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Dal '68 a Charta '77: la politica e la ricerca di senso

editoriale di Sante Maletta

Tornare a parlare del 1968 alla fine di un anno in cui le occasioni per farlo sono certamente state molte, forse troppe, può sembrare fuori luogo. Tuttavia può essere utile se ci serve per capire meglio il mondo in cui viviamo oggi. In genere del Sessantotto si sottolinea la portata politica rivoluzionaria, l’istanza di rottura culturale, il più o meno inevitabile esito eversivo. Spesso se ne dimentica tuttavia l’elemento meno caduco, quello morale. Ciò che nel Sessantotto è avvenuto di rilevante è stata la diffusione, innanzitutto tra i giovani, di una domanda di legittimità rivolta alle istituzioni e alle autorità politiche, religiose ed educative, la presa di coscienza che in una società qualcosa non funziona quando la legittimità è ridotta alla pura e semplice legalità, quando ogni istituzione, al di là di ogni retorica, si concepisce meramente come espressione di una determinata prassi tecnica, quando ogni autorità diviene incapace di giustificare se stessa dal punto di vista di una idea di bene e di male, vale a dire di un’antropologia. 


Nel suo aspetto più positivo il Sessantotto è stato un movimento di reazione alla crisi di senso, alla scontatezza e alla banalizzazione che colpiscono le istituzioni delle società moderne, le quali sembrano non corrispondere più alle esigenze e ai bisogni che emergono dal ‘mondo della vita’. Esigenze e bisogni non solo di tipo materiale ma anche culturale, come quello dell’identità di un popolo, cui dalla nascita dello Stato moderno si guarda con sospetto in quanto considerati incapaci di una mediazione con esigenze e bisogni analoghi ma di segno diverso e quindi inevitabilmente portatori di conflitti che mettono a rischio la convivenza civile.


Questa dinamica unisce nel 1968 i Paesi europei di qua e di là dalla Cortina di ferro, ma la sua natura morale risulta più evidente nei Paesi comunisti a causa della peculiare convessità dello specchio totalitario e trova la massima presa di coscienza nella Cecoslovacchia comunista, in particolare all’interno di Charta 77. Mentre tra il 1968 e il 1977 in Europa occidentale il ‘movimento’ passa attraverso un’involuzione ideologica che lo porta da un lato verso una deriva violenta, se non terroristica, dall’altro verso un cinico ‘riflusso’, quel decennio serve ai ‘dissidenti’ cechi e slovacchi per comprendere che coloro che si battono per un cambiamento radicale non possono accontentarsi di un cambiamento del regime politico. Se il problema vero è la crisi di senso delle istituzioni, occorre allora rifondare la politica stessa, sottraendola al predominio della razionalità strumentale, che non fa altro che potenziare la banalizzazione delle istituzioni sociali. La ragione strumentale è deputata alla scoperta o all’invenzione di un mezzo per un fine dato, vale a dire di un fine che non è capace di problematizzare ed eventualmente criticare. 

Ciò è ben compreso da personaggi quali Jan Patočka e Vaclav Havel, entrambi portavoce di Charta 77, il primo morto nel 1977 in seguito alle percosse subite durante un interrogatorio della polizia politica, il secondo duramente perseguitato per anni dal regime prima di diventare il primo presidente della Repubblica cecoslovacca post-comunista. Si tratta di ‘giusti’ sui generis, in quanto non hanno solo sacrificato le loro vite per la causa della verità e della giustizia, ma hanno fatto ciò anche grazie a una comprensione profondissima della natura del male politico che combattevano, al punto da essere capaci di identificare nel fenomeno della banalizzazione il problema comune che, al di là di differenze seppur importanti, accomunava i regimi comunisti e quelli liberal-democratici. Loro profonda convinzione fu che, per combattere tale male, occorre sottrarsi alla logica della razionalità strumentale attraverso quella che Havel chiama politica antipolitica, la politica che si pone al servizio dei bisogni autentici che emergono dal mondo della vita, in primis quello di senso. E questa politica antipolitica non venne solo teorizzata, ma bensì anche in parte realizzata nella cosiddetta polis parallela, fatta di istituzioni principalmente educative e culturali che animavano il mondo del dissenso.


Per quanto ci riguarda, è difficile sostenere che oggi il fenomeno della banalizzazione non sia avanzato rispetto a quarant’anni fa. La ‘gente’ sente le istituzioni sempre più lontane dai propri bisogni, e ciò le delegittima. La politica è sempre più una questione da professionisti, che si muovono molto spesso secondo una logica meramente strumentale. Allo stesso tempo, tuttavia, la sfera pubblica è spesso occupata da movimenti che, pur nascendo da bisogni autentici, li esprimono attraverso una logica identitaria di tipo ideologico. Si tratta di due fenomeni che si sostengono reciprocamente: da un lato la neutralizzazione della sfera pubblica da ogni istanza di senso, richiesta dai professionisti della politica e da molti intellettuali in nome di una malintesa ‘laicità’, impedisce alle istanze di senso di entrare in dialogo e in competizione con istanze analoghe e concorrenti, perdendo così il proprio carattere ‘integralista’; dall’altro lato la conseguente ‘fondamentalizzazione’ di tali istanze rafforza il dispositivo di neutralizzazione e di banalizzazione. Il compito di una politica capace di vedere nel mondo della vita una risorsa e non una minaccia, e la conseguente legittimazione delle istituzioni sociali, rimane tutt’oggi un compito da svolgere.

Sante Maletta, ricercatore di Filosofia teoretica all’Università della Calabria

Analisi di Sante Maletta, ricercatore di Filosofia teoretica all’Università della Calabria

2 dicembre 2008

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