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Cosa è rimasto del '68

di Ulianova Radice

L'ingresso del Palazzo della Triennale a Milano nel maggio del 1968

L'ingresso del Palazzo della Triennale a Milano nel maggio del 1968

In occasione della presentazione del libro a cura di Giovanni Cominelli Che fine ha fatto il '68. Fu vera gloria?, di venerdì 8 giugno alle 18 nella Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani di Milano, pubblichiamo la riflessione di Ulianova Radice, direttrice di Gariwo e autrice di una delle ventitré biografie contenute nel volume

Quando mi è stato chiesto dal curatore, Giovanni Cominelli, di partecipare al progetto editoriale di rivisitazione del movimento del ’68, in occasione del cinquantenario, sono stata felice di aderire perché la proposta rifletteva il mio modo di ripensare a quell’esperienza: un insieme di storie personali che si sono trovate “per caso o per destino” - come dice Cominelli nell’introduzione - a intersecarsi in uno snodo cruciale della storia contemporanea occidentale. A intrecciarsi avendo ciascuno di noi qualcosa da dire, un contributo da fornire all’incedere della Storia.
Dunque non una rievocazione nostalgica di reduci orgogliosi o scontenti, non un’analisi generale sul significato e sul lascito - positivo o negativo - di quel periodo, ma un racconto dei protagonisti in presa diretta, una testimonianza che si snodasse fino alle scelte successive, fino all’oggi, dove le conclusioni sul quel movimento emergessero in modo induttivo e fossero lasciate alla libera valutazione del lettore. Così è nato un volume che raccoglie 23 brevi autobiografie che coprono “cinquant’anni di storie d’Italia” secondo altrettanti percorsi personali.

Neppure casuale mi pare il fatto che l’editore sia Angelo Guerini, che rappresenta, nel panorama editoriale italiano, un caso a sé per sensibilità e impegno nel dibattito culturale, con l’attenzione costante a temi spesso negletti di cui, con le sue scelte, è anche promotore, come i genocidi passati e presenti, a partire dallo sterminio degli armeni fino agli yazidi massacrati dall’ISIS in Siria solo pochi anni fa, o il pervicace negazionismo turco, o il ruolo dei Giusti nella Storia: argomenti scottanti nei giorni difficili che stiamo attraversando, ma sostenuti con coraggio e determinazione.

Tuttavia, l’attenzione alle vicende personali non rivela soltanto un aspetto metodologico di indagine storiografica, ma riflette significativamente - non a caso - uno specifico punto di vista sul ’68, su ciò che più ha espresso come novità e cambiamento, come un vero salto di qualità: il valore dell’IO nell’accento posto sui diritti della persona, intesa non soltanto come titolare di cittadinanza, ma oltre - come insieme complesso di istanze, sia nella sfera materiale (dall’inviolabilità del corpo alle condizioni di vita) che intellettuale e morale (dall’istruzione alla libertà e dignità).
Questa unità della persona nel suo valore fondativo rispetto al dipanarsi della Storia, ai rapporti tra gli uomini a tutti i livelli (economico, sociale, politico, culturale) è ciò che ha innervato il fenomeno del ’68 nel suo complesso, le sue rivendicazioni fondamentali di mutamento:
-l’antiautoritarismo, che ha messo in discussione la pretesa di obbedienza senza legittimazione, sia nei rapporti personali che nei confronti dello spazio pubblico (poteri, istituzioni);
-la critica del consumismo associata alla rivendicazione di maggiore benessere per tutti;
-l’approccio critico sull’interpretazione della realtà nella trasmissione del sapere, da cui la contestazione del modo di insegnare e di fare ricerca nelle università;
-la libera espressione delle idee, il diritto al confronto senza filtri repressivi;
-la libertà nelle scelte private, nei rapporti interpersonali, familiari, affettivi, riguardo ai costumi e alla morale.
Insomma un IO libertario, che voleva affermarsi per il suo valore autonomo, seguendo il vento nuovo che ci giungeva d’oltre oceano, dai movimenti nati negli anni precedenti nelle università americane.

Dentro questo ribaltamento dei punti di vista ognuno di noi è entrato e ha agito in base alla propria formazione, provenienza, educazione, carattere, trovando una declinazione propria, che ha segnato anche le scelte successive.
Tutti siamo partiti da un’istanza personalissima di cambiamento che era CONTAGIOSA e si nutriva di ambiti collettivi di richiamo in cui riconoscersi e trovare forme di attuazione concreta.
“L’ebbrezza della militanza” è nata da lì, da quel cocktail potentissimo di IO e NOI, di spinta personale e di senso comunitario che lo alimentava.
Alla base c’era l’idealità, cioè la voglia di migliorare il mondo tipico dei giovani e la passione nell’unirsi agli altri rimanendo protagonisti, così sentendosi e ponendosi al centro del cambiamento.
Queste caratteristiche, in chi ha vissuto con passione quella stagione, sono rimaste, indelebili; ci hanno forgiato. La militanza come modo di investire la realtà con le proprie personali prerogative, nutrite di idealità e passione, ce la siamo portata appresso per il resto della vita. Ed è stato l’elemento più affascinante e di gran lunga prevalente - a detta di molti, anche tra i testimoni del libro - nell’esperienza di ciascuno degli attori di quel movimento/sommovimento. Quello che ha lasciato il segno, l’eredità attorno alla quale, in qualche modo, abbiamo costruito le nostre vite.

Anche per me la militanza non è mai finita. È un modo di essere, di stare al mondo.
Provengo da una famiglia dove il comunismo era totalità di vita - genitori quadri del PCI - con i corollari tradizionali del marxismo-leninismo-stalinismo, del mito dell’URSS, del PCUS, della Terza Internazionale, con una spaventosa rigidità ideologica che subordinava, fino all’annullamento, in modo impietoso l’IO e le sue sfaccettate esigenze a un NOI “sovrannaturale” incarnato nel Partito.
Lo scoppio del ’68 mi ha strappato a un destino di carriera nel PCI dopo gli studi programmati all’Università di Mosca. La contestazione degli assetti sociali e di potere trovava la simpatia del mio entourage familiare, ma non certo la messa in discussione dei paradigmi mentali e delle modalità così fortemente ideologizzate di quel NOI soffocante, costruito sulle macerie della valorizzazione dell’unicità di ogni singola personalità umana.
La partecipazione al movimento è stata per me una liberazione “affettiva” dentro una voglia di liberazione più generale, della politica dai vecchi schemi élitari, dei rapporti sociali dai vecchi equilibri, dei rapporti personali dalle vecchie consuetudini, dei saperi dalla vecchia gestione autocratica.

Certamente era un’illusione pensare che il movimento, nel suo svilupparsi e radicarsi nella realtà da affrontare, non avrebbe anch’esso subito i condizionamenti del contesto in cui operava, non sarebbe caduto nelle contraddizioni inevitabili segnate dalla difficoltà di superare un retaggio profondo del passato. Ma era forte in noi la sensazione che questa volta avremmo potuto farcela a cambiare il mondo, di essere a un passo dal raggiungere la meta. Una sensazione che veniva da lontano, che era stata preparata dai cogenti avvenimenti del decennio precedente, dalle contestazioni già esplose negli Stati Uniti a quelle nostrane nel mondo cattolico - il Concilio e Don Milani -, fino alle rivendicazioni sindacali e ai primi timidi segnali di cambiamento degli equilibri politici, con l’apertura della DC ai socialisti. Non era un sensazione “campata per aria”. Qualcuno ha detto che una simile convergenza di condizioni favorevoli, che fa esplodere la società nei suoi equilibri più profondi, avviene ogni cento o duecento anni. Non è dietro l’angolo e non è una passeggiata.

Il movimento degli studenti, esploso a Milano in Università Cattolica già nel ‘67 e ancor prima preceduto dall’occupazione della facoltà di Architettura, ha risentito dei limiti della cultura dominante, ancora ben radicata, nel mondo cattolico e nella sinistra marxista, molto ideologizzata. Mancava in Italia un’autentica cultura liberale, un senso unitario dello Stato accompagnato dall’equilibrio democratico dei poteri e dal rispetto della sfera autonoma dell’individuo inteso nella sua pienezza di persona. E manca tutt’ora. Il ‘68, a mio avviso, su questo non ha saputo dire la sua, anzi, ha risentito dello stesso limite. Perciò non è stato in grado di rinnovare nel profondo la Nazione, sul fronte dello Stato e delle Istituzioni, del senso di appartenenza a una comunità basata su forti valori condivisi. La stessa esperienza dell’antifascismo, della Resistenza, è stata lottizzata a sinistra e non ha saputo fare da collante a una costruzione nuova del senso della Patria, di cui oggi tanto si parla, a dimostrazione di un processo irrisolto, anzi mai avviato.
Tale mancanza ha prodotto l’incapacità di andare oltre le forme dominanti della lotta politica, la riproposizione delle stesse contraddizioni seppur con approcci diversi, come l’assemblearismo elevato a valore assoluto e accompagnato dall’idea della democrazia diretta come nuova frontiera della dialettica pubblica. Senza capire quanto tale valorizzazione, dopo un primo momento necessario e salutare di scardinamento delle vecchie modalità poco legittimate della rappresentanza, a sostegno dell’istanza di dare finalmente voce a tutti i settori della società, al di là di gerarchie repressive, fosse pericolosa e foriera di derive antidemocratiche – racchiudendo in sé i germi totalitari - che poi puntualmente si sono concretizzate, arrivando alla proposizione della lotta armata come sbocco delle battaglie di quegli anni, per la conquista del potere. Chi non si è allineato a queste posizioni, anzi le ha combattute, ha ripiegato sui vecchi partiti o ha preferito il disimpegno e il rimpianto per una stagione che non ha prodotto i frutti sperati.

Discorso ben diverso sul fronte del rinnovamento civile, dei costumi, della morale. Le battaglie vittoriose per i diritti dei lavoratori e le loro rappresentanze sul posto di lavoro, il pieno diritto allo studio garantito a tutte le fasce sociali, il divorzio e l’aborto, la diffusione degli anticoncezionali e dei consultori, il nuovo diritto di famiglia, sono tutti tasselli di un cambiamento radicale della società italiana. Il movimento sindacale ha trovato nella mobilitazione degli studenti uno stimolo potente per continuare le sue battaglie e consolidare le conquiste già ottenute, e lo sviluppo di nuove forme di protesta civile, in particolare sul fronte dei rapporti tra i sessi, è stato formidabile, producendo la nascita del femminismo.

Le contraddizioni interne al movimento del ‘68 riguardavano anche questo fronte - e non poteva essere diversamente. Tra i giovani esplodeva la voglia di ripensare in toto il proprio rapporto con il mondo, con le gerarchie, con l’autorità – degli insegnanti, dei datori di lavoro, dei politici, delle istituzioni – e i rapporti interpersonali, dalla famiglia agli amici all’altro sesso, di liberazione dalla vecchia morale ingessata nell’autoritarismo dei padri. Ma rimanevano le incrostazioni che vedevano la donna come oggetto di piacere e non come entità-individuo da rispettare nella sua interezza di persona. Si riproducevano gli stessi meccanismi e stereotipi del passato nel rapporto maschio-femmina. Tuttavia, il vento potente del rinnovamento ha spazzato via ogni equilibrio e prodotto il protagonismo delle donne in un loro autonomo movimento, partito dalla contestazione primaria del maschilismo imperante nelle organizzazioni formatesi nella strutturazione del movimento dopo il ’69, specchio del maschilismo imperante in tutte le articolazioni della società.
Nei partiti della sinistra la questione femminile era sempre stata affrontata con i soliti paradigmi interpretativi fondati sulla contraddizione di classe e fatta rientrare in questo alveo. Ancora una volta il NOI collettivo agiva in nome della liberazione dei ceti sociali più deboli, tra cui le donne degli strati più disagiati della società e come portatrici di diritti civili non riconosciuti. Da qui le rivendicazioni sulla parità nel posto di lavoro, sulla tutela della maternità, sulla difesa della dignità delle donne in famiglia e nella società, con l’abolizione del delitto d’onore e il riconoscimento del ruolo femminile in ogni ambito e struttura.

Il femminismo ha superato questa impostazione, passando dalla parola d’ordine dell’emancipazione a quella della liberazione, in sintonia con l’istanza di ribaltamento dei parametri mentali, culturali, partita dal movimento più ampio degli studenti.
Anche per me questo passaggio è stato illuminante: abituata alla solita impostazione ideologica del PCI, con l’UDI come cassa di risonanza in ambito femminile delle logiche del Partito, ho trovato nel nuovo movimento delle donne quello spirito – ancora una volta libertario – che superava le ipocrisie e la riproposizione silenziosa dei rapporti di potere a favore dei maschi, della militanza politica tradizionale, a cui assistevo tutti i giorni e che mi era diventata insopportabile.
Al di là delle divergenze sule forme di lotta, sulla natura prepolitica di quell’esplosione, sull’interpretazione della parola d’ordine “il personale è politico”, su cui ci scontravamo, esprimendo le diverse anime del movimento, indubbiamente il femminismo ha rappresentato un passaggio cruciale nel rinnovamento della società italiana. Su questo versante mi sento di dire che lo sforzo sviluppato in quegli anni, e che – a onor del vero – ha coinvolto anche i “militanti maschi”, molti dei quali hanno affrontato il difficilissimo cammino di messa in discussione del loro modus cogitandi et operandi, ha dato i suoi frutti. È stato un duro confronto, costellato di ostacoli nella difficile ricerca di un equilibrio tra rivendicazioni di genere e impegno comune per il cambiamento generale della società. Ha comportato dolorose rotture di storie personali, ardite sperimentazioni nei rapporti sentimentali, nell’educazione dei figli, nella struttura familiare. Ma ha aperto nuovi orizzonti, non più abbandonati.

Più in generale ciò che ci distingueva – come protagonisti di una militanza che è andata ben oltre il biennio ’68-’69 - era la serietà dell’impegno, che coinvolgeva in toto le nostre vite, un’onestà intellettuale che ci spingeva a ricercare la verità e a metterci in discussione in prima persona. Uno sforzo di autenticità che ci è rimasto addosso, e ha guidato le nostre scelte. Un tratto distintivo che nel libro emerge chiaramente nei racconti di ciascun protagonista.

Per parte mia posso dire che questa ricerca mi ha portato a rintracciare nuove strade per replicare, sotto altre forme, l’impegno di allora, concludendo un percorso critico e autocritico iniziato negli anni Ottanta, fino alla creazione, insieme a Gabriele Nissim, di Gariwo, la foresta dei Giusti all’inizio del nuovo millennio, dopo un ventennio di condivisione di idee e di riflessioni.
Il protagonismo dell’IO liberato sotto forma di persona è stato il leitmotiv del nostro percorso: dal “Potere dei senza potere” di Vaclav Havel alla valorizzazione dei Giusti, figure esemplari di resistenza morale, di azione civile, di intervento a favore dei perseguitati in ogni angolo della terra.
La convinzione che le scelte di ognuno possano fare la differenza nel determinare il corso degli eventi, ci ha guidato nel rivolgerci ai nuovi giovani con lo spirito che aveva segnato la nostra militanza di giovani nel decennio avviato dal ’68: l’appello alla responsabilità personale è la base di partenza per qualsiasi ragionamento sulle nuove sfide dell’oggi, dalla globalizzazione ai nuovi rapporti di forza tra le grandi potenze mondiali, al terrorismo, alle migrazioni epocali che investono il ricco Occidente.
Il tema dell’educazione, della trasmissione dei valori di libertà, democrazia, dignità della persona, confronto e convivenza civile, che avevano indirizzato la nostra azione, pur se tra mille contraddizioni, è al centro del nostro impegno, contro la cultura dell’odio e del nemico da abbattere, del totalitarismo delle idee e della discriminazione del diverso.

Siamo stati attori – e ora testimoni – di un’epoca straordinaria. Oggi siamo attori di un impegno rinnovato e quella testimonianza la portiamo a chi dovrà prendere in mano il futuro del mondo.

Ulianova Radice, direttore di Gariwo

Analisi di Ulianova Radice, direttore di Gariwo

6 giugno 2018

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