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Come onoriamo i musulmani che resistono al terrorismo

di Robert Satloff

Khaled Abdul Wahab

Khaled Abdul Wahab Photo credit: Carl Van Vechten (dominio pubblico)

Robert Satloff è Direttore Generale del Washington Institute for Near East Policy e autore di Tra i Giusti. Storie perdute dell'Olocausto nei Paesi arabi (Marsilio 2007). Nel 2008 ha partecipato come relatore alla conferenza di Gariwo Memoria e attualità dei Giusti e da allora segue con attenzione le attività dell'associazione. In occasione dell'inaugurazione del Giardino dei Giusti di Tunisi ha pubblicato su Religion News l'articolo che riportiamo di seguito, tradotto.

Nizza, sulla costa mediterranea della Francia, si aggiunge ora al lungo elenco di città dove i terroristi islamisti hanno perpetrato attacchi crudeli, uccidendo senza pietà centinaia di innocenti.

E parliamo soltanto dei luoghi dove sono avvenuti gli oltraggi più noti, che fanno notizia. Il fatto che milioni di altre persone, per lo più altri musulmani, sopravvivano alle brutalità quotidiane degli islamisti violenti in ampie parti della Siria, dell'Iraq, della Libia, di Gaza, della Nigeria e altrove è un fatto così abituale che raramente viene anche solo giudicato degno di essere riportato dai giornali.

La maggior parte della gente riconosce che i terroristi islamisti che uccidono e mutilano in nome di Dio non rappresentano gli oltre un miliardo di altri musulmani che ci sono nel mondo oggi. Ma, ancora molto diffuso, seppure non sempre articolato, c’è anche il sospetto che alte percentuali di musulmani siano abilitatori, sostenitori o quanto meno simpatizzanti delle azioni dei terroristi. Senza dubbio un certo numero lo è – probabilmente meno di quanto si teme, ma più di quanto si potrebbe sperare.

È per questo che ciò che è accaduto venerdì scorso, instaurando proprio un dialogo tra una riva e l’altra del Mediterraneo, grazie all’Ambasciata italiana a Tunisi, è così importante. Lì gente di diverse fedi, nazionalità e appartenenze etniche si sono riunite per consacrare un “Giardino dei Giusti” in memoria dei musulmani che hanno rischiato –e in alcuni casi hanno proprio sacrificato – la loro vita per salvare altri dall’orrore del terrorismo.

Il concetto di un Giardino dei Giusti attinge dall’esempio dello spazio sacro che c’è a Yad Vashem, il memoriale israeliano dedicato alle vittime e agli eroi della Shoah, in onore dei non ebrei che rischiarono la vita per salvare gli ebrei nell’ora più oscura dell’umanità

Più di 26.000 persone, uomini e donne di tutte le fedi (e di nessuna) sono state riconosciute finora. Dato che ciò costituisce una piccola percentuale di non ebrei che protessero gli ebrei nell’ora del bisogno, le persone onorate hanno dimostrato di possedere una qualità e un coraggio davvero unici, compiendo gesti straordinari pur essendo persone normali.

Prendere questa idea e applicarla ai musulmani che hanno rischiato o dato la propria vita contro il terrore è il frutto intellettuale e morale del lavoro dello storico italiano Gabriele Nissim, fondatore dell’organizzazione milanese Gariwo, acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide

Nissim e i suoi colleghi lavorano da anni per raccontare le storie dei “giusti” – non solo coloro che hanno salvato gli ebrei, ma anche coloro che, più generalmente, si frappongono tra i perpetratori e le vittime proprio per difendere “l’altro” – come via per aprire nuovi canali di comprensione reciproca tra le persone chiuse negli ingranaggi dei conflitti.

Diversi anni fa, ho avuto il privilegio di parlare davanti a 600 liceali italiani davvero entusiasti a una conferenza di Gariwo che sottolineava il valore delle donne e degli uomini coraggiosi che avevano attraversato linee di confine etniche per salvare “l’altro” in tempi di atrocità lungo tutto lo scorso secolo, dal genocidio armeno alle guerre nei Balcani. Il mio contributo era di parlare degli arabi che hanno salvato ebrei durante la Shoah.

Grande merito di Nissim è di aver preso questa idea dal contesto europeo e averla trasportata a Tunisi, proprio al cuore di una società musulmana e araba che è all’avanguardia nella grande battaglia di civiltà che sta infuriando tra illuminismo e fanatismo.

Nel 2011, la Tunisia è stato l’unico Paese arabo a estromettere la propria leadership autocratica sclerotizzata attraverso quella che, con un eccesso di ottimismo, è stata chiamata la “Primavera araba”. Da allora, ha lavorato per proteggere la propria nascente democrazia sia dalla fascinazione dei politici islamisti che promettono risposte semplicistiche a problemi complessi, sia alla brutale violenza dei terroristi islamisti, che minacciava di mettere l’intero Paese in ginocchio.

Lavorando a fianco del coraggioso attivista per i diritti umani tunisino Abdessattar Ben Moussa, vincitore del Premio Nobel della Pace 2015, e dei lungimiranti diplomatici del Ministero degli Esteri, Nissim e I suoi colleghi hanno creato uno spazio sacro su territorio arabo dove le persone di buona volontà di tutto il mondo possono onorare i musulmani, il cui coraggio trascende ogni confine di fede, di nazionalità e di etnicità.

Chi sono questi musulmani eminenti?

Delle persone onorate a Tunisi, la prima storia risale all’occupazione nazista della Tunisia nel 1943, quando Khaled Abdul Wahab, un ricco nobiluomo, protesse circa due dozzine di ebrei nella propria fattoria un po’ fuori dalla città marittima di Mahdia e rischiò la vita per evitare che un ufficiale Tedesco stuprasse una giovane donna ebrea.

La storia più recente proviene dal Bangladesh, dove Faraaz Hussein, un giovane musulmano, invece di salvarsi come avrebbe potuto fare durante il recente attacco dell’ISIS a Dacca, recitando versetti del Corano, ha chiesto invece il rilascio delle sue amiche non musulmane ed è morto eroicamente al loro fianco.

Queste storie sono commoventi e foriere di nobili ispirazioni: in un mondo nel quale il terrorismo islamista colpisce con una frequenza e un orrore che lasciano basiti, ci ricordano anche dell’eroismo straordinario di molti musulmani normali.

Finalmente, quando la Tunisia emergerà dall’attuale travaglio, sarà un passo avanti molto positivo spostare il giardino dai terreni sicuri e recintati dell’ambasciata in uno spazio pubblico, su territorio tunisino sovrano. Quel giorno, gli organizzatori dovrebbero assicurarsi che ci sia spazio per onorare ancora più persone delle cinque celebrate all’inaugurazione.

Questo perché le storie dei musulmani che si oppongono all’odio e al terrorismo, specialmente quelli perpetrati da islamisti violenti che pretendono di parlare in loro nome, sono sia importanti da raccontare che più comuni di quanto pensiamo.

Robert Satloff, Direttore Generale del Washington Institute for Near East Policy

Analisi di Robert Satloff, Direttore Generale del Washington Institute for Near East Policy

22 luglio 2016

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