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Dal passato al presente: il coraggio dei pensatori del dissenso, argine alle tentazioni autoritarie e all’isolamento nazionalistico

di Francesco M. Cataluccio

Ragionare oggi sui pensatori del dissenso è impossibile se non si considerano le loro idee disgiunte dalle loro coraggiose azioni e strategie politiche.

Chi sono i dissidenti? I regimi totalitari proibiscono e reprimono qualsiasi forma di pensiero diverso e organizzazione da loro non controllata, provocando in questo modo l'insorgere di varie forme di opposizione. In questi contesti le persone che non si adeguano o non sostengono le politiche dello Stato sono solitamente definite dissidenti, o, in casi estremi, nemici dello Stato.

Secondo lo storico russo, il novantacinquenne Roj Aleksandrovič Medvedev (1925), il dissidente non è semplicemente colui che la pensa diversamente, bensì colui che esprime esplicitamente tale disaccordo e lo manifesta in qualche modo ai suoi concittadini e allo Stato (Roy Medvedev, Intervista sul dissenso in Urss, a cura di Piero Ostellino, Laterza, 1977.)

Questo vuol dire che i “pensatori del dissenso” sono stati anche degli organizzatori e dei militanti. Le idee antitotalitarie sono state ovviamente fondamentali nel delegittimare regimi e dittature che si reggevano, pur con un certo consenso, sulla forza, ma senza i movimenti politici della società civile e le loro alleanze con il mondo del lavoro, non sarebbe stato possibile mettere in discussione e abbattere questi regimi, con la complicità decisiva della crisi economica e o di un intervento esterno come una guerra.

Nell’Unione Sovietica e nei Paesi socialisti i dissidenti erano intellettuali, che spesso avevano appartenuto al Partito al potere e ne erano rimasti delusi o espulsi; membri della società civile perseguitati per i più svariati motivi, che spesso avevano addirittura conosciuto la prigione o il campo di lavoro; scrittori e artisti in contrasto con l’estetica ufficiale e insofferenti alle gabbie della Censura; studenti; operai entrati in urto con la dirigenza della propria fabbrica; anziani legati ai partiti politici di prima della guerra; religiosi messi nell’impossibilità di praticare la propria fede.

I dissidenti intellettuali sono le formichine che hanno indebolito le radici della grande quercia del Potere delegittimandolo difronte al resto del mondo e dando coraggio e voce alla società civile. Con le loro denunce e proteste hanno accelerato l’implosione dell’impero. Anche se poi le cause del crollo furono di natura più disparata. Nel caso dell’URSS, dove il ruolo dei “dissidenti”, a causa dell’imponente apparato repressivo, è stato più di testimonianza che di militanza attiva, si è assistito a una fine che, come si vede oggi non è stata del tutto una fine e le cause sono ancora da comprendere a fondo. Nel documentario del regista tedesco Werner Herzog, una lunga intervista a Michail Sergeevič Gorbačëv, (Meeting Gorbachev, Gran Bretagna, USA, Germania, 2018), ad esempio, l’ultimo segretario del PCUS sostiene che l’URSS è crollata con la catastrofe di Chernobyl (26 aprile 1986).

I regimi totalitari socialisti (che poco avevano a che fare con il Socialismo!) sono crollati a causa della crisi economica, il collasso delle loro strutture produttive; la sfavorevole contingenza internazionale.

Esclusa la Russia e le nazioni che ne facevano parte. I dissidenti hanno costituito (senza voler sottovalutare le molte figure di trasformisti), dopo il 1989, le nuove classi dirigenti. Nella maggior parte dei casi si sono dimostrati poco capaci di interpretare il nuovo ruolo che si assumevano e hanno aperto la strada al nazionalismo e al populismo.

Il fascismo italiano e il nazismo sono crollati a causa della guerra. Le classi diringenti che sono venute alla ribalta (temprate in anni di opposione, in patria e in esilio, e, in italia, nella guerra partigiana) sono state in grado, pur tra molte contraddizioni, di sostituire le vecchie figure al potere e risollevare le sorti dei Paesi.

Il termine “dissenso” è sempre stato usato per definire i fenomeni di opposizione nell’URSS, nell’Est europeo, in Cina e in tutti i Paesi con regimi socialisti.

In occidente, e in America Latina, si è sempre parlato di “oppositori”.

Ci occuperemo quindi del dissenso verso i regimi totalitari socialisti. Un fenomeno pacifico (sia nelle sue teorizzazioni che nella pratica) che, va ribadito, come notava lo storico russo Medvedev, non è mai stato soltanto teorico. I dissidenti, anche quando erano raffinati pensatori, si sono sempre impegnati nell’azione. Questo anche perché spesso le loro idee venivano combattute e represse con la prigione. Come ha sostenuto il filosofo ungherese Istvàn Bibò (in Miseria dei piccoli stati dell'Europa orientale, 1946; trad. it. Il Mulino 1994):

"L'intellighenzia nazionale aveva un prestigio sociale e un passato, una tradizione ed una cultura politica ridotti rispetto alla classe intellettuale dell'Europa occidentale, ma allo stesso tempo la sua importanza e la sua responsabilità dal punto di vista dell'esistenza della nazione erano assai maggiori. Crebbe in maniera particolare l'importanza di quelle professioni intellettuali che si occupavano delle caratteristiche distintive delle comunità nazionali, e le curavano: scrittori, linguisti, storici, preti, insegnanti, etnografi. Per questo motivo in questi paesi la 'cultura' è divenuta un momento di eccezionale importanza politica, che però non significava tanto una fioritura culturale, quanto piuttosto una politicizzazione della cultura”.

Il dissenso è un fenomeno disarmato. Eppure i dissidenti erano ben coscienti della celebre frase di Machiavelli che i profeti senz’armi vengono sconfitti:

”tutt'i profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorno”. (N. Machiavelli, Il Principe, cap. VI).

Ma di che armi avrebbero avuto bisogno? Non certo di quelle tradizionali. La Rivolta di Poznań (28-30 giugno 1956) dove gli operai andarono con qualche molotov e vecchio fucile contro i carri armati fu repressa nel sangue (un centimaio di morti) dai carri armati dell'Esercito Polacco comandati dal generale sovietico Konstantin Rokossovskij, allora ministro della guerra polacco (“L’Unità” del 30 giugno 1956 scrisse: “La responsabilità per il sangue versato ricade su un gruppo di spregevoli provocatori che hanno approfittato di una situazione temporanea di disagio in cui versavano Poznan e la Polonia”). I cambiamenti che ci furono nel potere polacco, con l’andata al potere di Władysław Gomułka (1905-1982) il 21 ottobre del 1956 furono solo in parte conseguenza di quei fatti e non durarono a lungo: il vento di parziale liberalizzazione si spense in tre anni e gli intellettuali, che avevano l’avevano richiesta e appoggiata, iniziarono a pensare che il Partito fosse irriformabile.

Ancora più tragica fu, lo stesso anno, la Rivolta ungherese (23 ottobre-10 novembre 1956), dove operai e cittadini difesero le riforme promesse dal nuovo segretario del Partito, Imre Nagy (1896-1958). Si scontrarono con i carri armati sovietici: morirono circa 2.700 persone, e 720 soldati sovietici; i feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione) furono gli ungheresi che lasciarono il Paese rifugiandosi in Occidente.

Queste esperienze, e la violenta repressione che ne seguì, insegnarono, non soltanto agli ungheresi e ai polacchi, che le forze al potere erano troppo soverchianti e uno scontro diretto avrebbe portato soltanto alla sconfitta, riportando indietro di parecchi anni le lancette dell’abbattimento del regime totalitario.

La fine, sempre con i carri armati, della cosiddetta “Primavera di Praga”, cancellò qualsiasi illusione sulla riformabilità dei regimi socialisti. La Primavera di Praga iniziò il 5 gennaio 1968, quando lo slovacco Alexander Dubček (1921-1992) divenne segretario del Partito Comunista di Cecoslovacchia, e terminò il 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione militare dell'Unione Sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia invase il Paese: 72 morti e centinaia di feriti. Dopo l'occupazione, si verificò un'ondata di emigrazione in Occidente: 70.000 persone nell'immediato e di 300.000 in totale, che interessò soprattutto cittadini di elevata qualifica professionale.

Infine, bisogna considerare la campagna antisemita scatenata dal POUP (che falcidiò molti dirigenti e intellettuali), la repressione del movimento degli studenti nel 1968 e gli scioperi per l’aumento dei prezzi degli operai di Danzica (12-17 dicembre 1970), quando l’esercito comandato dal generale Jaruzelski (che avrebbe poi comandato il colpo di Stato del 12 dicembre 1991) sparò sugli operai facendo 40 morti. Anche in questo caso, la “vittima” fu il segretario del partito (Gomułka venne sostituito da Edward Gierek, 1913-2001), ma nulla cambiò e, infatti, nel giugno 1976, gli operai di Radom scioperarono per gli aumenti dei prezzi provocarono arresti e pestaggi da parte della polizia.

Questo è il momento nel quale il pensiero dissidente si salda con l’azione politica, gli intelletuali si alleano con gli operai. Un gruppo di intellettuali, capeggiati da Jacek Kuroń e Adam Michnik, fondarono il Komitet Obrony Robotników (KOR). Inizialmente il compito che si prefigurava il KOR era semplicemente quello di assistere i lavoratori dalle repressioni del 1976, ma subito dopo divenne un gruppo di resistenza. Con la nascita del KOR gli intellettuali accettarono la leadership della classe lavoratrice. Questi eventi portarono a una maggiore attivismo da parte di alcuni intellettuali polacchi contro il fallimentare governo di Gierek. In questo periodo si formarono nuovi gruppi di opposizione, i quali tentarono di resistere al regime, denunciando la violazione della costituzione e delle leggi polacche.

L’anno prima c’era stato un evento che fornì uno strumento agli oppositori dei regimi totalitari dell’Est per organizzarsi e trovare una solidarietà internazionale. L'Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (noto anche come Accordi di Helsinki) svoltasi a Helsinki nel luglio e agosto del 1975. La dichiarazione venne firmata da trentacinque Stati, tra cui gli USA, l'URSS, il Canada e tutti gli Stati europei (tranne Albania e Andorra), e costituì un tentativo di miglioramento delle relazioni tra il blocco comunista e l'occidente.

La Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli stati partecipanti inserita nell'Atto finale (nota anche come "il decalogo") elencava i dieci punti seguenti:

  1. Eguaglianza sovrana, rispetto dei diritti inerenti alla sovranità;
  2. Non ricorso alla minaccia o all'uso della forza;
  3. Inviolabilità delle frontiere;
  4. Integrità territoriale degli Stati;
  5. Risoluzione pacifica delle controversie;
  6. Non intervento negli affari interni;
  7. Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo;
  8. Eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli;
  9. Cooperazione fra gli Stati;
  10. Adempimento in buona fede degli obblighi di diritto internazionale.

La sezione degli accordi relativa ai diritti umani costituì la base per il lavoro del Gruppo di Helsinki, un'organizzazione non governativa indipendente creata per monitorare l'osservanza degli accordi, evolutasi poi in vari comitati regionali. Tale Gruppo fu all'origine della Federazione internazionale di Helsinki e di Human Rights Watch. Anche se le disposizioni relative ai diritti umani riguardavano tutti gli Stati firmatari, l'attenzione si concentrò sulla loro osservanza in URSS e nei Paesi del Patto di Varsavia. L'amministrazione statunitense di Jimmy Carter, inoltre, contribuì a dare centralità alle norme relative ai diritti umani nelle relazioni tra Est ed Ovest. Tale attenzione aumentò progressivamente, e le disposizioni degli accordi di Helsinki riguardanti i diritti umani divennero sempre più fortemente un punto di riferimento e l'oggetto delle rivendicazioni dei dissidenti attivi all'interno del blocco sovietico, così come dei loro sostenitori in Occidente.

Rispetto alle lezioni civili e politiche che possiamo trarre per l’oggi, si debbano prendere in esame oltre che i singoli pensatori, e le loro idee, i movimenti che essi hanno contribuito a fondare e svilupparsi. Ovviamente le figure di dissidenti delle quali parliamo sono il risultato, sia dal punto di vista delle idee che della pratica, di un notevole numero di persone che operarono assieme a loro. E non va sottovalutato il ruolo fondamentale del dissenso nell’emigrazione. La cultura di questi Paesi di salvò grazie a riviste e libri stampati all’estero che arrivavano clandestinamente i patria per essere diffuse e nuovamente riprodotte o radio, come la sezione internazionale della BBC o Radio Free Europe, (finanziata dagli Usa) che da Monaco di Baviera trasmetteva in tutto l’Est europeo (questi erano strumenti potenti di controinformazione che divenne devastante non appena iniziò a diffondersi Internet). Gli intelletuali che erano stati costretti a emigrare all’estero sentivano come un loro impegno morale verso la madre patria contribuire in tutti i modi, finaziari e culturali, alle campagne dei dissidenti in patria. Il loro sguardo “da lontano” spesso era più lucido, perché più libero. In una lettera del 1947 all’amico Jerzy Stempowski, lo scrittore Gustaw Herling (due polacchi che avevano compreso che non sarebbe più stato possibile tornare in patria senza dover pagare un altissimo prezzo) sottolineava i “privilegi” di cui godono gli emigranti:

“Il pellegrino della libertà ha una grande dignità morale e politica. Possiamo, chiamando le cose con il proprio nome, dire molte cose, che gli altri pensano, ma per prudenza non dicono. Possiamo senza socchiudere gli occhi guardare nell’abisso sotto i nostri piedi”.

Un’utile sintesi di tutte queste vicende si trova in: Henry Bogdan, Storia dei paesi dell’Est (Società Editrice Internazionale, 2002).

Considereremo due esempi di opposizione di successo:

a) Il polacco JACEK KUROŃ (1934-2004), fu impegnato in gioventù nel movimento comunista e, dopo il 1956, nella direzione dell’organizzazione degli “scout rossi” (nata in opposizione al movimento staliniano dei Pionieri), che, unendo revisionismo socialista e valori sociali cattolici, amore per la natura e ethos conradiano, sarà la fucina di molti futuri dissidenti.

Kuron era un pedagostica ma non fu un intellettuale: piuttosto un uomo d’azione. Come si comprende dalla sua autobiografia, La fede e la colpa (1989; trad. it. La mia Polonia, Ponte alle Grazie, 1990), fu un appassionato sognatore, animato da un umanismo, con forti venature religiose. Ma fu anche un politico realista e ostinato nella ricerca della mediazione, che considerava (al contrario di molti suoi connazionali) qualcosa di molto diverso dalla chiacchiera e dalla compromissione. Ha notato il filosofo Leszek Kołakowski, in occasione del suo settantesimo compleanno, che era sorprendente, con tutto quello che aveva dovuto subire, la sua incapacità di odiare, la convinzione che con un avversario ci si possa sempre capire, perché ogni uomo è un valore.

La sua rottura con il potere comunista avvenne nel 1964 con la Lettera aperta al POUP (trad.it. Il marxismo polacco all’opposizione, Samonà e Savelli, Roma 1967), scritta assieme allo storico del medioevo Karol Modzelewski, dove si criticavano apertamente la degenerazione burocratica del partito al potere, lo sfruttamento degli operai, la mancanza di libertà di espressione e di studio. Questa denuncia “dall’interno”, che auspicava una rivoluzione operaia contro il Partito, fu presa molto sul serio dal destinatario: in due processi che si tennero a porte chiuse, tra il 1965 e gli inizi del 1966, gli autori vennero condannati a tre anni di reclusione. In Francia e in Italia, Kuroń e Modzelewski vennero considerati dei trotskisti. Alla vigilia del sessantotto, Kuroń fu nuovamente condannato e uscì di prigione soltanto nel 1971. Scrisse allora un proclama che invitava gli operai, e la società civile, all’autorganizzazione sociale e all’abbandono della violenza: “Invece di dare assalto e bruciare la sede del Sindacato del potere, organizza il tuo Sindacato indipendente!”.

Per realizzare questo progetto, Kuroń fondò, a Varsavia, nel settembre del 1976, il Comitato per la difesa degli operai (KOR), assieme ad altre tredici persone: lo scrittore Jerzy Andrzejewski e il poeta Stanisław Baranczak; gli avvocati Ludwik Cohn, Antoni Pajdak e Anela Steinbergowa; gli storici Antoni Macierewicz e Adam Szczypiorski; il grande economista, socialista dal 1906, Edward Lipiński; lo storico della letteratura Jan Józef Lipski; il filologo classico, eroe della guerra partigiana, Józef Rybicki; il tecnico tipografico Wojciech Ziembiński; il biochimico Piotr Naimski; il prete, anch’egli eroe della resistenza, Jan Zieja. Ad essi si unirono in breve tempo altre nove persone, tra le quali il chimico Mirosław Chojecki (che diventerà l’animatore della casa editrice clandestina “NOWA”), e gli storici Wojciech Onyskiewicz (che si occuperà del giornale “Robotnik”) e Adam Michnik (che, tra l’altro, darà vita ai corsi dell’Università clandestina TKN). L’anno successivo, il KOR si trasformò in Comitato di autodifesa sociale (KSS-KOR): una vera e propria struttura parallela al potere che preparerà la strada al sindacato indipendente Solidarność. Kuroń fu, consigliere di Solidarność dall’estate 1980 al Colpo di stato. Arrestato il 13 dicembre 1982, trascorse due anni e mezzo in prigione, senza processo. Fu poi uno dei protagonisti, nel 1989, della Tavola rotonda tra il Sindaco, gli intellettuali dissidenti, gli osservatori dell’Episcopato e il regime comunista (6 febbraio-4 aprile 1989). Questo era l’effetto del lavoro diplomatico dell’Episcopato e di Kuroń con un gruppo di intellettuali dell’opposizione moderata come il cattolico Mazowiecki e lo storico Geremek. Le prime aperture da parte del potere si ebbero quando il 31 giugno 1988, l’economista e membro del Comitato Centrale Stanisław Ciosek (che sarà poi, dal 1989 al 1996, Ambasciatore polacco in Russia) presentò al cardinale Alojzy Orszulik un progetto di riforma politica che prevedeva delle elezioni parzialmente libere per il Senato e la garanzia del 60-65% dei posti al parlamento per il potere. A metà di agosto il Potere polacco iniziò colloqui direttamente con l’opposizione.

In seguito, Kuroń fu Ministro del lavoro nel primo governo non comunista guidato da Tadeusz Mazowiecki e in quello di Hanna Suchocka (1992-1993). Si distinse per le campagne a favore delle classi più povere, colpite dalla rapida affermazione dell’economia di mercato, guadagnandosi una grande popolarità. Candidatosi alle elezioni presidenziali del 1995, ottenne però soltanto il 9% dei voti e finì col ritirarsi progressivamente dalla vita politica, non mancando però di far sentire il suo appoggio, ormai minato dalla malattia, al movimento No Global.

La “spalla” amicale e intellettuale di Kuroń fu il grande storico del Medioevo, nato a Mosca e figlio di un ex ministro degli esteri comunista, Karol Modzelewski (1937-2019) che fu espulso dal Partito Comunista (PZPR) e cacciato dalla Facoltà di Storia dell’Università di Varsavia dopo aver scritto assieme a lui la Lettera aperta al Partito. Per aver diffuso questa lettera venne condannato a 3 anni e mezzo di prigione. In un’intervista al quotidiano “Gazeta Wyborcia”, fondato dal suo amico, anch’egli storico, Adam Michnik, aveva dichiarato: “Non è vero che per tutta la vita volevo fare il rivoluzionario. Per tutta la vita volevo invece essere uno storico. Soltanto che, mannaggia, succedeva sempre qualcosa, e allora non potevo fare a meno di impegnarmi. Jacek Kuroń diceva di me che sono un ‘politico della domenica’. Che soltanto di domenica guido quell’automobile”.

Dopo il marzo del 1968 Modzelewski fu nuovamente arrestato e fino al 1971 non poté svolgere nessuna attività scientifica. Tra il 1980 e il 1981, dopo la nascita di Solidarność (fu proprio lui a proporre il nome "Solidarność"), fu il portavoce della Commissione di intesa nazionale (KPP). Nel 1981 fu membro della amministrazione regionale della Bassa Slesia. Internato dopo il colpo di stato militare del 13 dicembre 1981, fu liberato tra gli ultimi, soltanto nel 1984. Tra il 1989 e il 1991 è stato senatore del Parlamento polacco. Militò inizialmente nel partito di sinistra "Solidarność Pracy" (Sinistra del lavoro), poi nel 1992 insieme a Ryszard Bugaj e Aleksander Małachowski fondò il partito "Unia Pracy" (Unione del lavoro), di cui fu presidente onorario. Deluso dalla politica attiva tornò all’attività a occuparsi dei suoi studi: dal 1992 al 1994 fu professore presso la Facoltà di Storia dell'Università di Breslavia e dal 1994 alla Facoltà di Storia dell'Università di Varsavia. Il titolo di professore lo ottenne soltanto nel 1990. Nel dicembre del 2006 fu nominato vicepresidente dell'Accademia Polacca delle Scienze (PAN).

Negli ultimi vent’anni, manifestava sempre più spesso la sua amara delusione per l'involuzione della situazione politica e sociale polacca. Era rimasto in fondo un socialista sognatore: voleva una Polonia il più possibile egualitaria, tollerante, aperta, europea. Nel numero primaverile di “MicroMega” (2016) comparve un suo testo, La svolta polacca: polizia politica e Radio Maryja, lucido nell’analisi della situazione, ma forse poco realistico nella proposta alternativa:

“Si è ripetuto una giaculatoria che al piano liberista non c’erano alternative. (…) Ma l’alternativa esisteva, nel senso che ci sarebbe voluta una forza politica consapevole di un progetto diverso, con un peso elettorale capace di influenzare il corso delle cose. Questa forza avrebbe potuto imprimere gradualità alla trasformazione economica e alla riconversione delle aziende socialiste, dato che si trattava di un potenziale economico non competitivo sul mercato mondiale per avanzamento tecnologico novità dei prodotti, ma comunque di un patrimonio notevole, che era possibile modernizzare. Purtroppo l’ideologia neoliberista non contemplava una trasformazione progressiva in cui lo Stato potesse giocare un ruolo di ‘moderatore sociale’, ed è mancata una corrente culturale e politica all’altezza della sfida. Ma i risultati in termini di diseguaglianza sono stati molto durevoli e profondi in tutti i paesi dell’impero ex-sovietico…”.

b) Il cecoslovacco Václav Havel (1936-2011) si è sempre sanamente considerato un intellettuale prestato di malavoglia alla politica. In Interrogatorio a distanza (1986; Itaca 2019) confessò:

“Non mi sono mai occupato sistematicamente di politica. Sono uno scrittore e ho sempre concepito la mia missione come un dovere di dire la verità sul mondo in cui vivo, proclamare i suoi orrori e le sue miserie, e quindi mettere in guardia più che dare indicazioni. Anche come drammaturgo sono sempre partito dal fatto che ogni spettatore deve scoprire da solo, dentro di sé, le cosiddette soluzioni, e che il mio compito non è quello di offrigli qualcosa di pronto”.

Dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati del Patto di Varsavia, e l’inizio della repressione, venne vietata la pubblicazione e la rappresentazione di tutte le sue opere e lui finì a lavorare in una fabbrica di birra. Divenne un simbolo degli artisti messi a tacere, ma non rassegnati, e fu per lui naturale firmare il documento costitutivo di Charta 77” e farne il portavoce. E fu purtroppo ovvio che il potere si accanisse soprattutto contro di lui: per un decennio fu ripetutamente arrestato e incarcerato (il periodo più lungo fu quello dal 1979 al 1983, che terminò con la scarcerazione per motivi di salute). I suoi coraggiosi proclami politici, mascherati da lettere dal carcere alla moglie, Lettere a Olga (1983; Santi Quaranta, 2010), lo fecero riconoscere come il principale oppositore interno al regime e si guadagnò un enorme credito morale e politico presso i suoi connazionali.

Con la sua lucida passione, Havel si dimostrò il vero teorico della lotta non violenta della società civile. Ne Il potere dei senza potere (1978; Castelvecchi, 2013), raccomandava una nuova forma di politica: la “politica antipolitica” sostenuta da un’ostinata ricerca della Verità contro la menzogna del potere. Un testo decisamente ancor oggi attuale. La proposta “antipolitica” (ma sarebbe meglio dire «antipartitica») di Havel era quella di una democrazia per liberi individui, la possibilità per ciascuno di contare, decidere, controllare, cambiare. Ogni forma organizzata deve essere al servizio di quel ciascuno che ogni individuo è, e ogni forma istituzionale dove cercare di impedire che si produca quello che è il maggior pericolo per la democrazia: l’inversione tra il soggetto e la funzione, tra l’individuo e il suo strumento. I partiti sono necessari, ma solo in quanto strumenti. Perciò, in quanto partiti, vanno esclusi dal potere:

“Meglio se le forme organizzate e stabili della vita politica avranno la leggerezza dei club e saranno sempre pronte a farsi da parte. La scelta degli uomini per le diverse cariche deve riguardare individui ai quali i partiti forniranno sostegno, strumenti, conoscenze, apparati organizzativi. Il potere che si fa professione, il voto che si fa merce, implica il perdersi dell’individuo e la fine della democrazia autentica”.

Havel era abituato a ragionare concretamente su problemi concreti. E questo è un bel paradosso per uno scrittore diventato famoso per i suoi testi del “teatro dell’assurdo”. Del resto, quasi assurdo sembra il modo in cui nacque il primo movimento di opposizione in Cecoslovacchia.

Charta 77” nacque in risposta alla persecuzione del gruppo rock dei «Plastici» e del loro leader, Ivan Jirous, amico di Havel. Contro il loro processo fu scritta una lettera aperta allo scrittore tedesco Heinrich Böll (sottoscritta dal poeta, futuro Premio Nobel, Seifert, dal critico letterario Cerny, dal filosofo Kosik e da una settantina di persone). Questo episodio mosse le acque della stagnazione post sessantotto, mostrando che c’erano dei coraggiosi rappresentanti della società civile, e anche parecchi ex membri del Partito Comunista, disposti a mettersi in luce e rischiare, per campagne per la difesa dei diritti umani e democratici. La prima riunione fondativa di “Charta 77” si tenne il 10 dicembre 1976 con Havel, Mlynař, Kohout (al quale si deve l’invenzione del nome), Nemec e Komeda. Fu stabilito che “Charta” avrebbe avuto tre Portavoce (i primi furono: Hájek, Patočka e Havel). Le firme furono raccolte tra Natale e Capodanno. Sottoscrissero il documento 243 persone. Nel novembre del 1979, nonostante gli arresti e le intimidazioni, i firmatari erano diventati 2.000.

Il primo firmatario e portavoce di Charta 77, fu il filosofo cattolico Jan Patočka (1907-1977): un pensatore straordinario e appartato che alla fine della sua vita decise di scendere in campo. Allievo di Edmund Husserl, che lo considerava uno dei suoi discepoli più acuti, Patočka fu autore di alcuni straordinari libri: in particolare: Platone e l’Europa (J. Patočka, Platone e l’Europa, a cura di G. Reale, trad. di M. Cajthaml e G. Girgenti, Vita e Pensiero, Milano 1997) e Saggi eretici di filosofia della storia (J. Patočka, Saggi eretici sulla filosofia della storia, a cura di Mauro Carbone e Davide Stimilli, Einaudi, Torino 2008), che può essere definito l’ultimo grande libro di filosofia del XX secolo. Per trent’anni fu un perseguitato perché non si volle piegare al Potere e alla sua ridicola ideologia: cacciato nel 1948 dall’Università Carlo di Praga, per campare fece il bibliotecario; nel 1968 venne riammesso all’insegnamento e definitivamente cacciato nel 1972. Patočka, che fino a quel momento si era sempre tenuto lontano da uno scontro diretto col potere comunista, testimoniando la sua opposizione con un’orgogliosa e tenace affermazione della sua libertà di pensiero, impresse una forte impronta morale all’iniziativa di Charta 77. Tanto più che morì eroicamente quasi subito, durante uno dei pesanti interrogatori ai quali la polizia sottopose tutti i firmatari.

“Charta 77” fu il simbolo del risveglio morale dei cecoslovacchi ed ebbe una grande importanza per far capire all’Occidente (e anche all’Urss) che la «normalizzazione» di Husák non aveva spazzato via l’esperienza e i valori della Primavera di Praga. I suoi membri compresero bene che la loro salvezza stava nei rapporti stretti con l’Europa, nella ricerca di una solida rete di contatti politici con vari partiti della sinistra. Ma promossero anche strette relazioni con gli altri «dissidenti» dell’Est. Clamoroso, ad esempio, fu l’incontro tra Havel e i polacchi Jacek Kuroń, Jan Lityński e Adam Michnik, per un meeting nelle montagne dei Sudeti, al confine tra Polonia e Cecoslovachia, proprio nell’estate del 1977.

Havel divenne, nel novembre 1989, il leader della cosiddetta “rivoluzione di velluto” (perché fu assolutamente incruenta). A capo del Foro Civico negoziò con i responsabili del vecchio regime il passaggio dei poteri. Il 29 dicembre 1989 fu eletto, dall’Assemblea nazionale, presidente della Repubblica Cecoslovacca. Venne poi rieletto agli inizi di luglio del 1990.

La Repubblica Ceca e quella Slovacca si divisero sotto le spinte nazionaliste che infiammavano l’ex impero sovietico. Ma mentre altrove le divisioni etniche si trasformarono in violente tragedie (basti pensare alla ex-Jugoslavia), lì, nel centro dell’Europa, grazie all’instancabile opera di mediazione del Presidente, e al buon senso delle popolazioni, la separazione avvenne senza drammi, se non quello suo, perché era decisamente contrario, e visse la cosa come una sconfitta personale, tanto che si dimise nell’estate del 1992. Ma, nel gennaio del 1993, divenne presidente della neonata Repubblica cèca, e fu rieletto anche nel 1997.

Quando andò pensione dalla politica, fu finalmente libero di manifestare tutto il suo pessimismo:

“Penso che le cause della crisi attuale del mondo si trovino in qualcosa di più profondo che non in un concreto modo di organizzare l’economia o in un concreto sistema politico. Sento in qualche modo sullo sfondo della crisi contemporanea l’orgoglioso antropocentrismo dell’uomo moderno, convinto di poter conoscere tutto, di potersi adattare a tutto”.

Havel vide lucidamente che le cose si stavano evolvendo in modo diverso da quello che lui e i suoi amici avevano auspicato. Ne capì la complessità e ne fece esperienza quando dovette per forza di cose assumere degli importanti ruoli istituzionali.

Gli intellettuali dissidenti dell’Est europa avevano come principale punto di riferimento la cosiddetta “società civile”. Non era questa una classe sociale, ma un’élite che si sentiva soffocare dai regimi legati all’Unione Sovietica e guardava all’Europa e alle libertà occidentali. Furono loro le avanguardie che erosero il consenso e la credibilità a questi regimi e prepararono le condizioni per la spallata finale che, in un contesto internazionale favorevole, li fece crollare.

Gli ideali ai quali queste élite si rifacevano erano quelli della Rivoluzione francese: Libertà, Eguaglianza, Fraternità, ai quali il regista del famoso Decalogo, 1988, Krzystof Kieślowski, dedicò i tre suoi ultimi film: Tre colori- Film blu (Trois couleurs : Bleu) (1993); Tre colori-Film bianco (Trois couleurs : Blanc) (1994); Tre colori-Film rosso (Trois couleurs : Rouge) (1994).

La Libertà e la Fraternità sono state raggiunte. Intellettuali e operai hanno a un certo punto lottato (soprattutto in Polonia) apertamente per cambiare regime politico. Ma poi l’Uguaglianza purtroppo non si è realizzata e le differenze sociali, nel Centro come nella parte occidentale dell’Europa, si sono accentuate. Basta l’esempio degli operai dei Cantieri navali di Danzica, che furono i protagonisti della nascita di Solidarność, che dopo pochi anni si videro chiudere i cantieri, perché “improduttivi” e persero il lavoro. Molti cittadini avevano pensato, e sperato, che assieme alla Libertà sarebbe finalmente arrivato il benessere per tutti. Dalla delusione, frustrazione e risentimento verso le nuove élite, nasce il successo del “populismo”, e dei partiti che lo sbandierano, che prende pericolosamente sempre più piede e allontana le élite politiche e intellettuali dal popolo.

C’è, dietro a fenomeni di “nostalgia” per il passato, anche una sorta di disagio e paura della libertà. In un commento che prendeva spunto dai risultati delle elezioni ucraine (V. Havel, Depressione e rivoluzione, “Repubblica”, 27/III/2006), Hevel affermò:

“Se prima era lo Stato a decidere ogni cosa, le nuove circostanze impongono in genere nuove sfide; e molti (soprattutto a i meno giovani) hanno iniziato a sentire come un onere la libertà che li costringe di continuo a prendere decisioni. E’ questo un disagio simile a quello che ho vissuto in prima persona dopo la mia scarcerazione: per anni avevo anelato alla libertà, ma quando finalmente sono uscito da carcere mi sono trovato improvvisamente a confronto con le molte scelte della vita quotidiana. Costretti a decidere in continuazione, si finisce per essere aggrediti dal mal di testa, e magari da un desiderio inconscio di tornare in cella”.

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