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Dal Giardino di Milano, un appello per l'Armenia

di Gabriele Nissim

Vorrei sottolineare l’atto di coraggio politico, morale ed intellettuale di un gruppo di eminenti intellettuali, storici, studiosi di grande spessore dell’Olocausto e dei genocidi che in una lettera aperta hanno chiesto al governo israeliano di sospendere la vendita di armi all’Azerbaigian e di condannare la politica di aggressione nei confronti del Nagorgo Karabakh (e indirettamente dell’Armenia) in uno dei conflitti che potrebbe portare presto a migliaia di vittime e ad un bagno di sangue senza precedenti.

Tra i firmatari dell’appello, tre storici conosciuti in tutto il mondo come il prof. Yair Auron, che ha organizzato all’Open University di Ra'anana il primo corso comparativo sui genocidi in tutto il Medio Oriente, il prof. Israel Charny a cui dobbiamo alcun degli studi più originali sulla Shoah, e Benny Morris, il massimo storico del conflitto israeliano palestinese, che pur riconoscendo le violenze reciproche tra i due popoli non ha mai taciuto l’impostazione genocidaria che guida alcuni gruppi palestinesi. Storici che, insieme agli intellettuali Moran Deitch, Benjamin Kadar, Benjamin Z. Kedar, Yoav Loeff,  Eli Richter, Donna Shalev, Eli Richter e Yana Tcheknanovets, scrivono le seguenti parole.

“Noi sottoscritti scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione per i combattimenti scoppiati nella regione del Nagorno Karabakh (Artsakh). Leggendo resoconti e analisi indipendenti, abbiamo concluso che questa esplosione di violenza negli ultimi giorni è dovuta esclusivamente all’aggressione della Repubblica dell’Azerbaigian, sostenuta dalla Turchia e da combattenti provenienti da altre parti della regione. Questa belligeranza è stata diretta verso obiettivi militari e civili nella Repubblica dell’Artsakh, con la sua popolazione principalmente armena, e merita di essere condannata senza mezzi termini. La risposta della Repubblica di Artsakh e della Repubblica di Armenia è chiaramente a difesa della popolazione, della proprietà e del territorio e dovrebbe godere del sostegno di coloro che hanno a cuore il principio di autodeterminazione dei popoli.

Chiediamo la fine di questa aggressione e la cessazione dei combattimenti. La risposta a lungo termine alle tensioni nella regione è la continuità dei negoziati che mireranno a risolvere le rivendicazioni di vari gruppi etnici, portando a un accordo politico definito di comune accordo. Chiaramente, la violenza non risolverà le tensioni etniche e di altro tipo.

È con sgomento che affrontiamo la questione della vendita di armi israeliane all’Azerbaigian negli ultimi anni, che fa parte del massiccio processo di armamento del Paese. Chiediamo al governo israeliano di cessare immediatamente le vendite di armi all’Azerbaigian, in attesa di una revisione della questione a livello del governo e della Knesset. Le questioni di aspirante Realpolitik, come si vede in questo caso con la vendita di armi, non sono l’unica base della politica estera. Certamente, è necessario mettere in discussione il ruolo di Israele nella creazione di un armamento diretto principalmente contro un popolo che, come lo stesso popolo ebraico, è stato vittima di un genocidio nel XX secolo. Chiediamo ad altri israeliani di far sentire la loro voce su questa importante questione.”

Questo appello mette al centro una delle più gravi contraddizioni morali che attraversa Israele e che è stata posta da numerosi intellettuali negli ultimi anni. In nome degli interessi nazionali, negli ultimi anni, Israele non ha mai riconosciuto il genocidio armeno, per non mettere in crisi i rapporti con la Turchia. Allo stesso modo vanno letti oggi i rapporti militari con l’Azerbaigian, che viene considerato uno stato cuscinetto di fronte alla minaccia dell’Iran.

Le questioni morali sono più importanti della Realpolitik. Un Paese che chiede al mondo di non dimenticare l’Olocausto dovrebbe essere il primo al mondo a ricordare il genocidio armeno.

Gariwo è nata da una amicizia tra me e il Console armeno Piero Kuciukian, come progetto per rafforzare la memoria dei due genocidi e creare un lavoro di condivisione tra i due popoli.
Per questo principio fondamentale, che guida il nostro lavoro da anni, chiedo alle comunità ebraiche e armene di operare assieme per chiedere la fine di questa aggressione e di organizzare manifestazioni di protesta. Mi rivolgo in particolare alla mia cara amica Noemi Di Segni, affinché l’Ucei prenda ufficialmente posizione e chieda al nostro governo di impegnarsi in tutte le sedi per la fine delle ostilità e per la creazione di un percorso di pace.
Vorrei ricordare come il compianto rabbino Giuseppe Laras abbia sottolineato, in uno dei suoi ultimi saggi, la necessità di costruire una simbiosi culturale per la memoria dei due genocidi. Dovrebbe diventare normale che un ebreo prenda sempre posizione quando un armeno è in pericolo, e la stessa cosa dovrebbe accadere per un armeno ogni volta che è minacciata l’esistenza di un israeliano. La comunanza dei due popoli dovrebbe diventare un esempio virtuoso per l’umanità intera.

La memoria dei genocidi passati dovrebbe stimolarci a non dimenticare oggi le sofferenze del popolo armeno, affinché non si ripetano nella storia. Diciamo sempre mai più e poi abbiamo la memoria corta.

Oggi nella cerimonia per i nuovi Giusti del Giardino virtuale al Monte Stella di Milano ho ripreso questo appello, perché il nostro lavoro non avrà senso se non saremo capaci di prenderci cura del mondo ogni volta che l’umanità è in pericolo.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

7 ottobre 2020

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