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Dopo Orlando, cosa può fare un americano?

di Maria Teresa Cometto

L’odio. Un crimine di odio è stato definito il massacro di 49 giovani gay a Orlando, lo scorso sabato notte. Qualcuno ha cercato addirittura di legare questo tragico evento al clima infuocato della campagna in corso per eleggere il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma parlare di odio in generale - e in particolare odio verso gli omosessuali - non aiuta a capire che cosa è successo. E a cercare di prevenire che si ripeta.

Chi odia chi? La strage di Orlando è stata preparata e realizzata da un militante della “guerra santa” predicata dai fanatici musulmani. L’ISIS, lo “Stato islamico dell’Iraq e della Siria”, il mese scorso aveva invitato i suoi seguaci a uccidere i gay ovunque. Nel Califfato i gay sono trucidati. E anche negli Stati “normali” dove è applicata la sharia - la legge islamica - i gay sono perseguitati.

I fondamentalisti islamici odiano i gay come odiano chiunque altro non si pieghi alla loro interpretazione medievale del Corano. Quindi odiano la nostra società occidentale, tollerante verso tutti gli stili di vita, tutte le inclinazioni sessuali, tutte le razze e religioni. Odiano in particolare l’America, massima espressione della libertà di ogni individuo di perseguire la felicità a modo suo.

Il problema è che questi fanatici sono fra noi. E non si nascondono neppure troppo. Approfittano dei nostri principi di libertà d’espressione (il “Primo emendamento” in America), del nostro garantismo (ognuno è innocente fino a prova contraria, sempre negli USA) e della nostra “correttezza politica” grazie alla quale si chiude un occhio su certi comportamenti per paura di essere bollati come bigotti e razzisti.

Lo stragista di Orlando era ben noto agli agenti speciali della polizia federale americana, l’Fbi. Era uno che fra l’altro aveva seguito il “Seminario per la Conoscenza Islamica Fondamentale” curato da Marcus Dwayne Robertson, un bandito diventato l’imam di una moschea in Florida, che “apertamente ed entusiasticamente predica contro l’omosessualità” - si legge in un rapporto della polizia - e che era stato in prigione fino all’anno scorso per crimini piuttosto seri: possesso illegale di armi e frode fiscale commessa per aiutare un suo seguace ad andare in Mauritania ad addestrarsi per azioni terroriste. Ma un giudice ha fatto uscire dalla galera Roberston, nonostante il pubblico ministero avesse avvertito che era ad alto rischio di diventare un reclutatore di terroristi.

Ben due inchieste sullo stragista erano state aperte dall’Fbi, e chiuse per mancanza di prove sufficienti che fosse un pericolo pubblico. Il capo dell’Fbi ha ammesso che ci sono state - e sono ancora in corso - centinaia di inchieste simili in tutta l’America: alcune per fortuna hanno portato all’arresto di chi stava preparando attentati. Ma è come cercare l’ago in un pagliaio, ha confessato lo stesso capo dell’Fbi. Con l’ulteriore difficoltà di essere accusati - i poliziotti e gli inquirenti - di fare la “caccia alle streghe”. Come è successo alla polizia di New York (NYPD), che dopo l’11 settembre 2001 aveva praticato il monitoraggio delle moschee e di altri centri islamici, infiltrando suoi agenti per scovare in anticipo gli individui radicalizzati e pericolosi: una serie di cause intentate da attivisti dei diritti civili ha definito quella sorveglianza come discriminatoria e ingiusta e la NYPD ha dovuto rivederla, adottando un “controllore indipendente” che vigila sulla correttezza delle sue azioni.

Ora il candidato Repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump ha fatto appello perché la sorveglianza nelle moschee sia incrementata: “Non voglio essere politicamente corretto”, ha spiegato, attaccando l’attuale presidente Barack Obama per non avere il coraggio di chiamare i nemici con il loro nome, non semplici fanatici, ma fanatici islamici. Trump su questo ha ragione, e piace alla gente per il suo “buon senso” fuori dal linguaggio politichese. Non ha ragione invece quando insiste sul divieto di ingresso negli Stati Uniti per tutti i musulmani. Il terrorista di Orlando era nato a New York.

Anche la candidata Democratica Hillary Clinton ha ragione quando chiede il bando delle armi automatiche, quelle che possono fare una carneficina come nel club di Orlando: chi onestamente può dire che servano per la caccia o l’autodifesa?

Tutti gli altri, noi cittadini comuni, possiamo fare almeno due cose. Prendere sul serio l’invito If you see something say something, presente ovunque nella metropolitana newyorkese dall’11 settembre 2001 in poi: “Se vedi qualcosa (di sospetto), dì qualcosa (alla polizia)”. Essere vigilanti non vuol dire essere bigotti.

E poi possiamo unirci alla comunità gay che festeggia l’orgoglio omosessuale - qui a New York la sfilata sarà domenica 26 giugno - e trasformare questa ricorrenza in una celebrazione dei valori della nostra civiltà, contro tutti i fanatismi, ma oggi in particolare contro la minaccia di quello islamico. 

Maria Teresa Cometto, giornalista

Analisi di Maria Teresa Cometto, giornalista

15 giugno 2016

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Amina Wadud

docente di studi islamici presso il Dipartimento di filosofia e studi religiosi dell'Università americana della Virginia