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Domande sulla memoria, la riflessione di David Bidussa

la recensione su Doppiozero

Riprendiamo l’articolo di David Bidussa pubblicato sulla rivista culturale digitale DOPPIOZERO a proposito del volume collettivo di Gariwo “Domande sulla memoria” (Cafoscarina, 2021).

“La memoria si è offuscata, ha perso la sua carica dirompente. […] Quella memoria ha assunto un carattere identitario che sembra ruotare soltanto attorno a due questioni, certo molto importanti come la lotta all’antisemitismo e la difesa di Israele contro chi lo vorrebbe distruggere, ma si è allontanata da una vocazione universale”

Così Gabriele Nissim nelle pagine introduttive di Domande sulla memoria (uno spunto su cui insiste nel libro Viviana Kasam nel suo testo dal titolo “Unanimità e memoria”). A molti questa premessa potrà apparire provocatoria (altri diranno che “finalmente qualcuno gliele suona”). Non condivido nessuna di queste due opinioni, opposte e complementari.

Certamente l’affermazione di Nissim (che Kasam riprende) ha un carattere forte, ma quando si tratta di rimettere le cose al loro posto e di descrivere i percorsi di metamorfosi di un progetto culturale che, appunto, in origine si era presentato come universale, allora non è possibile avere quello scopo cercando di delimitare gli effetti delle domande imbarazzanti o che stanno sul tavolo. Quelle domande vanno poste direttamente. Poi si tratta di chiamare al tavolo della discussione molte sensibilità e molti laboratori di ricerca che hanno a cuore il futuro della memoria per cercare appunto con inquietudine, di articolare una sequenza di questioni volte ad aprire un cantiere multivocale di ricerca.

Ancora Nissim: “La memoria deve unire l’umanità per le nuove sfide. Se diventa una cassaforte identitaria perde la sua funzione”. Per cui la possibilità di durata nel tempo della memoria della Shoah sarà la conseguenza del porsi come “anello di congiunzione tra tutte le memorie di genocidi e sarà in grado di confrontarsi ogni volta con i germi del male che si presentano nel tempo presente”.

Premetto che a lettura conclusa Domande sulla memoria mantiene le promesse che Nissim enuncia nella introduzione e complessivamente quelle diverse voci chiamate a raccolta (Yehuda Bauer, Francesco M. Cataluccio, Enrico Fink, Marcello Flores, Anna Foa, Viviana Kasam, Pietro Kucokian, Stefano Levi Della Torre, Vittorio Pavoncello, Valentina Pisanty, Robett Szuchta, Francesco Tava, Amedeo Vigorelli, Anna Ziarkowska, Simome Zoppellato) mantengono il patto sottoscritto.

Da questo libro plurivocale si esce dunque con molte suggestioni che sarebbe un peccato perdere.

Tornerò tra poco per proporre quelle che mi sembrano, a diverso titolo, meno scontate e più innovative rispetto ai temi propri della discussione pubblica in Italia.

Prima, però, vorrei partire da due diversi percorsi intellettuali – ma anche emozionali – che a mio avviso originano le domande a cui Domande sulla memoria prova a proporre delle risposte pazienti ed esigenti, avendo la percezione, come molte vote capita nella storia, di vivere l’emozione del Sisifo di Camus, una figura che è destinata alla sconfitta, ma che non cessa mai di provare a ricominciare e che proprio quando è sconfitta e sembra totalmente sopravanzata dalle cose (in questo caso diremo dalla pesantezza del luogo comune) trova la forza e la determinazione di riprendere la partita di replicare a quel luogo comune.

Dunque due percorsi intellettuali, che sono anche due percorsi emozionali.

Il primo percorso lo ripendo dalla cartolina che Massimo Gramellini ha inviato il 23 gennaio 2021 in chiusura della puntata di Le parole della settimana di Rai3 (dura quattro minuti e la potete ascoltare qui a partire dal tempo 1h20’08 secondi fino alla fine). Il tema è che cosa vogliamo sapere del nostro presente e, soprattutto, che cosa non vogliamo sapere o quanto, come ripete più volte Massimo Gramellini, «facciamo finta».

Il secondo percorso riguarda le immagini con cui noi siamo abituati a fare i conti con la fine della Seconda guerra mondiale intorno a cui collochiamo la scena del 27 gennaio.

Ci sono quattro fermo-immagine che definiscono la fine della guerra nel 1945.

La prima riguarda l’arrivo degli alleati a Berlino. È la fine materiale della guerra. Anche se poi ognuno si è cercato la sua data di liberazione, nei fatti, quella scena le riassumeva tutte. Diceva chi si era, che cosa si era subìto, chi era il nemico. In quella scena che a lungo è stata celebrata come l’icona dell’idea di libertà, mancavano molte soggettività. O vi erano state incluse senza il loro consenso.

La seconda è quella che è stata messa al centro con il giorno della memoria, il 27 gennaio. La possiamo condensare in questa immagine, dove non ci sono essere umani, ma solo oggetti che erano parte della vita e del corpo di essere umani.

La terza si riferisce alle svariate centinaia di migliaia di madrelingua tedeschi che dal centro dell’Europa si spostano verso la Germania nell’estate 1945, ma anche ai molti milioni di polacchi, ungheresi, boemi, slovacchi, rumeni, bulgari per i quali la fine della guerra non significa libertà, ma solo liberazione da un precedente dominus e arrivo di uno nuovo.

C’è una quarta scena che ci riguarda ma che non è mai entrata nella memoria collettiva: è il maggio 1945. La guerra è finita. Tutti festeggiano. In Algeria una massa di uomini e donne in nome della partecipazione all’esercito della Francia Libera a fianco di Charles de Gaulle, pensando di aver contribuito alla lotta per la riconquistata libertà della Francia, scende in piazza e rivendica il diritto anche alla propria libertà. Nelle piazze di Setif, a 300 chilometri da Algeri, un gruppo di manifestanti chiede la liberazione del leader del Partito Popolare Algerino, Messali Hadj. Tutto si svolge pacificamente fino a quando non viene sollevata la bandiera dell’Algeria, vietata dal governatorato generale francese. Di fronte alla polizia che spara sulla folla, esplode la rivolta degli algerini e al termine della giornata si contano 103 morti. Nei giorni successivi: coprifuoco e istituzione della legge marziale, spedizioni punitive, raid aerei contro uomini, donne e bambini costituiscono la quotidianità in Algeria. In poche settimane, sono uccisi dai 6mila agli 8mila algerini (15mila nella memoria collettiva algerina).

Quella storia se la raccontano in Algeria. Noi, al di qua del Mediterraneo non ce la siamo raccontata.

È un aspetto del dovere di memoria che si consegna non risolto alla generazione doppiozero e che probabilmente si consegna intatta, anzi «degradata» alla generazione successiva.

In breve, la scommessa è che la storia si scriva, si legga, e si ricostruisca «a parte intera». Il tema non sono le vittime, ma è educare tutti noi a non pensarsi solo come vittime. Perché questo accada la memoria da riparazione, deve diventare progetto. Una condizione essenziale in un tempo in cui l’Europa deve ripensare profondamente l’idea di futuro che intende perseguire e perciò interrogare se stessa sull’idea di futuro che vuole.

Perché, come di recente ha richiamato Aleida Assmann, il sogno europeo – a differenza del sogno americano, che progredisce solo se si racconta il suo futuro – non fa progressi se cessa di interrogarsi, di rimettersi in discussione. Se in America il sogno nasce dal bisogno di utopia, in Europa nasce dal disincanto. L’idea è che è la storia a darci gli elementi per poter provare a costruire futuro e non il fascino dell’utopia.

Il sogno europeo offre una visione transnazionale e restituisce una geografia mutevole perché l’Europa ha avuto e dovrà sempre avere la forza di mettersi in discussione rispetto al proprio passato e al proprio futuro.

Domande sulla memoria. esprime, dà voce e fornisce temi di riflessione proprio in relazione a questo bisogno.

Il primo saggio (dal titolo “Rivalutare la storia nei confronti della memoria”) dei due di Marcello Flores compresi in questo libro, pone in forma stringente una questione cruciale. Negli ultimi decenni, osserva Flores, il ruolo della memoria nella vita pubblica è cresciuto costantemente, ma in parallelo è diminuito il peso della storia nel costruire la nostra conoscenza e sensibilità del passato. Un processo accentuatosi con il sempre maggiore intervento della politica e delle istituzioni nel creare «leggi di memoria», «luoghi di memoria», monumenti, memoriali.

Processo in cui, almeno nel caso italiano, già lo notava anni fa Giovanni De Luna, con il suo La repubblica del dolore, quel flusso memoriale fatto di date e di luoghi, di ricorrenze, di sovrabbondanza di memorie specifiche e di parte, alla fine più che a aumentare la consapevolezza della storia, aveva l’effetto di incrementare il flusso di dolore provato ed esibito che favoriva un’autopromozione senza generare conoscenza, comunque in cui si coltivava una dimensione autoriferita. L’effetto, concludeva De Luna, era l’abbassamento del tasso di dimensione civile della cittadinanza.

Entrambi, pur muovendo da presupposti diversi, arrivavano alla stessa conclusione. Ovvero: che occorre pensare a una nuova valorizzazione della storia, ovvero di più storia. O forse ancora più precisamente di una diversa modalità di proporre la conoscenza storica come risorsa e come strumento.

Non sempre. Non solo perché la produzione di giorni della memoria non produce innalzamento della conoscenza, ma anche perché, come scrive Valentina Pisanty due fatti incontrovertibili sono accaduti negli ultimi venti anni:

“(1) La Shoah è stata oggetto di capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale; (2) il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore”.

Questo a conferma del fatto che i Giorni della memoria dipendono da molte cose, ma soprattutto non indicano una smemoratezza a cui si vuol porre rimedio. Spesso indicano un rapporto inquieto tra le istanze del presente e il problema di come rimettere in ordine il passato. Nel suo breve denso saggio (“dal titolo “senza la riduzione di disuguaglianze e ingiustizie la retorica commemorativa non ha effetto”) Valentina Pisanty affranta il tema di come contrastare e rispondere ai “professionisti dell’odio”. Un’identità politica che non riguarda solo la memoria, come ha spiegato con chiarezza Corrado Fumagalli nel suo Odio pubblico, ma che costituisce un tratto essenziale dei nuovi percorsi di identità propri del linguaggio politico update.

In questo senso è indicativo lo status della figura della memoria proposto in questo libro: non una memoria per rivendicare, o per proporre il gesto del “ditino puntato”, e dunque del “rimprovero” ma memoria volta a comprendere. In altre parole si potrebbe dire “coltivare una memoria per fare”.

Possiamo individuare diversi percorsi di tema in questo libro a partire dal fatto che la memoria non è né proposta né assunta come una categoria astratta, ma come un percorso che sta profondamente nel farsi della storia e che va definita rispetto a qualcosa che è un evento storico.

Credo che il nucleo essenziale stia nei temi affrontati nei tre saggi di Anna Foa, Yehuda Bauer e Stefano Levi Della Torre che seguono alla presentazione di Gabriele Nissim.

Da una parte sta il tema della funzione di scavo che la memoria propone, ovvero la il lungo lavoro per cui ritornare su momento del passato o su snodi problematici e inquieti della storia è funzionale al confronto con vero e falso, in funzione di uno scavo che “rimetta a posto le cose”, ma anche ci consegni una procedura di comprensione. Ha un futuro questa finzione dell’esercizio della memoria nel tempo di Covid? Che cosa resterà dopo, si chiede Anna Foa? Un tema su cui si pone in dialogo Amedeo Vigorelli, che insiste sul tema rivendicazione della memoria di gruppo, e dunque con una forte carica di autoriferimento, ma anche in un processo dove va posto costantemente il richiamo al riconoscimento del dolore, che non può essere solo riferito a quello del proprio gruppo di appartenenza. Un aspetto su cui ritorna Enrico Fink quando sottolinea che la memoria “non è riducibile all’oggetto che è ricordato, [ma] è un esercizio riflessivo che coinvolge anche e soprattutto il soggetto che ricorda”.

Per cui il problema nel caso italiano, per esempio, diventa che cosa non ricordiamo della nostra esperienza coloniale (un assist opportuno alla riflessione civile a cui ci ha invitato in questi mesi Francesco Filippi con il suo, Noi però gli abbiamo fatto le strade, Bollati Boringhieri)

Di rimbalzo e accanto sta il primo (dal titolo “Riflessioni su testo e contesto”) dei due saggi di Yehuda Bauer. L’idea è che la memoria della Shoah non sia solo il genocidio, ma che sia anche la condizione per ricostruire una scena delle premesse in un tempo indietro, comunque, prima, e delle conseguenze dopo, spesso anche molto dopo. “Riflessioni su testo e contesto”, venti pagine essenziali che credo siano indispensabili, per esempio, a chiunque voglia continuare a proporre iniziative di “viaggi di memoria”, qualsiasi memoria abba intenzione di coltivare e sensibilizzare (un percorso su cui lavora per esempio Elena Bissaca nel suo saggio, che sulle esperienze dei viaggi di memoria prova a fare il punto).

Il terzo punto è invece quello che illustra con grande finezza Stefano Levi Della Torre, ovvero la dimensione di unicum di Auschwitz, senza che questo implichi la sua dimensione di assolutezza, anzi richieda uno sguardo e uno sforzo di “necessaria comparazione”, facendo lavorare, proprio in questo, le categorie che Primo Levi aveva proposto nel suo I sommersi e i salvati.

Un profilo di riflessione, quello proposto da Levi Della Torre, su cui tornano a riflettere Vittorio Pavoncello, ma soprattutto con ampiezza ed equilibrio Francesco Cataluccio, riprendendo in mano alcune riflessioni dello storico Saul Friedländer, proposte nel 1987, sul paradigma culturale della memoria israeliana intorno alla Shoah, ma soprattutto nella riflessione che ripercorre il lungo laboratorio aperto da Tzvetan Todorov prima con il suo La conquista dell’America e poi Gli abusi della memoria (su cui è da vedere quanto scrive Marco Belpoliti), ma soprattutto nella grande lezione civile di Marek Edelman.

Ma è proprio in relazione alle domande di Tzvetan Todorov sulla complessità della memoria, e su che cosa ci lascia in eredità il XX secolo come questione ineludibile da risolvere nel XXI, e di come affrontiamo la questione dei genocidi, che il volume offre ancora dei percorsi essenziali, per riflettere in questo nostro tempo, sul senso che ha, o che deve acquisire, un’operazione di memoria, che non sia solo celebrativa o alluda a una dimensione di confort. Una dimensione che ritorna nell’invito a costruire una dimensione etica dell’impegno pubblico su cui insiste Pietro Kuciukian (“Il senso della memoria”) a proposito proprio dalla difficile costruzione di una sensibilità pubblica e sui percorsi lunghi per fare memoria a partire dal genocidio degli armeni.

Una riflessione che apre a un’indagine su un doppio registro: da una parte come le terze generazioni (e dunque non più quelle dei figli, ma quelle dei nipoti) si confrontano con l’eredità di un passato che oggi vivono spesso come ricatto”, perché convinte che quel processo sia stato risolto dalla generazione precedente (è il caso del meccanismo di sorgenti fenomeni di xenofobia che si avviano in Germania nell’ultimo quinquennio e su cui scrive Simone Zoppellaro nel suo intervento dal titolo “Germania: la polis della memoria e le sfide del presente”).

Ma è anche il caso della Polonia (su cui scrivono Anna Ziarkowska e Robert Szuchta in un saggio sul deficit di conoscenza delle giovani generazioni polacche (dal titolo “Nozioni e consapevolezza. Gli studenti polacchi e la memoria dell’olocausto”).

Il quadro che emerge da questo saggio, molto significativo per comprendere il senso di un’opinione pubblica e le difficoltà di prendere in carica una memoria, è contrassegnato dal confrontarsi con uno stato d’animo diffuso, ovvero il fastidio che una società avverte e oggi manifesta senza tatticismi, nel fare i conti con una storia che “rifiuta di prendere in carico”. Questo perché pensa che rilevante per sé sia l’oppressione che ha subìto (prima con l’occupazione nazista, poi con quella sovietica fino a 1989) e che anela, per tornare se stessa a un immaginario di supremazia. Una società che rimpiange la Polonia degli anni ’30, (un regime che non prometteva comunque niente di buono).

La Polonia, un paese che simbolicamente più di altri rivive la sindrome del complotto, e non sopporta nella maggioranza della sua opinione pubblica di fare i conti con il suo passato, quello delle sue convinzioni, come quello delle sue pratiche persecutorie e, talvolta sterminative, come è stato il caso di discussione pubblica sollevato nel 2001 dal libro di Jan T. Gross sullo sterminio di Jedwabne (I carnefici della porta accanto) su cui anni dopo la giornalista polacca Anna Bikont ha scavato proprio per comprendere lo stato d’animo dell’opinione pubblica del suo paese.

Un libro, Il crimine e il silenzio. Jedwabne 1941. Un massacro in cerca di verità, pubblicato in Polonia nel 2004, uscito in Italia nel 2019, che è un’immersione «nella pancia» dell’opinione pubblica polacca. Più precisamente è, contemporaneamente, l’archeologia, ma anche la genealogia e la descrizione dei sentimenti della Polonia di oggi. Un codice che si nutre dell’antigiudaismo cattolico e dalla convinzione che la presenza ebraica in Europa sia un elemento di disturbo, comunque sia un corpo estraneo da sottomettere e rappresenti sempre la “quinta colonna” di un potere e di un nemico, il cui fine è sottomettere gli “indigeni” (la campagna contro Soros non è che l’ultima espressione di questo paradigma politico e culturale).

Un nemico che ha in animo di sottomettere i buoni «venerdì» nazionali e che di solito è collocato immediatamente al di là del confine orientale. Un nemico da cui occorre proteggersi erigendo muri e il cui fine è distruggere l’Europa cristiana. Una convinzione fondata sul panico che vede nemici ovunque e la cui matrice originaria è una visione autoassolutoria della storia.

Anche questa una scena già vista molte volte nella storia d’Europa, non solo in Polonia.

Un libro che possiamo anche guardare da un diverso punto di vista che non sia solo lo scavo intorno ai sentimenti politici di una nazione, per chiedersi: Che cos'è un genocidio? Come avviene? Quali sentimenti raccoglie? Che cosa genera? Che cosa lascia una o due generazioni dopo? Come gli storici possono contribuire a proporre uno scavo sulla scena che sia anche un contributo a costruire coscienza pubblica?

Sono tutte questioni su cui si chiude il libro con tre interventi (rispettivamente di: Marcello Flores dal titolo “La prevenzione dei genocidi”; Gabriele Nissim, “La memoria, i giusti e la prevenzione dei genocidi” e Yehuda Bauer, “È possibile prevenire le atrocità di massa?”) che forse da soli sarebbero da riproporre in un volume agile, magari anche scolastico o di supporto alla didattica della storia o in libro da banco in libreria.

Varrebbe la pena pensarci, credo.

David Bidussa

Analisi di

27 gennaio 2022

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