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Come narrare le storie dei Giusti

di Francesco M. Cataluccio

Nel Novembre del 1940, 450.000 ebrei vennero rinchiusi dai nazisti nel Ghetto di Varsavia. Un gruppo segreto di giornalisti, studiosi e leader della comunità ebraica decise di contrattaccare. Guidati dallo storico Emanuel Ringel­blum (1900–1944), conosciuto con il nome in codice “Oyneg Shabes”, i clandestini decisero di “sconfiggere” le menzogne naziste e la propaganda, armati non di pistole e pugni ma di carta e penna. Scrissero e raccolsero materiali, documenti e fotografie: nel 1942 nascosero seppellendole migliaia di pagine in scatole e contenitori di latta, che furono ritrovate nel 1946. Quelle coraggiose persone che, pur sapendo di avere poche speranze di sopravvivenza, hanno generosamente scritto e lavorato per il Futuro, hanno dato vita alla più grande raccolta di testimonianze oculari scampate alla guerra: un prezioso archivio della Memoria ora diventato patrimonio dell’Unesco.

L’Archivio Ringelblum continua a testimoniare ciò che è avvenuto (cfr. Emanuel Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal Ghetto, a cura di Jacob Sloan, Castelvecchi, Roma 2013). Il racconto è più che un’immagine riflessa: continua a vivere in esso l’essenza sacra di cui dà testimonianza. Il miracolo che si racconta riacquista potere. La forza che un giorno operava si trasmette alla parola vivente e opera ancora dopo generazioni.

Nella tradizione ebraica il raccontare ha qualcosa di miracoloso. Il filosofo austriaco del dialogo Martin Mordechai Buber (1878 –1965) nella sua raccolta del 1962 (I racconti dei Chassidim; trad. it. di Gabriella Bemporad, Garzanti, Milano 1979 ) riporta questo breve apologo:

A un rabbi, il cui nonno era stato discepolo del Ba’al-Shèm, fu chiesto di raccontare una storia. Egli allora disse: “Una storia va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto.

E raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Ba’al-Shèm solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie".

Proprio perché le storie sono vita, bisogna cercare di narrarle nel modo più vivo possibile. Ciò è tanto più necessario quando si raccontano storie di Giusti che, con la loro presa di coscienza e le loro azioni, hanno salvato altre vite, contribuito alla sconfitta degli oppressori o testimoniato la verità su ciò che accadde.

Soltanto così il racconto non è fine a sé stesso o una fredda compilazione di una voce biografica. Soltanto in questo modo le figure dei Giusti possono aiutare a riflettere, immaginare, confrontare.

I Giusti non sono dei santini. Le loro storie vanno raccontate mettendo in luce, nel miglior modo possibile, la complessità delle persone e delle loro esistenze. Le storie in bianco e nero sono noiose e non credibili e soprattutto non restituiscono.

Questo non significa che la narrazione delle storie dei Giusti sia LETTERATURA. Nessuna invenzione deve essere permessa: occorre attenersi soltanto ai dati certi, sfrondando i fatti dalle sovrastrutture ideologiche e incrostazioni false accumulatisi nel tempo. Il ruolo di coloro che raccontano le storie dei Giusti deve un po’ essere simile a quello dei cronachisti medievali che si mettevano da parte per riportare, nel modo più oggettivo possibile, quello che era accaduto. La differenza tra il Cronachista, che scrive bene, e lo Scrittore deve essere ben chiara. Perché lo Scrittore, come sosteneva Graham Green, “ha il ruolo di suscitare nel lettore la simpatia verso i personaggi che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”.

Nel redigere l’Enciclopedia dei Giusti Gariwo ha cercato e cerca di far sì che ogni voce su un personaggio non sia una fredda scheda, come in Wikipedia o nelle altre enciclopedie, ma un vero racconto, sostenuto da ricerche approfondite e un controllo meticoloso delle fonti. Le voci dell’Enciclopedia dei Giusti non sono opere letterarie (nel senso di prevedere anche una parte di invenzione), ma narrazioni il più possibile ricche di particolari e costruite in modo tale da lasciare spazio a dubbi, domande, considerazioni critiche. Nessun Giusto infatti, quando a posteriori si racconta la sua vita (e spesso la sua morte violenta), può essere presentato come una figura coerente. Nela maggior parte dei casi anzi, la sua scelta è inaspettata, improvvisa, frutto di quella che Agostino d’Ippona chiamava “illuminazione”. Una luce che si accende nella sua coscienza, che sarebbe troppo semplice spiegare soltanto con la Fede o con un intervento divino. Nel racconto è qui che sta la difficoltà: ricostruire il più possibile i passaggi che hanno condotto a un’azione virtuosa o alla scelta di un’esistenza di lotta e testimonianza.

Il magistrato israeliano Moshe Bejski (1921-2007), sopravvissuto alla Shoah grazie alla generosità dell’industriale tedesco Oskar Schindler, si batté perché, nel 1963, egli venisse considerato un Giusto nel Giardino di Yad Vashem, a Gerusalemme. Schindler era un imprenditore nazista, moralmente non certo irreprensibile, che sfruttava la manodopera gratuita dei prigionieri ebrei a Cracovia. Però, quando anche per loro era arrivato il momento di essere ammazzati, egli ebbe un problema di coscienza, un barlume di umanità, e grazie alla famosa “Lista di Schindler” riuscì, rischiando, a salvarli quasi tutti. Gabriele Nissim ha raccontato questa storia in un libro che ci fa vedere non un puro, un santo, un eroe, ma un uomo “imperfetto e contraddittorio” come lo sono, in varia misura, tutte le persone reali (cfr. Il Tribunale del Bene. La storia di Moshe Bejski, l'uomo che creò il Giardino dei giusti, Mondadori, Milano 2003). La stessa modalità di racconto la si trova negli altri suoi libri e, in particolare, ne L'uomo che fermò Hitler. La storia di Dimităr Pešev che salvò gli ebrei di una nazione intera (Mondadori, Milano 1998), il ministro bulgaro, monarchico, filofascista che, nel 1943, fece fermare i treni carichi di ebrei diretti ai campi di sterminio e, nel dopoguerra, si batté contro il regime filosovietico, pagando un prezzo molto alto e venendo dimenticato.

La narrazione delle storie dei Giusti necessita di una preventiva riflessione sulla Memoria. La Memoria va associata prima di tutto ai luoghi. Alberto Cavaglion, che insegna Storia ebraica all’Università di Firenze ed è uno specialista di Primo Levi e della letteratura del Novecento, sostiene che la Storia ha inferto ai luoghi e al paesaggio danni altrettanto irreparabili che la speculazione edilizia. Non solo il paesaggio, anche la Memoria del nostro recente passato è degradata (Alberto Cavaglion, Decontaminare le memorie. Luogi, libri, sogni, add editore, Torino 2021). Cavaglion si sofferma su tre luoghi della Memoria del Novecento, per il loro stato di “paesaggi convalescenti”, luoghi simbolo situati a pochi chilometri di distanza nella pianura del modenese, ai quali si sente particolarmente legato:

  • il campo di concentramento di Fossoli (Carpi), da dove sono transitati Primo Levi e la maggior parte dei deportati italiani;
  • Villa Emma a Nonantola, dove trovarono asilo, grazie all’aiuto della popolazione locale, decine e decine di bambini in fuga, braccati dai tedeschi;
  • la torre della Ghirlandina a Modena, da dove il 27 novembre 1938 si gettò l’editore Angelo Fortunato Formaggini, all’indomani dell’emanazione delle leggi razziali.

La Memoria ha logorato certi luoghi, rendendoli retorici, facendo perdere loro la propria più profonda verità. Nelle Giornate della Memoria, ad esempio, secondo Cavaglion, luoghi e memoria, come a esempio Auschwitz, diventano qualcosa di rituale che fa perdere di vista il dramma: “I luoghi contaminati dalla Seconda Guerra Mondiale, per quanto elevata e sincera sia la nostra volontà di ricordare, respingono, non attraggono. Sbagliamo a imporre ai giovani di visitare quei luoghi senza avvisarli con un cartello: PAESAGGIO CONTAMINATO. (...) Il veleno di Auschwitz contagia anche lo specialista, non soltanto il lettore comune”. Infatti gli spazi insaguinati (bloodlands) rinfocolano per loro natura il desiderio di fuga. Non bisognerebbe far calpestare quei luoghi ai visitatori, ma fermarsi sulla soglia senza entrare:

“L’errore che abbiamo commesso è consistito nel credere che il processo educativo potesse svolgersi dentro il paesaggio e non sulla soglia (…) Ci siamo lasciati cullare dalla fiducia illuministica del comprendere tutto e subito, anche ciò che per definizione è incomprensibile. Ci siamo cullati nell’illusione dell’accoglienza, dell’aprire le porte degli Inferi ai nati con la libertà, senza avvertire che il veleno corrode”.

I luoghi contaminati dovrebbero essere circondati da un cordone sanitario di libri. Questo è il grande compito degli insegnanti. Letture, comprensione, non esperienza diretta. Agire sullo studio, la comprensione e la riflessione più che sulle emozioni.

I luoghi della memoria pubblica dovrebbero così aiutare a ritrovare la speranza. La Memoria non deve essere la parola malata che è diventata oggi: dalla tragedia deve rinascere la voglia di vivere. Nonostante la sofferenza patita, la sofferenza domina l’abominio. Mentre la memoria obliqua è un’invenzione più tarda, la FILOSOFIA DEL CIONONOSTANTE si afferma all’indomani dell’apertura dei cancelli di Auschwitz. I primi superstiti scrivevano delle loro gioiose esperienze di essere tornati a casa, alla vita quotidiana: “Inevitabilmente quella stagione si è consumata rapidamente. Ma siamo stati troppo superficiali nell‘archiviare quel nonostante”. Cavaglion cita una lettera di Vittorio Foa, venuta alla luce da poco tempo, indirizzata alla sorella Anna, subito dopo aver saputo del suicidio di Primo Levi. Foa ricorda di aver pensato e detto a Levi che Se questo è un uomo era un libro pieno di speranza, e invece il suo ultimo lavoro, I sommersi e i salvati, vedeva il male come irreparabile: “Chiesi a Primo perché mai? Mi rispose in vario modo, ma la sostanza era che quando era giovane poteva sperare, da vecchio non più”.

I testi letterari possono essere un utile ausilio alla conoscenza storica e alla narrazione delle biografie. Infatti la letteratura, pur essendo finzione, è una straordinaria fonte per comprendere cosa accadde, soprattutto per quanto riguarda la mentalità e la percezione degli avvenimenti (AA VV, Testi letterari e conoscenza storica. La letteratura come fonte, Bruno Mondadori, Milano 1986). Particolarmente interessante per il nostro discorso è il testo, contenuto nel volume, dello storico polacco Jerzy Jedlicki, Documento e testimonianza. La letteratura dell’Olocausto: “I fatti in sé parlano da soli, ma gli autori delle testimonianze danno loro un nome, e quindi li racchiudono in categorie, li commentano e li giudicano, e quindi li uniscono a uno schema conoscitivo e assiologico. (…) Se la letteratura è ciò che è stato aggiunto alla relazione dalla coscienza morale propria dell’autore, dalla sua opportuna fatica nel trasformare le proprie vicissitudini in una propria visone del mondo umano, lo storico ha il compito di separare proprio questi livelli della creazione artistica e del giudizio soggettivo dalla testimonianza, che ha intenzione di utilizzare come fonte”.

La creazione letteraria non avviene soltanto nell’universo delle parole, si serve di ogni entità capace di suggerire all’immaginario la scelta di forme e di figure dai luoghi, per tradurre il tempo nello spazio di illusione che è la pagina. Il romanzo, come ha sottolineato il filosofo e critico letterario russo Michail Michailovič Bachtin è un fenomeno plurilinguistico, pluridiscorsivo, plurivoco: “Il discorso dell’autore, i discorsi dei narratori, i generi letterari intercalati, i discorsi dei protagonisti non sono che le principali unità compositive, mediante le quali la pluridiscorsività è introdotta nel romanzo; ognuna di esse ammette una molteplicità di voci sociali e una varietà di legami e correlazioni (sempre in vario grado dialogizzati) tra queste” (M. Bactin, Estetica e romanzo, Einaudi, Torino 1979, p. 71).

I narratori, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esaminano fino in fondo alcuni grandi temi dell’esistenza. Inoltre, la letteratura è una delle migliori alleate della Memoria. Scrivere, secondo Milan Kundera, ha un grande valore morale: “La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio (…) La storiografia scrive la storia della società, non quella dell’uomo. Perciò gli avvenimenti storici di cui parlano i miei romanzi sono spesso quelli che la storiografia ha dimenticato (…) Non solo la circostanza storica deve creare una situazione esistenziale nuova per il personaggio di un romanzo, ma la Storia deve essere capita e analizzata in se stessa come situazione esistenziale (…) Lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità (…) La conoscenza è la sola morale del romanzo.” (Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, Milano 1988).

Lo stile nel quale le biografie vengono scritte è estremamente importante, per rendere più efficace il racconto e la descrizione dei personaggi. Un esempio sono le opere di Primo Levi, grande scrittore prima ancora che testimone e acuto interprete della propria vicenda personale e di quella degli ebrei perseguitati. Il sistema periodico (Einaudi, Torino 1975) rappresenta forse il migliore esempio di equilibrio tra racconto di memoria e stile letterario: uno dei più alti della letteratura italiana del dopoguerra. Nel narrare, Primo Levi si poteva avvalere di un rigore mentale e una precisione che gli derivavano dai suoi studi e dal suo lavoro scientifico. Le sue tragiche esperienze vengono inoltre rielaborate alla luce della sua grande cultura e dal suo carattere onnivoro, enciclopedico e curioso (come si deduce dall’antologia degli autori che più hanno contato nella sua formazione: Primo Levi, La ricerca delle radici, con uno scritto di Italo Calvino e l’introduzione di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1981). La sua profondità morale e dolorosa volontà di andare a fondo, anche impietosamente, nella comprensione delle vicende della Shoah e dell’antisemitismo trova la sintesi nel suo libro-testamento I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986), dove si trovano anche dei racconti fulminanti come quello dell’inquietante presidente del ghetto di Łódź, Chaim Rumkowski (pp. 45-52).

Nella narrazione della storia di un Giusto non è possibile, infine non riflettere sul rapporto tra verità e finzione. Nel nostro caso, in particolare, la finzione non è soltanto tipica della letteratura, ma anche la conseguenza di vicende come i genocidi e le oppressioni dei totalitarismi, particolarmente incrostate di falsità, comprensibili abbagli, versioni discordanti. Nella lettura dei documenti e nel racconto è necessario riflettere sugli aspetti psicologici della storia, come ha fatto il gesuita francese, storico e psicoanalista lacaniano, Michel de Certeau (Storia e psicoanalisi. Tra scienza e finzione, Bollati Boringhieri, Torino 2006). Un esempio di narrazione della vicenda umana, attraverso il disvelamento dei suoi lati più oscuri e delle paranoie del potere, scritta in un bellissimo stile letterario, è il caso de Il presidente Schreber di Sigmund Freud (Casi Clinici, vol. 6, Bollati Boringhieri, Torino 1986).

Il racconto delle storie dei Giusti ha un valore morale esemplare, didatticamente rilevante, da molti punti di vista. Attraverso queste figure si possono iniziare precorsi di narrazione (che possono essere, nell’uso dei vari fatti e materiali messi a disposizione, anche di invenzione letteraria).

Gli studenti possono essere sollecitati a:

  • studiare la vicenda del Giusto nel suo contesto storico concreto, tenendo conto delle idee politiche e morali distorte e i pregiudizi allora dominanti (in modo da comprendere anche il travaglio interiore che precede la presa di coscienza e la ribellione contro l’indifferenza e la violenza dominante);
  • analizzare criticamente la storia del Giusto raccontata nell’Enciclopedia dei Giusti;
  • ricercare ulteriori notizie (utilizzando anche fonti letterarie);
  • provare a narrare nuovamente la storia basandosi sui fatti raccontati;
  • inventare una storia simile;
  • confrontare storie simili, o anche opposte.

L’umanità è sempre sopravvissuta perché ha raccontato: le storie sono il fiato del mondo. Forse perché nella famiglia di mia madre erano dei grandi chiacchieroni, il silenzio era considerato qualcosa di imparentato con la morte. “S’è zittito”, diceva la nonna Giulia Vitale, quando scopriva che qualcuno era deceduto. Gli unici momenti, quando esigeva che non volasse una mosca, erano mentre consultava nel giornale la pagina dei necrologi. Era un rito, come se leggesse il programma dei cinema. Trovava sempre qualcuno che conosceva. Socchiudeva gli occhi e iniziava a raccontare meravigliosamente della persona scomparsa. Era lei in quel momento che gli ridava la voce. Si faceva così tanto prendere dalla storia che si commuoveva, ma anche rideva, ricordando l’esistenza del defunto, dal suo punto di vista, che era il più possibile obbiettivo e non era mai soltanto un’apologia. Da molti anni mi sembra di aver capito che avesse ragione la nonna: raccontare è vivere.

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

28 giugno 2021

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