dobbiamo la conoscenza dell’abisso dell’antisemitismo nazista.

Con le grandi battaglie per la memoria, per la prima volta nella storia, si è innestato un percorso di purificazione morale dopo un genocidio.
La Germania si è assunta la responsabilità della colpa davanti al mondo. Willy Brandt si è inchinato davanti al monumento alle vittime del Ghetto di Varsavia. Il presidente Jacques Chirac, in Francia, si è assunto, dopo le rimozioni di Francois Mitterand, la responsabilità per il governo di Vichy, complice delle deportazioni degli ebrei.

Dopo l’89, tra incertezze e polemiche, nei Paesi dell’Europa centro orientale, dove ci furono anche complicità con la barbarie nazista o indifferenza alla sorte ebraica, è cominciata una riflessione critica sul proprio passato, dopo che il totalitarismo comunista, dopo aver incredibilmente imboccato la strada dell’antisionismo, aveva rimosso qualsiasi discorso sulle complicità degli antisemiti.

Dal protagonismo ebraico per il ricordo internazionale della Shoah, altri popoli come gli armeni o i ruandesi si sono mossi sulla scena pubblica, affinché fosse riconosciuto il loro genocidio. I sopravvissuti ebrei, che si erano fatti testimoni e combattuto contro l’oblio, sono stati d’esempio e dato coraggio agli altri popoli per rompere il muro di omertà.

Il punto più alto di questo nuovo pensiero è stato quello di aprire una riflessione sulle modalità politiche, culturali e giuridiche che potessero prevenire e punire ogni nuova forma di antisemitismo e ogni nuovo meccanismo genocidario che potesse nuovamente minacciare la comunità internazionale.

È la famosa promessa morale del “mai più”: quanto era accaduto agli ebrei non si doveva più ripetere per gli ebrei e per qualsiasi popolo della terra.

Il pioniere di questa idea geniale e innovativa è stato proprio Raphael Lemkin, che ha fatto approvare nel 1948 dalle Nazioni Unite, dopo averci già provato nel 1933, al momento dell’ascesa di Hitler, una legge che impegnava a reprimere e a bloccare ogni tentativo di distruggere una minoranza nazionale.

Nella Convenzione, che egli aveva curato in tutti i particolari, si affermava che dovevano essere puniti non solo gli atti di genocidio, ogni forma di complicità, ma anche l’incitamento diretto e pubblico a commettere il genocidio.

Quindi non bisognava solo intervenire quando il male estremo si era realizzato, ma prevenire il male nella sua genesi quando cominciava la propaganda di odio con parole violente e genocidarie.

Raphael Lemkin, che aveva perso tutta la famiglia nei campi di sterminio in Polonia, aveva ritenuto che il trauma immane dello genocidio nazista dovesse scuotere l’umanità con una Convenzione che chiamasse tutte le nazioni ad un impegno attivo contro ogni nuovo genocidio.

Riscattare le vittime, nei confronti delle quali il mondo era stato indifferente, significava imporre una svolta, perché, se non ci fossero stati strumenti di prevenzione e di dissuasione, tutto si sarebbe potuto continuamente ripetere.

A New York, spiegò agli studenti che con quella storica convenzione si era legiferato un importante comandamento: non commettere un genocidio: “La coscienza si manifesta con una sensazione di vergogna. Una volta che questo sentimento avvolgerà un atto di genocidio, metà del lavoro sarà compiuto. La condanna morale sarà più facile perché ora il genocidio è diventato un crimine.”

La Convenzione non ha purtroppo cambiato il corso degli eventi, perché dal ’48 ad oggi si sono susseguiti più di 55 genocidi con 70 milioni di vittime, secondo il fondatore di Genocide Watch, Gregory Stanton, e spesso il potere di veto delle superpotenze ne ha impedito l’applicazione. Tutti ricordiamo, ad esempio, la terribile responsabilità per quel mancato intervento dei militari delle Nazioni Unite che avrebbero potuto impedire il genocidio del Ruanda e quello dei bosniaci musulmani a Srebrenica.

Eppure quella Convenzione di Lemkin ha segnato un nuovo inizio: sono nati i Tribunali Penali internazionali che hanno giudicato i criminali della Bosnia, del Ruanda e della Cambogia; si è affermato il principio dell’intervento umanitario (Responsabilità di proteggere) per venire in soccorso delle popolazioni minacciate; si è cominciato a discutere alle Nazioni Unite di un sistema di allerta precoce (Early warning system) per informare il mondo quando ci sono i presupposti di un genocidio.

Se tutto questo percorso verrà implementato, la memoria della Shoah, genocidio paradigmatico del Novecento, avrà un effetto per il mondo intero, come si era proposto il giurista ebreo polacco.

Ciò dipende dalla volontà politica di ogni singolo Paese e dalla coscienza di ogni cittadino.

Per questo oggi, in quanto italiano ed ebreo, sono orgoglioso di ricordare la passione che si manifesta nelle Giornate della memoria e l’impegno delle istituzioni nella lotta contro l’antisemitismo, culminata nell’adesione da parte del governo alla carta di intenti della IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance).

Vorrei però che si facesse un passo ulteriore per tenere fede all’impegno che il nostro Paese ha preso quando ha firmato il 2 agosto del 1953 la Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione dei genocidi.

Tre sono le proposte:

1) nominare nel Parlamento un Advisor italiano dei genocidi che lavori in collaborazione con il Consulente speciale sulla prevenzione dei genocidi delle Nazioni Unite e le istituzioni dell’Unione europea;

2) impegnare la Commissione Esteri del Parlamento a redigere ogni anno un rapporto dove si presentano all’opinione pubblica i pericoli di nuovi genocidi nel mondo e le possibili misure da prendere per prevenirli. La storia della Shoah ha insegnato che l’indifferenza e la mancata informazione di un crimine contro l’umanità sono presupposti che permettono ai carnefici di agire impunemente e così di nascondere le loro azioni. Come immaginava Lemkin, si tratterebbe di monitorare in modo scientifico tutti i segnali che sono l’anticamera di nuovi genocidi, come lo scoppio di nuove violenze o i discorsi di odio che toccano gli ebrei e qualsiasi minoranza;

3) creare anche in Italia una agenzia autonoma e indipendente sui diritti umani, come proposto dall’Unione europea, che in collaborazione con la Corte Penale Internazionale indaghi in modo permanente sullo stato dei diritti nel mondo e sui crimini contro l’umanità.

Oggi questa commissione ancora non c’è, ma inviterei il Parlamento a volgere lo sguardo: alla sorte dei Rohingya e ai 730 mila civili costretti a scappare in Bagladesh; al milione di Uiguri, rinchiusi nei campi di concentramento nella regione dello Xinjiang; allo sterminio della piccola minoranza degli Yazidi perpetrato dai combattenti dello Stato islamico nella regione dello Sinjar; alla guerra senza fine nello Yemen; al continente africano, dove dall’Etiopia, al Sahel, al Sud Sudan gli scontri interetnici, il fondamentalismo islamico e i cambiamenti climatici continuano a tormentare le popolazioni, creando situazioni drammatiche.

È questo lo spirito del mio intervento: raccontare nel Giorno della Memoria anche i genocidi e i conflitti dimenticati, per rendere concreta la promessa del mai più.

Apparso il 27 gennaio 2021 su Avvenire 

La pagina approfondimento di Gariwo "Memoria e conoscenza per prevenire i genocidi. Fare memoria affinché si possa mantenere la promessa del 'mai più'"

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di

27 gennaio 2021

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