English version | Cerca nel sito:

Dare voce ai dissidenti dell’Islam

Occasioni di pace per ridurre i grandi pericoli del fondamentalismo

La legge islamica è in gran parte fondata sulla diseguaglianza dei diritti, ossia sulla superiorità degli uomini e dei fedeli e sulla inferiorità delle donne e degli infedeli. Al contrario la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 considera tutti gli uomini con identici diritti e doveri, ritenendo l’uguaglianza inerente alla natura umana. Questi principi possono essere alla base dell’emergere di un dissenso nell’Islam, rispetto al fondamentalismo. Se quest’ultimo pare rafforzarsi, numerosi sono le dissidenti e i dissidenti islamici. Rendere più forti le loro voci può ridurre i grandi pericoli insiti nel fondamentalismo e aumentare le occasioni di pacifica convivenza.

I dissidenti islamici vogliono talora riforme importanti della legge islamica (sharï’a), contestualizzando il libro sacro e interpretandolo secondo le esigenze del mondo moderno. Il dissenso nell’Islam può riguardare il rapporto tra religione e società, che separi il potere politico dalla sharï’a rendendo più libera la società. In modo più dirompente il dissenso può finalmente riguardare il ruolo delle donne musulmane, la cui condizione di subordinazione è stata studiata dell’islamista Valentina Colombo. Così come sono schiacciate dall’Islam la politica, le istituzioni, il costume, il modo di vivere, la scienza, la cultura e l’arte. Se l’Islam si secolarizzerà, potrebbe compiere il positivo percorso avvenuto nei paesi occidentali, dove la secolarizzazione, processo in corso da secoli e non ancora compiuto, ha contribuito al progresso civile e religioso.

L’appoggio ai dissidenti islamici riporta alla mente il sostegno che venne dato ai dissidenti nei Paesi comunisti dopo la seconda Guerra mondiale. Scrittori e filosofi come Koestler, Popper, Orwell, Arendt, Camus intrapresero una campagna per la libertà della cultura contro il totalitarismo dei regimi comunisti. In Italia fu importante il lavoro di Silone e Chiaromonte. Dopo il ’68, la Primavera di Praga e il sacrificio di Jan Palach, agirono Charta 77 di Havel e Patocka, Solidarnosc in Polonia, oltre alla dissidenza interna all’URSS, con Solgenitsin, Sakarov e Grossmann. Vi fu la campagna organizzata nel ’77 alla Biennale di Venezia da Ripa di Meana. Ma non tutte le forze politiche appoggiarono i dissidenti. Negli anni successivi al ’68 molti volsero il viso da un’altra parte, considerando modelli positivi il comunismo sovietico o quello cinese.

Per aiutare il dissenso nell’Islam occorre avere un’idea positiva della nostra civiltà occidentale, apprezzandone i grandi successi e al tempo stesso non sottacendo gli innegabili elementi di crisi - se non di vero e proprio declino. Un’idea positiva della propria identità può porre un argine al disprezzo dei valori del mondo in cui viviamo, che hanno necessità di limiti etici per non essere travolti dal nichilismo.
Non tutte le civiltà hanno caratteri analoghi. L’Islam negli ultimi secoli, ad esempio, non ha prodotto scoperte scientifiche o tecnologiche, ha rifiutato di concorrere ad abbellire il mondo con le arti e renderlo più gradevole con la musica, si è limitato a ripetere ossessivamente dogmi religiosi, stili di vita, stereotipi artistici e culturali. L’approccio dell’Occidente all’Islam non può essere quello di un multiculturalismo che pone sullo stesso piano ogni civiltà e neppure l’assimilazionismo laicista alla francese. Quando il multiculturalismo sostiene che nessuna cultura debba essere discriminata, accetta al tempo stesso le discriminazioni della sharï’a, che opprime le donne, i credenti di altre religioni, i cristiani e gli omosessuali. Il multiculturalismo è incompatibile con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Nel nostro Paese la presenza di metropoli, cittadine e borghi, il lavoro di associazioni, parrocchie, centri culturali ha evitato la segregazione degli immigrati. La libertà religiosa deve valere in ogni Paese del mondo, sia esso occidentale o islamico. La religiosità è stimolo positivo, come conferma il decisivo contributo dato dal cristianesimo alla civiltà occidentale. La religione islamica ha pieno titolo di essere praticata. Ma gli islamici che vogliono bene vivere in Italia debbono seguire leggi e costumi del nostro Paese, rispettare le donne, amare i figli e i bambini, impegnarsi a fondo nello studio della lingua italiana, capire la nostra storia e la nostra cultura.

Dare voce ai dissidenti può essere un importante stimolo culturale per i milioni di islamici immigrati che si trovano in difficoltà fra tradizioni e integrazione, di famiglie con rapporti difficili fra uomini e donne e incerte sul tipo di educazione da dare ai figli. I rapporti basati sulla reciprocità di relazioni tra le persone portano a considerare ogni altra persona come non inferiore e non superiore alle altre. Così facendo gli islamici potranno scoprire la bellezza di vivere insieme in modo egualitario.

I dissidenti possono svolgere il ruolo importante di indicare idee libere e comportarsi in modo pacifico con persone di altre civiltà e religioni. Dare voce ai dissidenti significa renderli più forti, difenderli dai fondamentalisti e costituire un forte bastione contro i terroristi che purtroppo allignano oggi nel mondo islamico. Questo è il migliore aiuto a ogni persona che voglia vivere in pace.

Ayaan Hirsi Ali[1] ha elencato molti musulmani che esprimono un dissenso rispetto all’ortodossia islamica e che auspicano una riforma dell’Islam. Ad esempio il sunnita Al-Ansari, ex-Preside della facoltà di Legge islamica all’Università del Qatar, che respingendo l’esortazione ad amare la morte predicata da molti estremisti islamici, ha detto: “Vorrei che gli studiosi, con il loro discorso religioso, inducessero i nostri giovani ad amare la vita non la morte.” 

Taslima Nasrin, è nata in Bangladesh e vive in India, ha affermato: “Occorre un codice civile uniforme, non fondato sui dogmi religiosi e ugualmente applicabile a uomini e donne”. Questo porterebbe alla negazione della sharï’a.
Umer Ali [2], giornalista pakistano e libero pensatore, scrive: “È paradossale, ma l'atteggiamento della sinistra occidentale nei confronti dell'islam rischia di lasciare da soli i liberali che nei paesi musulmani lottano per i diritti umani, la libertà d'espressione e la laicità, e di dare man forte agli estremisti che in quegli stessi paesi vogliono imporre la sharia …. E ad esempio: “La migliore spiegazione che la sinistra occidentale riesce a fornire per la lapidazione di una donna sepolta nella terra fino al collo, è l'imperialismo dell'Occidente." In una recente pubblicazione dell'Islam Foundations of a free Society[3], si può leggere: "Siamo convinti che più i musulmani riscopriranno il vero patrimonio dell'Islam nel suo periodo d'oro, più possibilità ci sono che il clima di opinione nei loro paesi possa cambiare in favore della libertà" E ancora: "È giunta l'ora in cui gli intellettuali musulmani ripensino il dibattito sul libero arbitrio, la libertà di pensiero, il pluralismo anche religioso e il libero mercato."

[1] Idee e citazioni sono tratte da Ayaan Hirsi Ali, Eretica, RCS Libri, Milano, 2015, pagg. 241 e ss.
[2] Questa citazione è tratta da Micromega n.4/2016
[3] Da: L’islam può essere compatibile con la libertà? Uno studio di Gabriele Carrer, Il Foglio, 26 Ottobre 2016

Analisi di Enrico Castrovilli, Giuseppe Magni e Sergio Vettore

27 ottobre 2016

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Scopri tra gli Editoriali

Multimedia

"Non aspettarmi vivo" di Anna Migotto e Stefania Miretti, di Antonio Ferrari

La banalità dell'orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti

La storia

​Faraaz Hussein

il giovane che a Dacca ha rinunciato a salvarsi per non lasciare le sue amiche