English version | Cerca nel sito:

Da Armodio e Aristogitone ad oggi: quando la storia passa per le statue

di Cristina Miedico

La statua di Indro Montanelli a Milano

La statua di Indro Montanelli a Milano

Atene, VI secolo avanti Cristo: Pisistrato riesce a farsi nominare tiranno della città e a governare, con alterne vicende, tra il 561/560 e il 528/527 a.C. È un periodo molto complesso della storia del territorio che vede instabili alleanze, scontri di potere e stratagemmi di vario genere per ottenere l’appoggio popolare. Le fonti classiche, tra cui Erodoto, Tucidide e Aristotele descrivono il tiranno in toni relativamente positivi e gli attribuiscono importanti interventi sociali, economici e culturali, tra cui l’erezione del tempio di Atena sull’Acropoli, l’antecedente del Partenone di Pericle, e la trascrizione dei poemi omerici, dalla forma orale e plurale, alla forma scritta che conosciamo ancora oggi. A Pisistrato succede il figlio Ippia, affiancato dal fratello Ipparco; i due non riescono tuttavia a mantenere l’equilibrio sociale. Matura ben presto un profondo odio verso i tiranni e molti si augurano di potersene liberare presto. Prendono coraggio due uomini, Armodio, giovane e bellissimo, e Aristogitone, più maturo e aristocratico, che uccidono in un attentato Ipparco pugnalandolo ripetutamente, e muoiono poco dopo per mano di Ippia. La romantica coppia di amanti, che si fanno coraggio e cercano di proteggersi a vicenda, diviene ben presto il simbolo della causa per la libertà di Atene e la prima immagine scultorea dei tirannicidi, opera di Antenore, viene eretta nell’Agorà, ad eterno ricordo del loro sacrificio per il Bene collettivo. Durante la seconda guerra persiana, nel 480 a.C., i nemici occupano Atene e rubano il gruppo scultoreo, un gesto di sfregio nei confronti dei cittadini, attraverso l’ingiuria all’immagine dei loro paladini. 

Nel giro di un paio d’anni gli Ateniesi commissionano a Crizio e Nesiote una nuova scultura in bronzo, anch’essa perduta, ma di cui esistono alcune repliche, tra cui quella celeberrima conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’onta tuttavia rimane viva, la ferita aperta, insieme al desiderio di rivalsa; ancora un secolo e mezzo dopo, quando Alessandro Magno promuove la spedizione per ‘far scontare ai Persiani tutti i mali che avevano inflitto ai Greci’ (Arriano, Anabasi di Alessandro, III, 18, 12), la conquista della città di Susa e dei suoi tesori, viene infatti accompagnata da un gesto simbolico e plateale, accolto dagli Ateniesi con grande clamore: vengono ritrovati molti oggetti che Serse aveva trafugato dalla Grecia, tra cui le statue bronzee di Armodio e Aristogitone, e Alessandro immediatamente ‘le rimandò agli Ateniesi’ (Arr. Anab., III, 16, 7) che le collocano nel Ceramico.

Da allora la potenza evocativa dell’immagine scultorea di Armodio e Aristogitone continuò a svolgere un ruolo simbolico fondamentale, anche durante l’ellenismo e nell’età romana. Alla morte di Alessandro una nuova dinastia macedone prese il controllo di Atene, la famiglia degli Antigonidi. L’arrivo di Antigono Monoftalmo e Demetrio Polorcete in città fu accolto dagli Ateniesi con onori divini mai tributati prima ad un essere umano: acclamati come Salvatori, gli furono eretti tempi e altari, dedicate feste, il loro ritratto fu ricamato sul peplo che vestiva la statua d’oro e avorio di Atena, una statua d’oro dei due sovrani fu collocata proprio accanto a quella di Armodio e Aristogitone. Il gesto fu fortemente simbolico, anche perché una legge vietava di porre statue accanto a quella dei Tirannicidi e, a parte questa eccezione, tale norma rimase in vigore ancora per secoli, almeno finché Bruto, uccisore di Cesare, ricevette analogo onore. La gloria di Demetrio Poliorcete proseguì ancora per qualche decennio, anche dopo la morte del padre, ma nonostante gli Ateniesi ‘in precedenza lo avessero sommerso di ogni genere di onori fino ad esaurirli, trovarono lo stesso di che apparire freschi e nuovi nelle trovate adulatorie’ (Plutarco, Vita di Demetrio, XXXIII, 1-5). Il re di Atene, Demetrio il Grande (con un aggettivo riservato prima solo ad Alessandro) che aveva sopportato pericoli e fatiche per la salvezza e la libertà dei Greci, fu autorizzato a collocare i propri alloggi nel Partenone, insieme alla dea Atena. Egli fu chiamato dio vivente, gli fu dedicato un poema in cui il re viene paragonato al sole e i suoi amici, come le stelle, gli girano intorno (prima attestazione nota della consapevolezza del sistema eliocentrico, intorno al 300 a.C.) e gli fu eretta una statua equestre in bronzo in Agorà, vicino alla statua della Democrazia: di nuovo la collocazione della statua è di per sé ideologicamente molto significativa e parlante. 

Frammenti di tale statua, visibili al Museo dell’Agorà, furono rinvenuti in un pozzo insieme a reperti ceramici datati al 200 a.C. circa. Livio infatti ci racconta che nel 201 a.C., a seguito dell’assedio della città da parte di Filippo V, discendente della dinastia Antigonide, gli Ateniesi stabilirono che tutte le statue, le immagini e le iscrizioni dei suoi avi venissero distrutte, i templi, gli altari, i sacerdoti del loro culto profanati, i luoghi in cui fosse stato scritto qualcosa in loro onore, maledetti, e che tutti i decreti fatti contro la famiglia del tiranno Pisistrato, venissero redatti anche contro Filippo V e i suoi discendenti (Livio, Ab Urbe Condita, XXXI, 44). Le statue degli Antigonidi furono quindi distrutte, e meno di un secolo dopo la sua erezione, il monumento equestre di Demetrio Poliorcete passò da un podio trionfale al fondo di un pozzo, fatto a pezzi. I discendenti di coloro che erano stati onorati accanto ad Armodio e Aristogitono, gli uccisori del figlio di Pisistrato, conobbero le stesse pene dei discendenti di Pisistrato. La dinastia Antigonide, per la quale un tempo la fantasia ateniese aveva esaurito le lodi sperticate e gli atti di gratitudine e devozione, fu condannata ad una damnatio memoriae assoluta e decisamente efficace, tanto che ancora oggi pochissimi, a parte qualche studioso, conoscono bene le vicende della dinastia che dominò su Atene, Attica, Tessaglia e Macedonia dalla Morte di Alessandro all’arrivo di Roma.

Perché ho pensato di raccontarvi questa storia? Qualsiasi studioso di archeologia o storia, antica e non, si trova spesso ad avere a che fare con la demolizione intenzionale di monumenti onorari destinati a celebrare le glorie terrene di un sovrano, di un generale, di un eroe. Ho già avuto modo in altre occasioni di raccontare, tra le pagine di Gariwo e altrove, la strategia che sta dietro ad ogni demolizione di opere d’arte. (1) L’intenzionalità politica dei demolitori è ancora più evidente per monumenti celebrativi posti in luoghi strategici di incontro sociale, al centro di una piazza o Agorà, accanto ad un simbolo della Democrazia o della Libertà. Le vicende contemporanee collegate al sacrosanto movimento sociale e culturale che vive sotto il motto Black Lives Matter, hanno portato all’abbattimento di monumenti, alla vandalizzazione di altri e ad una discussione internazionale in merito all’opportunità o meno di spostare statue di personaggi storici divenuti scomodi. Nell’analisi storica e politica si tende però, credo erroneamente, a mettere sullo stesso piano personaggi che fecero fortuna sul sangue degli schiavi, con le immagini di Lenin o di Hitler, di Mussolini o di Saddam, di Cristoforo Colombo o di Churchill, come se si potessero giudicare allo stesso modo le Responsabilità dell’uno o dell’altro. Forse negli ultimi decenni, passando distrattamente accanto a monumenti di arte pubblica, abbiamo in molti casi smesso di accorgerci del peso che quelle immagini hanno nella nostra storia collettiva. Non è tuttavia certo un caso se Hitler o Mussolini non sono onorati da sculture celebrative nelle piazze tedesche o italiane: quelle statue furono rimosse perché la comunità, dopo averli onorati più o meno spontaneamente per decenni, decise democraticamente che le loro colpe andavano ben oltre ogni umana sopportazione della loro immagine. Stessa cosa è accaduta nei Paesi socialisti dopo la caduta del muro di Berlino, salvo in alcuni casi in cui le statue deposte furono ricollocate a perpetua memoria, per non dimenticare.

Io, donna italiana, milanese, mamma, posso forse comprendere i motivi che hanno spinto altre donne a imbrattare la statua di Indro Montanelli, colpevole di aver rivendicato con orgoglio il suo diritto, negli anni ’30 del Novecento, a comprare una bambina eritrea di dodici anni e usarla come schiava sessuale, ma comprenderli non significa giustificare atti vandalici in generale. In una persona come Montanelli vedo l’esempio di un giornalista che ha saputo interpretare un’epoca estremamente complessa, un uomo probabilmente imperfetto, come lo siamo tutti, che visse e appartenne ad una mentalità maschile dominante e razzista, che all’epoca giustificava lo sfruttamento di una ragazzina e criticava la chiusura delle case ‘di tolleranza’. Il monumento, più che essere tolto, potrebbe diventare una valida occasione per ricordare l’imperfezione di ciascun ‘modello’, soprattutto se giudicato in un’epoca diversa da quella in cui visse, ma la stessa statua permette oggi di parlare di un costume da cui, passato quasi un secolo, ancora dobbiamo combattere, sia dal punto di vista culturale che sociale, se solo pensiamo che oggi l’Italia è tra i primi Paesi al Mondo per turisti sessuali, alla ricerca di bambine e bambini in contesti di disperazione, che soddisfino le loro perversioni.

Io, donna italiana, non battezzata, nipote di una nonna di origine ebraica, non sopporterei di vedere in una piazza milanese un monumento a Mussolini; so che il suo volto compare tra gli ornamenti di una scalinata sulle terrazze del Duomo, ma non andrei mai a scalpellarlo e quando facevo la guida lo mostravo ai turisti, insieme alle sculture dedicate al pugile Primo Carnera, alle pannocchie, alle scimmiette e ai carciofi, per far capire ai visitatori che il Duomo di Milano è un monumento secolare nato e cresciuto con la città e, come molti contesti storici stratificati, racconta almeno 600 anni di storia locale, tra cui anche gli importanti lavori compiuti in cattedrale durante il fascismo.

Io donna italiana, di pelle bianca, sono in grado di comprendere il sentimento di odio e frustrazione che può provare una persona di pelle nera o di origini africane nei confronti di un monumento che celebra uno schiavista? Probabilmente non fino in fondo, ma sono un essere umano e come tale non posso sopportare l’esaltazione e l’onore rivolto ad una persona che ha avuto enormi responsabilità in un periodo che ha provocato la morte e il disumano sfruttamento di intere popolazioni.
Abbattere la statua di Edward Colston è stato un errore? Non lo so, tendenzialmente direi di sì, un gesto che ha lasciato libero sfogo all’esaltazione della massa dei manifestanti, che non so fino a che punto avessero riflettuto su ciò che stavano compiendo. Sicuramente un gesto che ha portato molti a pensarci e a scriverne, tra cui la sottoscritta. Penso tuttavia che ancor più grande sia l’errore di lasciare che opere onorarie di tal genere restino sul piedistallo senza che la comunità possa prendere consapevolezza piena del loro significato e, nel caso, decidere di modificarle o eventualmente anche di spostarle in contesti museali in cui spiegare l’epoca e i motivi di quella onorificenza.

In tutte le epoche, in ogni parte del mondo, monumenti celebrativi vengono distrutti o trasformati; forse, nel rispetto della storia e della memoria, dovremmo cercare il modo di modificarli in tempo, prima della loro demolizione, e di renderli capaci di parlare anche al presente. Non è facile ma è possibile, e per spiegarlo prendo ad esempio altri due casi milanesi. L’Arco della Pace di Milano fu eretto come Arco di Trionfo napoleonico, insieme all’Arena civica doveva celebrare le Glorie e le Vittorie di Napoleone e l’unione della città meneghina con l’analogo arco onorario di Parigi, attraverso il grandioso progetto del traforo del Sempione, realizzato poi nel 1906. Nel 1814 però il Congresso di Vienna sancì il ritorno degli Austriaci a Milano, e seppure evidentemente tali onori a Napoleone davano fastidio, si decise tuttavia di non abbattere quel sontuoso, splendido e costosissimo monumento, ma di agire con piccole modifiche: il ramo della palma della vittoria che teneva in mano l’Auriga del carro di bronzo che sovrasta l’arco, fu sostituito con un ramo d’ulivo, simbolo della pace raggiunta e Arco della Pace fu il nuovo nome attribuito al monumento. Tuttavia, se avrete occasione di osservare meglio i rilievi che decorano l’Arco, ritroverete in più occasioni il chiaro volto di Napoleone.

Un caso ancora più curioso o clamoroso di trasformazione si trova al Cimitero Monumentale di Milano, è il Monumento ai Martiri italiani che hanno sacrificato la giovinezza per il loro ideale, ai piedi del quale si pone una corona di alloro in occasione della Festa per la Liberazione dai nazifascisti il 25 aprile di ogni anno. Il monumento venne realizzato nel 1924 da Armando Violi e fu innalzato per celebrare Cesare Melloni, Emilio Tonoli ed Edoardo Crespi, caduti del fascio milanese che persero la vita negli scontri del 4 agosto 1922. La scultura è dominata da una maschia figura che reggeva un fascio littorio. Alla fine della Seconda guerra mondiale molti volevano celebrare i giovani martiri che sacrificarono la giovinezza per il loro ideale, ma non certo i giovani fascisti, bensì coloro che per mano dei fascisti avevano perso la vita. Che fare? Demolire il pregiato monumento? No, si decise di trasformare il fascio littorio in rami di alloro, di modificare un elemento decorativo del monumento e di trasformarlo in un’opera alla memoria di giovani martiri partigiani e antifascisti.

In conclusione, credere che cancellare la memoria di momenti drammatici della nostra storia possa aiutare a ricucire le ferite del nostro passato è sicuramente un errore. Allo stesso tempo però, tenere sul pulpito senza un adeguato contraddittorio figure colpevoli, capaci di suscitare odio e rabbia per decenni, credo sia un errore altrettanto pericoloso: il passo verso la demolizione o il vandalismo è infatti, evidentemente, breve. Nessuno è perfetto, non lo sono gli eroi né i salvatori della Patria e neppure i Giusti, ma le colpe e i meriti non sono tutti uguali e certo non possiamo mettere sullo stesso piano Edward Conston, Mussolini o Winston Churchill (anche le targhe in memoria dei Giusti non sono peraltro immuni da atti di vandalismo). La società cambia, si evolve, sceglie e coltiva valori che decenni prima sembravano impensabili. Di fronte a tale cambiamento anche l’arte deve assumersi la Responsabilità di essere più trasparente, di fornire una corretta lettura del contesto sociale e politico, oltre che storico artistico, in cui l’opera venne realizzata. Ancor di più dovrebbe farlo l’arte pubblica, adeguando e modificando un’opera, se necessario e come ha sempre fatto, affiancando ad esempio a Conston, posto però ai piedi del piedistallo, l’immagine su podio di uno schiavo, perché è grazie al suo sangue e non ai meriti imprenditoriali di Conston se i guadagni di quest’ultimo hanno permesso tante opere meritorie.

Forse, invece che chiedere al sindaco Sala di togliere dai Giardini di Porta Venezia la statua di Indro Montanelli, cui i Giardini sono intitolati, collocherei nello stesso parco, in un punto di incontro visivo tra le due sculture, un monumento alla dodicenne etiope, in un continuo dialogo tra il bene e il male possibili. Quel luogo potrebbe diventare uno spazio di confronto, in cui costruire un ponte di mattoni in infinite variazioni di grigio, tra le due sponde, la bianca e la nera, in cui ci relega le ‘necessità’ di collocarci dall’una o dall’altra parte.

Sicuramente l’errore più grande che possiamo compiere, nel prendere decisioni collettive, è non coinvolgere la comunità e le vittime su tali scelte e non prestare la dovuta attenzione al fatto che i monumenti che onorano figure controverse, come dice Plutarco a proposito del mettere in mostra i bottini di guerra, sono capaci di far addirittura rivivere l’antico odio (Moralia 401 c-d).

NOTE:
1.  Tra cui Miedico C., Those Who Destroy Memory Can Dominate The Future: Memory in Art and Museums, Book of Proceedings, CAMOC Annual Conference 2017, Mexico City 2018, pp. 148-158; https://it.gariwo.net/editoria...;

Miedico C., 2050: Museum Hyper-connected to Oldspeak. The others’ voices from ancient Lombardy in The future of Museums of Cities, Book of Proceedings, CAMOC Annual Conference 2018, Frankfurt 2019, pp. 37-41.

Cristina Miedico, Esperta in Politiche Culturali per la Fondazione Scuola del Patrimonio dei Beni e delle Attività culturali

Analisi di Cristina Miedico, Esperta in Politiche Culturali per la Fondazione Scuola del Patrimonio dei Beni e delle Attività culturali

15 giugno 2020

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Scopri tra gli Editoriali

Il libro

Milano nascosta

Manuela Alessandra Filippi

Multimedia

Intervista a Paolo Matthiae

Palmira e i caschi blu della cultura