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Dopo i fuochi d'artificio di Trump

Giovanni Cominelli

Riportiamo di seguito l'editoriale di Giovanni Cominelli pubblicato sul sito santalessandro.org il 29 gennaio 2017.

Il nazionalismo di Trump

Dopo la vittoria di Trump, i dilemmi globalizzazione/mercato nazionale, trans-nazionalismo/nazionalismo, protezionismo/liberismo sono usciti dalla caverna platonica degli intellettuali per diventare assi di scontro politico su scala mondiale e nazionale. L’esito delle elezioni del 2017 in Olanda, Francia, Germania, Italia si deciderà su quelle alternative. Il terremoto culturale interessa anche e particolarmente la sinistra no-global, che si autodefinisce anche alter-mondialista – coagulatasi attorno a Seattle nel 1999 e a Porto Alegre nel 2001 – perché si è trovata improvvisamente a prendere atto che una delle sue rivendicazioni fondamentali – quella dell’abolizione del TTP (Trans-Pacific Partnership) – è stata fulmineamente attuata dal Presidente americano.

Il nazionalismo è la guerra

Si prospetta dunque una ventata di protezionismo, in forza del quale la forza-lavoro nazionale è protetta dall’immigrazione e le merci nazionali da quelle straniere. Made in USA protetto da made in Germany, made in China, made in Italy… Come la storia insegna, il protezionismo non significa affatto che ciascuna nazione se ne stia pacificamente dentro i propri confini e la pace regni sovrana. Al contrario, la politica mondiale conosce conflitti crescenti, fino alla guerra. È ciò che ricordò Mitterrand, nel suo ultimo discorso pronunciato il 17 gennaio 1995 – sarebbe morto l’8 gennaio del 1996 – davanti al Parlamento europeo: “…Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro”.

Tre diverse globalizzazioni

Globalizzazione da buttare, dunque? Occorre qui accuratamente distinguere i fatti dalle ideologie pro/contro globalizzazione. Un ormai dimenticato Rapporto del Gruppo di Lisbona del 1994 distingueva tre livelli di significato del termine globalizzazione, che corrispondono a tre tappe storiche. La prima globalizzazione è quella seguita alla scoperta dell’America nel 1492, che ha generato l’internazionalizzazione dell’economia e della società. Essa ha riguardato flussi di scambi di materie prime, prodotti, servizi, persone, ecc… tra due o più stati. Colonialismo, mercantilismo, economia-mondo ne sono state le scansioni storiche fino alla prima metà dell’800. Resta fondata su attori nazionali. La seconda globalizzazione è quella della rivoluzione industriale, nelle sue due fasi (la prima dalla seconda metà del ‘700, la seconda dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra di questo secolo): i suoi straordinari effetti sono stati descritti con grande efficacia letteraria da un grande sociologo dell’Ottocento, K. Marx, nel suo Manifesto del partito comunista (1848). Tra gli effetti, la multinazionalizzazione dell’economia e della società, caratterizzata dal trasferimento e dalla delocalizzazione delle risorse, soprattutto del capitale, in misura minore del lavoro, da un’economia nazionale ad un’altra.

La mondializzazione dell’economia e della società

La terza globalizzazione viene definita dall’Ocse come “il processo attraverso cui mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più dipendenti tra di loro, a causa della dinamica di scambio di beni e servizi e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia”. È appunto la mondializzazione dell’economia e della società: dei mercati, delle attività di Ricerca e Sviluppo, degli stili di consumo e di vita, di certe legislazioni e campi di governo, della percezione e della coscienza dei problemi e delle opportunità. Il concetto di mondializzazione descrive “il processo con il quale eventi e attività in una parte del mondo hanno conseguenze significative su individui e comunità di altre parti del mondo”. Nasce il Made in the World. Forza motrice dell’intero sistema è la proprietà dei mezzi della conoscenza e dell’accesso alla conoscenza. “Questa forza motrice trasmette i suoi impulsi a velocità straordinaria a tutti i gangli del sistema produttivo, al sistema sociale, agli individui. Velocità e pervasività. Essa conferisce una nuova forma alla produzione e distribuzione di beni e di servizi, materiali e immateriali che siano. Detta nuove coordinate all’organizzazione sociale, alla struttura delle città e del territorio. Sconvolge la politica e la geopolitica, l’organizzazione internazionale dei commerci, delle politiche, delle istituzioni mondiali”.

Nasce una economia e una società civile mondiale

Noi ci troviamo in questo passaggio: si stanno formando un’economia mondiale e una società civile mondiale; stati nazionali e confini vengono oltrepassati dalle potenze dello scambio economico e finanziario. I confini vengono sospinti ai bordi del pianeta. Che cosa dietro questa spinta alla planetarizzazione? Sta, da sempre, la storia dello sviluppo umano, dell’estensione su scala planetaria della specie homo sapiens, dopo che essa ha distrutto i ceppi di ominidi concorrenti e competitori. Stati e confini sono solo un prodotto storico dello sviluppo umano. Prendere atto di questa realtà non significa affatto coltivare l’utopia o la religione della globalizzazione, come ha dichiarato al Corriere della Sera Giulio Tremonti, il quale, nello slancio del pentito di balzare sul nuovo cavallo di Trump, è caduto dall’altra parte: dall’ideologia della globalizzazione all’ideologia antiglobal.

Le piccole patrie e i grandi pescecani

Il fatto è che la trama di 206 Stati nazionali è ormai diventata una ragnatela troppo fragile per governare il processo di unificazione politica planetaria dell’umanità, che è in movimento da secoli. Un movimento non pacifico, attraversato da sanguinosi conflitti, che hanno generato milioni e milioni di morti. La globalizzazione ha avuto effetti contraddittori: mentre ha strappato circa 800 milioni di persone dalla povertà assoluta, ha concentrato ricchezze e aggravato la povertà relativa. Secondo il Crédit Suisse l’8,6% della popolazione possiede l’85% della ricchezza del mondo. Nella nostra Europa il 23,75% della popolazione è a rischio di povertà e di esclusione sociale. L’Italia fornisce il proprio contributo a tale statistica. Pacificare questo movimento è una necessità di sopravvivenza della specie umana, su un pianeta che sta diventando sempre più stretto. Costruire unità politiche continentali è il primo passo prossimo. L’idea di tornare alle piccole patrie, che stanno a galla in un oceano di grandi pescecani, di poche grandi potenze che si contendono sanguinosamente il dominio del pianeta ci porta dritto alla guerra. Per noi qui nella vecchia Europa, lo slogan non può che suonare così: non Italia First – che poi diviene Lombardia First, Sicilia First ecc… – non Francia First, non Germania über Alles, ma Europa First!

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

31 gennaio 2017

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