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"Così ho visto nascere Memorial"

la ONG rischia la chiusura, il racconto di Francesco Bigazzi

Ho visto nascere Memorial nel 1992. Fin dalla sua nascita ha avuto questa missione: far capire alle oltre 150 nazionalità russe che difendere i diritti civili non significa diventare “nemici del Popolo”; coltivare la memoria, anche se è angosciante come quella che avvolge i gulag sovietici, perché a chi perde la memoria non resta più niente; occuparsi delle persone più deboli, soprattutto aiutarle a difendere i loro diritti politici; testimoniare la verità, come ha sempre fatto Andrei Mironov, raccogliendo le prove delle violazioni dei diritti umani andando in prima linea.

Un anno fa Memorial, Organizzazione Non Governativa, era stata candidata al Premio Nobel per la pace; il 13 novembre prossimo la Corte Suprema, sollecitata dal Ministero della Giustizia russo, si riunirà per decidere sulla liquidazione “per motivi tecnici” dell’organizzazione che, nel tumultuoso e drammatico periodo post-comunista, ha alzato la voce per denunciare tutti i tentativi di mettere il bavaglio alla democrazia nascente. Memorial è stato l’unico faro per i deboli disorientati da quello che passerà alla storia come “il capitalismo alla russa”. Le sue critiche al Cremlino hanno sempre cercato di essere costruttive, non pretestuose, e il suo scopo principale è stato quello di creare un legame indissolubile tra la memoria e la realtà. Tutte le volte che sono entrato nell’edificio rosso, prima sede storica della ONG che ormai ha ramificazioni in tutta la Russia, Memorial mi sembrava trasformata, come se fosse in continuo movimento per aiutare i russi a ricostruire la loro memoria. Il lavoro editoriale è stato enorme, nonostante i mezzi esigui; gli eventi organizzati in tutto il mondo hanno permesso ai russi di mostrare il loro lato migliore, la pietà per i morti. Memorial ha creato una nuova generazione di studiosi che, grazie alle nuove tecnologie, portano a termine un lavoro che, con i mezzi tradizionali, avrebbe richiesto tempi infiniti.

Motivi “tecnici”, una formula che mi ha fatto tornare alla mente un episodio di una diecina di anni fa a San Pietroburgo, quando, sempre per gli stessi motivi “tecnici”, si voleva chiudere, fino a tempo indeterminato, la European University in St. Petersburg, una delle più famose della Russia. In quell’occasione, si dice grazie all’intervento dell’allora Presidente Dmitri Medvedev, il tentativo non riuscì. C’è da augurarsi che anche questa volta prevalga il buon senso.

L’aria che tira in Russia dopo la crisi Ucraina riduce tuttavia gli spazi di ottimismo. Le sanzioni, bisogna ammetterlo, hanno dato un enorme contributo a chi da sempre si sforza di far apparire l’Occidente come il “nemico” che vuole umiliare e ricattare la Russia. Le ONG e le Associazioni che ricevono fondi esteri sono ormai guardate con sospetto e, talvolta, vengono accusate di essere al soldo del nemico. Giornali importantissimi, come la Novaya Gazeta di Anna Politkovskaja, sono accusati di estremismo e, se l’accusa verrà rinnovata in base alla nuova legge sulla stampa, rischiano la chiusura. Il Cremlino, grazie agli errori dell’Occidente che sembra non capire la mentalità dei Russi, non aveva mai avuto un consenso così alto. Scomparsa l’opposizione politica, Memorial, che ha preannunciato eventuali ricorsi alla supreme istanze dello Stato, è rimasta praticamente la più importante voce di chi in Russia pensa diversamente dal potere costituito.

Analisi di Francesco Bigazzi, giornalista, esperto di Russia e del dissenso nell'Est europeo

28 ottobre 2014

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