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Cos'è il giornalismo per i diritti umani?

di Zoja Svetova

Proponiamo di seguito la traduzione dell'intervento di Zoja Svetova per Novaja Gazeta sul tema del giornalismo per i diritti umani. 
Zoja Svetova è una giornalista, scrittrice e attivista russa che per tutta la sua carriera si è occupata di diritti violati e processi ingiusti. In particolare, ha seguito il conflitto in Cecenia collaborando anche con Anna Politkovskaja e ha lavorato per il riconoscimento dei diritti dei detenuti in Russia, alcuni dei quali per motivi politici, che ha visitato personalmente nelle carceri. Nell'intervento, racconta questa sua esperienza e alcuni casi di alto profilo di cui si è occupata, non solo portandoli all'attenzione dell'opinione pubblica ma continuando a seguirli nel corso degli anni. La giornalista si interroga inoltre sul concetto di giornalismo per i diritti umani, ricostruendo storie di chi ha scelto questa via, pagandone spesso il prezzo.

Svetova è stata ospite di Gariwo in occasione della Giornata per la libertà di stampa celebrata al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano al Monte Stella (3 maggio 2022). In quell'occasione, è intervenuta sul tema dell'informazione in Russia e ci ha rilasciato una lunga intervista sul giornalismo indipendente e per i diritti umani nel Paese. 


L’argomento di questa lezione suona più o meno così: “Il giornalismo per i diritti umani: che tipo di giornalismo è? Esiste?”.
È un po’ come chiedersi se ci sia vita su Marte. Non ne so granché di Marte e della vita lì, ma non ho dubbi sul fatto che il giornalismo per i diritti umani esista. Sto cercando, da almeno vent’anni, di dimostrare che esiste e di promuoverlo. È un qualcosa che mi viene naturale, che mi piace fare.

Preciso che non ho studiato per diventare giornalista, bensì insegnante di francese. Per fare la maestra, insomma. Nessuno mi ha insegnato a scrivere articoli e nessuno mi ha spiegato come, a che pro e perché il giornalista debba lavorare. Iniziai a scrivere all’inizio degli anni ’90 per la rivista “Sem’ja i škola” [Famiglia e scuola, ru. Семья и школа]. Avevo la mia rubrica “Voskresnaja škola” [Scuola domenicale, ru. Воскресная школа] e scrivevo di religione ortodossa, feste, fede e kulič [dolce tradizionale russo preparato per la Pasqua ortodossa, NdT].
Cominciai a fare giornalismo nel vero senso della parola per “Russkaja mysl’” [Il pensiero russo, ru. Русская мысль], la rivista dell’emigrazione russa. All’epoca lavoravo come traduttrice per il quotidiano francese “Libération” e scrissi dei profughi ceceni dopo che andammo nei campi profughi in Inguscezia. Sapevo bene cosa stava accadendo lì.

Ricordo che all’epoca, dopo il mio reportage per “Russkaja mysl’”, annunciai una raccolta fondi per i profughi e ricevemmo delle donazioni. Ovviamente, arrivarono per lo più da russi emigrati a Parigi e in altre città europee, anche se “Russkaja mysl’” si leggeva più che altro in Francia. Ricordo anche che mi chiamò l’artista Andrej Šemjakin (amico di Vladimir Vysockij, che per me era tutto) offrendomi il suo sostegno ai profughi ceceni.

Pubblicai parecchi testi su “Russkaja mysl’”, in particolare un’intervista ad Anna Politkovskaja. L’avevo intervistata a Mosca, dopo il suo ennesimo viaggio in Cecenia.

Quasi nello stesso periodo, pubblicai sulla rivista “Stolica” [La capitale, ru. Столица] un primo testo sul medico Friedrich Haass che operava nelle carceri, beatificato qualche anno fa dalla Chiesa cattolica. L’allora redattore del settore “Società” nella neonata rivista “La capitale” non aveva idea di chi fosse questo dottor Haass. Eravamo a metà degli anni ’90, periodo in cui conobbi la brillante avvocatessa russa Karinna Moskalenko, alla quale, insieme ad altri avvocati russi, dobbiamo l’ingresso del nostro Paese nel Consiglio d’Europa. Grazie a loro, i russi avevano ottenuto la possibilità di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Karinna Moskalenko era convinta che la Corte europea potesse accogliere i ricorsi per ingiusto processo e violazione dei diritti di tutti i cittadini, a prescindere dal loro reddito o posizione sociale.

Con Karinna Moskalenko, in questa mia prima esperienza di collaborazione come giornalista con un avvocato per i diritti umani, riuscimmo a far uscire di prigione un cittadino innocente. Si trattava di Ivan Čuškin, disoccupato, accusato di un omicidio che non aveva commesso. L’avvocatessa Karinna Moskalenko lo difese in tribunale, mentre io scrissi un pezzo per la rivista “La capitale”. E fu così che venne liberato.

Dopo quell’esperienza, inanellai tutta una serie di collaborazioni con avvocati per i diritti umani, nonché con avvocati che non si ritengono tali ma che sono consapevoli che il tandem avvocato-giornalista, e il clamore che si crea sulla stampa, talvolta riescono a fare miracoli. Non sapevo, all’epoca, di cosa mi stessi occupando o come si chiamasse questo tipo di giornalismo e se si potesse definire tale. Dopo aver lavorato per diversi anni come producer e assistente dei corrispondenti di diversi media francesi accreditati a Mosca, quali Radio France, Libération, il canale televisivo France 2, arrivai ormai alla fine degli anni ’90 profondamente frustrata rispetto al non poter scrivere nulla di mio, ma soltanto assistere i giornalisti francesi. E fu così che, proprio mentre scrivevo per “Russkaja Mysl’”, il corso naturale degli eventi mi fece fiondare nella redazione di “Novye Izvestija” [quotidiano fondato nel 1997 da un gruppo di giornalisti dimissionari dalla “Izvestia”, storico quotidiano russo considerato vicino al Cremlino, NdT]. Lì, iniziai a scrivere a quattro mani con Georgij Tselms, un asso del giornalismo per i diritti umani, di tutto quello che ci appassionava: di prigione, tribunali, detenuti di ogni tipo e sorta, detenuti comuni che non potevano essere affatto definiti “politici”.

Ricordo, durante le riunioni, il vicecaporedattore (all’epoca il caporedattore di “Novye Izvestija” era Igor Golembiovskij) Valerij Jakov e gli altri che alzavano gli occhi al cielo, come per dire: “Ancora questi, Svetova e Tselms, che vogliono scrivere le loro cose sui diritti umani, assumendo il punto di vista degli attivisti” (nella redazione di “Novye Izvestija” c’era il servizio “L’uomo e le circostanze”, a mo’ di “Società”). Nikolaj Jamskoj, il redattore, copriva me e a Tselms e ci permetteva di occuparci di questi temi, a noi tanto cari. 

A finanziare il quotidiano all’epoca era Boris Berezovskij e la difesa dei diritti umani diventò progressivamente "di moda". In seguito, “Novye Izvestija” venne acquisito da Oleg Mitvol’, venditore di piselli, diventato poi ministro dell’Ambiente. A quel punto, ci staccammo per fondare un nuovo giornale, il “Russkij kur’er” [Il corriere russo, ru. Русский курьер], e, anche se Berezovskij smise quasi subito di finanziarci, nella redazione il giornalismo per i diritti umani crebbe.
Facevo l’inviata per “Russkij kur’er”, proponevo temi forti e mi davano carta bianca. Eravamo già all’inizio degli anni 2000, praticamente fino all’arresto di Mikhail Khodorkovskij. Scrissi sul caso Aleksej Pičugin e incontrai i giurati del collegio, che venne poi sciolto perché questi ultimi non credevano nella colpevolezza di Pičugin.

In quegli anni, il “giornale per i diritti umani” per eccellenza era indubbiamente la “Novaja Gazeta”, e sebbene noi ne fossimo lontani anni luce, ci sforzavamo di fare del nostro meglio. Le mie pubblicazioni suscitarono clamore. In tanti mi contattavano, venivano a chiedermi di scrivere sugli abusi di tribunali, procuratori, investigatori, polizia penitenziaria, servizi segreti. Mi ricordo che con Anna Politkovskaja andai al processo dei ceceni che si erano arresi. All’epoca c’era una grossa campagna per far sì che i ceceni posassero le armi. Erano i nemici: era infatti in corso la seconda guerra cecena. Grazie agli articoli miei e di Anna ai ragazzi diedero solo qualche anno di prigione. Credo fosse il 2003. 

Tuttavia, i miei colleghi giornalisti non mi prendevano sul serio. Mi consideravano la matta del villaggio. Dopo aver letto i miei scritti, intimarono al redattore che avrei dovuto prendere in considerazione l'altro punto di vista. Chiamai in procura e chiesi cosa ne pensassero dei casi di cui mi occupavo. Non credevo che avrei ricevuto risposta, ma feci comunque la chiamata per dimostrare che non era possibile ottenere un'altra opinione dai procuratori. Ottenni, come si suol dire, un “no comment”. Sapevo bene che quella chiamata al procuratore non avrebbe dato i frutti sperati, ma la feci lo stesso, poiché ne era arrivata richiesta al redattore.

Dopo la scalata di Oleg Mitvolj per acquisire il quotidiano “Novye Izvestija”, il giornale venne diviso in “Novye Izvestija”, il cui caporedattore era Valerij Jakov, e “Russkij kur’er”, con caporedattore Golembiovskij e successivamente Sergej Agafonov. Quando, alla morte di Golembiovskij, “Russkij kur’er” chiuse e Berezovskij smise di finanziarci, tornai nella redazione di “Novye Izvestija”. Questa volta mi accolsero bene e pubblicarono i resoconti delle mie visite in carcere a Zara Murtazalieva, accusata di quello che sembrava essere terrorismo.

È forse con questo caso, il “caso Murtazalieva”, che mi resi conto di cosa stessi davvero facendo. Nell’autunno del 2004 Svetlana Gannuškina [attivista per i diritti di migranti e rifugiati in Russia, tra i fondatori del Comitato di Assistenza Civica, NdT] organizzò una conferenza stampa e parlò del caso Zara Murtazalieva, studentessa dell’università di Pjatigorsk accusata di aver organizzato un attentato al Centro commerciale Okhotnyj Rjad. Io scrissi per “Russkij kur’er” l’articolo “Come trasformare una studentessa cecena in una vedova nera”, che uscì il 4 novembre 2004.

Capii subito che quel caso non si poteva ridurre ad un solo articolo. Scrissi di Zara durante tutti gli otto anni e mezzo che trascorse in carcere. Scrivevo per un giornale, poi per un altro, mi recavo ai processi e andavo a trovarla in carcere a Mosca. Insomma, costasse quel che costasse, volevo riparare quell’errore giudiziario. Purtroppo però, con i miei articoli non riuscii ad aiutarla in nessun modo. In seguito, scrissi un libro. Zara scontò la pena fino al 2 settembre 2012. Il mio libro sul suo caso, “Gli innocenti saranno colpevoli”, uscì presso l’editore “Vremja” nel dicembre 2011. Quando Zara tornò a Mosca, le regalai il mio libro. Nell’ottobre 2012 uscì la traduzione in francese e, due mesi dopo la sua liberazione, io e Zara andammo a Parigi a presentare il libro. Portare Zara appena uscita di prigione a Parigi fu una piccola, piccolissima “operazione speciale” (Murtazalieva è ora a un passo dalla cittadinanza francese), benché fossi sicura che saremmo tornate insieme a Mosca una settimana dopo la presentazione.

Dal mio punto di vista, la storia di Zara Murtazalieva è la quintessenza del giornalismo per i diritti umani. Funziona così: inizi a scrivere di queste persone, dei loro casi, e pian piano vieni risucchiato nel loro destino. Scrivi loro lettere, invii dichiarazioni al Commissario per i diritti umani, incontri varie personalità che credi possano aiutarle. Ed è sempre così che, poco tempo fa, mi sono ritrovata con Anatolij Čubajs, prima che fuggisse di fretta e furia a Istanbul.

Il giornalismo per i diritti umani, a dire il vero, ha delle origini ben più antiche. Potremmo dire che nasce con le “Memorie da una casa di morti” di Fedor Dostoevskij o, se vogliamo, con Vladimir Korolenko.

Wikipedia in lingua russa scrive di Korolenko: “La popolarità di Korolenko era immensa, e il governo zarista doveva fare i conti con i suoi articoli. Lo scrittore attirava l’opinione pubblica sulle questioni più spinose e urgenti del momento. Svelò la fame in Russia degli anni 1891—1892 (nel ciclo di saggi “Nell’anno della fame”), parlò del caso Multan [processo nei confronti di un gruppo di contadini udmurti accusati di sacrifici umani, in seguito prosciolti, NdT], condannò i castigatori dello zar che avevano partecipato ai terribili scontri con i contadini della Piccola Russia [governatorato dell’Impero russo, corrispondente a parte del territorio dell’attuale Ucraina, NdT] che rivendicavano i propri diritti (in “Soročinskaja tragedija”, La tragedia di Soročinski, ru. Сорочинская трагедия, 1906) e la politica reazionaria del governo zarista dopo il soffocamento della rivoluzione del 1905 (in “Bytovoe javlenie”, Fenomeno domestico, ru. Бытовое явление, 1910). Nelle sue opere letterarie si concentrava sulla condizione degli ebrei in Russia, era un loro fervente attivista. Wikipedia definisce Vladimir Korolenko scrittore ma, prima di diventarlo, fu giornalista per i diritti umani.

Poi ci sono Frida Vigdorova, Aleksandr Ginzburg, nella Literaturnaja Gazeta [più in basso anche Litgazeta, NdT], Ol’ga Čajkovskaja ed altri: se ci avviciniamo ai giorni nostri, sono loro i precursori del giornalismo per i diritti umani, quando il confine tra giornalismo e attivismo, così labile, diventa impercettibile.

La giornalista e scrittrice Frida Vigdorova nacque nel 1915 e morì nel 1965. Ebbe una vita molto breve. Divenne famosa per aver trascritto il processo a Josif Brodskij. I suoi appunti, gli stenogrammi del processo a Josif Brodskij, non apparvero sulla carta stampata. Vennero stampati solo come Samizdat. Frida Vigdorova era molto famosa: scriveva per “Izvestija”, “Komsomol’skaja pravda” e “Litgazeta”. Come si legge nella premessa di Lidija Čukovskaja al libro di Vigdorova “Il diritto di trascrivere” (ru. Право записывать, “Pravo zapisyvat’”, uscito nel 2017), “Più volte era riuscita a far rinascere la giustizia”. La “Literaturnaja gazeta” con cui collaborava Vigdorova all’epoca le aveva sovvenzionato una trasferta a San Pietroburgo, ma rifiutandosi di accreditarla al tribunale. Vigdorova entrò in tribunale in qualità di scrittrice.

“Fermate la trascrizione" – richiesta del tribunale.
Il tribunale del distretto Dzeržinskij di Leningrado, 18 febbraio 1964.
Secondo processo. Sala dell’Associazione dei costruttori. Indirizzo Fontanka 22, 13 marzo 1964
Frida Vigdorova non si ferma.
Prendete la trascrizione, si sente urlare in sala.
Vigdorova sta scrivendo. A volte furtivamente, a volte palesemente.
Dalla sala: “Ehi, lei che scrive! Prendetele la trascrizione”.
Vigdorova sporge vari ricorsi, allegando sempre la sua trascrizione (usare il dittafono era permesso).

La sua trascrizione venne letta da centinaia, migliaia di persone in Russia, e poi trovò la strada verso l’Occidente. Vigdorova morì il 7 agosto 1965. Brodskij tornò dall’esilio nel settembre 1965.

Il 17 agosto 1965 Jean-Paul Sartre scrisse una lettera al presidente del Consiglio dei ministri Mikojan in difesa di Brodskij. Prima di questo avvenimento, in molti, come lo scrittore Konstantin Fedin, avevano scritto a Mikojan dopo aver letto gli stenogrammi del tribunale. Dopo la lettera di Sartre, Brodskij venne miracolosamente fatto uscire di prigione. Si sa che Jean-Paul Sartre aveva letto gli stenogrammi di Frida Vidgorova. A tradurli in francese era stata Elena Zonina. La trascrizione di Frida Vigdorova del processo a Josif Brodskij venne pubblicata in Russia per la prima volta nel 49° numero di Ogonek del 1988.

Aleksandr Ginzburg fu un famoso dissidente. Il 27 aprile 1979 venne scambiato con due cittadini sovietici, impiegati presso l’Ufficio del Segretario delle Nazioni Unite, Rudol’f Černjaev e Val’dik Enger. Questi ultimi erano stati condannati a 50 anni di reclusione per spionaggio. Prima di essere dissidente, Aleksandr Ginzburg faceva il giornalista.

Ginzburg aveva scritto il famoso “Libro bianco” sul caso Sinjavskij-Daniel'. Il processo contro i due scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel' si era tenuto a Mosca nel 1965. Ginzburg non presenziò al processo, non lo fecero entrare. Vi assistettero invece le mogli di Sinjavskij e di Daniel’ che lo trascrissero, mantenendo un certo decoro, mentre Ginzburg scrisse il libro e lo pubblicò tramite Samizdat.

Il "Libro bianco" arrivò all’estero, mentre Ginzburg portò il manoscritto al KGB per dimostrare che lavorava all’insegna dell’onestà e alla luce del sole (così un altro dissidente, Pavel Litvinov, narra questa storia). Aleksandr Ginzburg andò in prigione per quel libro. In seguito Pavel Litvinov scrisse il volume “Processo ai quattro” sul “Caso Ginzburg, Galanskij, Dobrovol’skij e Laškova”. Pavel Litvinov fu mandato in esilio per le manifestazioni del 1968 in Piazza Rossa, e Natalia Gorbanevskaja le racconta nel libro “Mezzogiorno” (ru. Полдень, “Polden’”). 

È questo giornalismo per i diritti umani o giudiziario? Vi starete chiedendo. Io ritengo che sia giornalismo giudiziario, ma anche per i diritti umani.

Ol’ga Čajkovskaja, nota giornalista della “Literaturnaja gazeta”, scrisse del caso dei cosiddetti “Ragazzi di Peredel’kino”. Si può approfondire questa storia nel libro dell’avvocato Dina Kaminskaja “Appunti di un avvocato” (ru. Записки адвоката, Zapiski advokata). Grazie all’eccellente opera degli avvocati, e soprattutto grazie al lavoro della giornalista, gli innocenti “ragazzi di Peredel’kino”, inizialmente condannati a parecchi anni di carcere per violenza sessuale e omicidio che non avevano commesso, furono assolti dalla Corte suprema.

Altri giornalisti per i diritti umani furono Georgij Tselms, Lidija Grafova, Anna Politkovskaja, Elena Milašina, Vera Čeliščeva. Quasi tutti della Novaya Gazeta.

Qual è quindi la differenza tra il giornalismo classico, tradizionale, e il giornalismo per i diritti umani, talvolta chiamato anche giornalismo di pronto soccorso?

Il giornalismo per i diritti umani implica che i giornalisti approfondiscano un argomento, una questione. Dopo aver scritto l’articolo, fanno dell’argomento una ragione di vita, anziché metterlo da parte, come accade per i giornalisti politici o di inchiesta. Spesso i giornalisti diventano attivisti, come Veronica di “Pravo materi” [ru. Право матери, in italiano “Il diritto della madre”, ONG russa che opera per proteggere i diritti delle famiglie i cui figli sono deceduti nel corso di operazioni militari, NdT], Ol’ga Romanova, Anna Karetnikova, Elena Masjuk e molti altri. 

Vi sono momenti in cui è impossibile scrivere in maniera distaccata. In quei momenti, il giornalista tradizionale diventa un giornalista “per i diritti umani”

In ultimo, una nota molto personale. I colleghi giornalisti hanno solitamente un atteggiamento altezzoso nei confronti dei giornalisti per i diritti umani, come se fossero giornalisti di serie B. I miei colleghi pensavano che fossi fuori di testa. “La Svetova non è una giornalista, è un’attivista”, dicevano. Ho cercato con onestà di fare la giornalista. Scrissi un ritratto del metropolita Tikhon Ševkunov, parlai con moltissime fonti. Speravo molto nel premio “Redkollegija” [premio della Fondazione “Sreda” per sostenere il giornalismo libero in Russia, NdT]. Non lo vinsi: non ero considerata giornalista, ma attivista.

Non so se sono riuscita a convincervi che il giornalismo attivista esiste e che ha una storia ricca di avvenimenti straordinari. Ora, in questi tempi oscuri, in questo incubo che viviamo a occhi aperti, tutto il giornalismo è giornalismo per i diritti umani. E non soltanto in Russia, dove quasi non c’è o non c’è affatto, ma in tutto il mondo, questo tipo di giornalismo sta avendo la meglio. Ed è il giornalismo di quei giornalisti che sono sempre dalla parte delle vittime.

Traduzione dal russo a cura di Sara Polidoro 

Zoja Svetova

Analisi di

30 agosto 2022

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