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Due cervelli possono funzionare come un unico cervello?

una nuova ricerca fa luce sul maggior mistero delle relazioni umane

Yael Bogen

Siamo destinati a essere soli per sempre o possiamo diventare un unicum con l’altro? Nuovi sviluppi nelle ricerche condotte sul cervello fanno luce su uno dei nostri dilemmi più sfuggenti: la natura delle relazioni umane. Gid'on Lev su Haaretz

Come un fiocco di neve, ogni rapporto intimo è unico. Ciononostante, c’è qualcosa in ognuno di noi - qualcosa attraverso cui si può definire l’amore? Il filosofo Robert Nozick ha affermato che esiste in realtà un fattore comune: in tutte le relazioni d’amore, il benessere e l’umore delle due persone coinvolte sono sempre intrecciati.

Se una persona che amiamo si sente triste, inevitabilmente ci rattristeremo; se succede qualcosa di positivo all’altro, succederà qualcosa di positivo anche a noi. Questo accade spontaneamente; non abbiamo bisogno di riflettere sul dolore del nostro amato per provare noi stessi dolore. Amore significa che non esistono più due soggetti completamente separati, ognuno con le proprie sensazioni e sentimenti; si crea invece una nuova entità – il “noi”, prodotto di quella rete di connessioni con cui ogni persona amata s’identifica e si fonde come un’estensione del proprio essere.

Per quanto commuovente, l’idea dell’unione nell’amore è stata fortemente criticata. Due flussi possono fondersi, così come due sostanze chimiche, ha affermato il filosofo Irving Singer - come Nozick, altro ebreo di Brooklyn - ma non due esseri umani! Al massimo, una persona ingenua e sentimentale può immaginare di diventare un tutt’uno con il proprio partner e distorcere dunque la realtà del proprio legame.

“La fusione di due persone è un’impossibilità”, ha scritto il poeta Rainer Maria Rilke, “anche fra gli esseri umani più vicini, si estendono infinite distanze”.

Siamo quindi destinati a essere soli per sempre o è realmente possibile fonderci con un’altra persona? Per rispondere a questa domanda - probabilmente la più importante di tutte quando si parla di rapporti interpersonali – si dovrebbe individuare l’essenza primaria dell’essere umano. La quercia è già di per sé inerente alla ghianda; qual è il nucleo dell’essere umano?

Sigmund Freud vedeva l’essere umano come un essere sostanzialmente narcisista, preoccupato di se stesso e della sua sopravvivenza sopra ogni altra cosa. Il neonato viene spinto in un mondo alieno e crudele di competizione e frustrazione e affronterà queste cose vita natural durante, egoista, invidioso e solo.

Tale era la percezione psicoanalitica accettata, fino a quando l’analista Donald Winnicott non scoppiò in un dibattito tenutosi presso la British Psychoanalytical Society a metà del 20° secolo ed esclamò: “Non esiste il bambino!”. Un bambino da solo è un'entità impossibile, immaginaria, sosteneva, poiché tutti i pensieri, le emozioni e i sentimenti del neonato esistono all’interno di un legame: il legame con la persona che si prende cura di lui o di lei. Proprio come non esiste pesce senza acqua, così non c’è neonato senza madre. Pertanto, l’unità umana di base, il suo vero nucleo, diceva Winnicott, è quella di “madre-bambino”.

‘Sesto senso’

Queste nozioni possono essere viste semplicemente come immagini poetiche. Dopotutto, appare evidente che i neonati sono separati dalle rispettive madri – questa bimba è sdraiata nella sua culla, mentre l’altra sta cullando il suo smartphone. Ciononostante, un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Neurolmage, convalida empiricamente l’approccio secondo cui due persone possono effettivamente fondersi l’una con l’altra.

Un team di scienziati dell’Università di Cambridge ha utilizzato il duplice test EEG per misurare i segnali cerebrali nelle madri e nei neonati durante l’interazione dei due. Hanno scoperto che in determinate circostanze emotive, il cervello della madre e il cervello del bambino vanno di pari passo, forgiando tra di loro quella che viene definita connettività neurale interpersonale. C’è connettività fra i loro neuroni, sebbene si trovino in due cervelli separati!

Alcuni partecipanti a uno studio condotto dall’Università di Cambridge. La comunicazione neurale sincrona nei primi anni di un bambino è fondamentale. Università di Cambridge Baby-LINC Lab

“Il grado di connettività all’interno di un cervello rispecchia il modo in cui le informazioni fluiscono liberamente e in modo efficiente da un’area dello stesso a un’altra”, ha spiegato su Skype la Dott.ssa Victoria Leong, alla guida del gruppo di ricerca. “Nel nostro esperimento, abbiamo rilevato come le informazioni fluissero non solo all’interno di ciascun cervello, ma anche tra madre e neonato, il che supporta l’apprendimento sociale dei neonati dalle rispettive madri”. Secondo la Leong, i segnali neurali interpersonali sono esplicitamente diversi dai segnali intrapersonali misurati come dato di fatto da chi conduce ricerche sul cervello.

“I nostri dati finora indicano come esista una fondamentale propensione umana alla connessione sociale. In un certo senso, la nostra conoscenza intuitiva degli altri può essere considerata un sesto “senso sociale”, ha affermato. “Quando ci sincronizziamo e ci connettiamo a livello neurale con gli altri, ci stiamo anche aprendo a ricevere informazioni e influenza da loro”.

La Leong ammette che non esiste ancora una spiegazione scientifica sufficiente del fenomeno della sincronia fra cervelli, anche se è chiaro che comporta una connessione a un certo livello con lo stato mentale interiore dell’altro.

“Questa è una nuova frontiera ormai matura per essere esplorata. Stiamo iniziando adesso a capire che tipo di informazioni viene trasmesso e codificato nei segnali interpersonali e stiamo solo cominciando a capire come misurare i segnali neurali interpersonali”, ha affermato.

Lo studio di Cambridge ha utilizzato tecnologie avanzate per misurare l’attività cerebrale nei neonati. “I neonati sono i soggetti più onesti che io abbia mai incontrato negli esperimenti condotti”, ha riferito la Leong con entusiasmo.

“Se sono pronti e interessati al compito proposto, si siedono diligentemente e s’impegnano con grande attenzione e gli occhi spalancati. Se si ha la fortuna di registrare la loro attività cerebrale durante queste sessioni, i dati, per noi neuroscienziati dello sviluppo, sono nettare puro. Ci si sente come se ci fosse stato concesso l’accesso esclusivo al backstage di uno dei reality show più entusiasmanti del pianeta: “Questo è il tuo cervello che apprende, in diretta...".

“D’altro canto, se hanno mal di pancia, o iniziano a sentire la dentizione, o preferiscono semplicemente essere lasciati stare, naturale, questo sentimento viene espresso a gran voce, con fermezza e con crescente urgenza fino a che la simpatica signora che sta cercando d’infilar loro un buffo cappello con dei fili si ritira definitivamente nel suo angolo”.

La Leong e i suoi collaboratori hanno elaborato matematicamente i dati raccolti sulle interazioni madre-bambino. Uno degli indici esaminati è stata la divisibilità, che mostra il grado di connettività fra i due cervelli.

Se due cervelli sono completamente scollegati, ossia, esistono due sistemi completamente separati, l’indice di divisibilità sarà elevato. Al contrario, se i cervelli sono completamente collegati, l’indice di divisibilità sarà basso”, ha detto. “I nostri dati hanno rilevato come le emozioni materne positive abbiano prodotto una maggiore connettività cerebrale tra madre e bambino. Il loro cervello ha registrato un basso indice di divisibilità, il che indica come madre e bambino collaborassero come una singola unità, o una mega-rete”.

Per un occidentale contemporaneo, si tratta di una scoperta quasi incomprensibile, le dico, agitato. In che modo due persone separate diventano un unico sistema, una rete?

Il bacio di una coppia alla stazione di Milano Centrale l’8 marzo 2020, dopo che milioni di persone sono state messe in quarantena nel nord Italia nel bel mezzo dell’epidemia di coronavirus.

“Esistono comunque due persone, non diventano una cosa sola, ma non sono neanche esattamente separate”, ha risposto. “Quando due cose sono separate, una può cambiare senza influenzare l’altra; quando sono collegate, tuttavia, se una di esse cambia, anche l’altra necessariamente lo farà, sebbene non nello stesso modo”.

La Leong ha proposto un’analogia per capire questo concetto, un’analogia a due ballerini. “Quando si guardano due persone ballare insieme, si può dire che sono in sincronia perché entrambi si muovono allo stesso ritmo. Questo non significa che stiano facendo esattamente la stessa cosa allo stesso tempo; significa che esiste un pattern temporale prevedibile nel loro movimento. Per esempio, uno dei due può fare un passo avanti nello stesso momento in cui l’altro fa un passo indietro. Inoltre, se sono buoni compagni di ballo, si adatteranno costantemente l’uno all’altro. Se un partner decide quindi di rallentare, anche l’altro rallenterà per mantenere la sincronia”.

“La sincronia neurale è simile. Si può dire che due persone sono in sincronia neurale, perché quando si misurano i loro pattern di attività cerebrale utilizzando metodi come l’elettroencefalografia, le loro onde cerebrali oscillano in modo prevedibile a seconda di quelle dell’altra”.

Simulatori e specchi

Nel romanzo autobiografico “Angelo, guarda il passato”, Thomas Wolfe ha adottato il punto di vista di un neonato nella culla: “Sapeva che sarebbe sempre stato triste: ingabbiata nella piccola prigione del suo cranio, imprigionata nel battito del suo cuore nascosto, la sua vita avrebbe sempre camminato per strade solitarie. Perduto. Capiva che gli uomini erano sempre sconosciuti gli uni agli altri, che nessuno riesce mai a conoscere nessun altro”.

Le ricerche più recenti condotte sul cervello propongono una posizione completamente diversa. L’evidenza empirica indica la possibilità insita in noi di “aprire” la gabbia del nostro piccolo teschio rotondo, di trascendere i confini del sé, di connettersi con l’altro e di conoscerlo davvero.

Un altro studio condotto dall’Università di Cambridge, pubblicato diversi mesi fa sulla rivista Cell, è stato il primo a individuare cellule nervose di un nuovo tipo, chiamate “neuroni della simulazione”. Questi neuroni simulano l’attività del cervello dell’altra persona e creano in noi lo stato mentale in cui si trova la persona di fronte a noi.

In un esperimento, due scimmie macaco sono state messe una di fronte all’altra con un touchscreen fra di loro, su cui sono state proiettate immagini che permettevano loro di ricevere una ricompensa con diversi gradi di probabilità. Una scimmia ha avuto la possibilità di schiacciare lo schermo; l’altra poteva solo guardarlo.

I ricercatori, guidati da Fabian Grabenhorst, hanno rilevato l’attività dei singoli neuroni e si sono stupiti nello scoprire cellule neurali nell’amigdala della scimmia osservatrice che indicavano la scelta che il suo partner avrebbe dovuto fare. I neuroni della simulazione sono nettamente diversi nella loro attività rispetto ai neuroni “convenzionali”, responsabili di calcoli e decisioni, ha riportato il Dr. Grabenhorst ad Haaretz in uno scambio via e-mail: “Questi neuroni non prevedevano semplicemente le scelte della scimmia partner, sembravano in realtà simulare il calcolo decisionale del partner”.

I neuroni della simulazione si uniscono a un altro straordinario tipo di cellule nervose: i neuroni specchio. Individuate 30 anni fa, queste cellule rispondono in modo identico quando l’organismo compie un’azione e quando osserva la stessa azione eseguita da un altro organismo. In altri termini, a seguito dell’azione del neurone, il comportamento dell’altro si manifesta e viene vissuto nel cervello dell’osservatore come se fosse il comportamento della persona che osserva.

La violoncellista uruguaiana Karina Nunez suona sul balcone del suo appartamento a Panama City, durante la quarantena obbligatoria per la pandemia di COVID-19, il 23 marzo 2020.

Gli studiosi del cervello hanno scoperto alcuni neuroni specchio che si attivano non solo quando un altro soggetto viene visto fare qualcosa, ma anche quando si vede una persona che prova una determinata sensazione. Per esempio, quando vedo qualcuno che viene accarezzato, i neuroni specchio nel mio cervello produrranno segnali come se fossi io a essere accarezzato. In realtà non lo sentiamo veramente, perché i neuroni sensoriali sulla nostra pelle inviano un messaggio diverso; quando vengono anestetizzati, si sente effettivamente la carezza.

Epidemia di solitudine

Due cervelli possono diventare un unicum, le informazioni scorrono tra le sue varie parti e ognuno dei due può anche fare eco a ciò che sta accadendo nel cervello dell’altro quando inizia un’azione, sente qualcosa o addirittura sta pensando. Il “noi” è un'entità con uno stato ontologico, non solo metaforico. L’ambiente naturale in cui esistono i membri della nostra specie - la nostra “acqua”, se vogliamo - non è spaziale, bensì relazionale. Ognuno di noi non occupa una coordinata diversa nello spazio-tempo; apparteniamo a una rete. Un singolo cervello umano, come ha ipotizzato lo psicologo Louis Cosolino, è un’entità teorica che non esiste in natura, come gli unicorni.

Ciononostante, uno sguardo alla realtà di molte persone rivela un’immagine drasticamente diversa. La solitudine è uno dei disturbi più diffusi nella nostra era. Circa un terzo delle persone che vivono nei Paesi industrializzati ne soffrono, a prescindere da razza, sesso, reddito o grado d’istruzione.

Più forti diventano i servizi dei social network, più deboli diventano le reti umane. Negli Stati Uniti, il numero di persone a cui un individuo è vicino - vale a dire le persone con cui può parlare apertamente di questioni personali – è calato di quasi un terzo nel giro di due decenni: da quasi tre in media a poco più di due; la percentuale di coloro che non hanno neanche un amico con cui parlare è triplicata e rappresenta un quarto della popolazione.

Non si deve fare luce sulla solitudine. È una malattia grave e pericolosa che aumenta di circa il 30 percento la probabilità di decesso prematuro (e si è anche scoperto che è dannosa per le persone che preferiscono stare da sole). Secondo alcune ricerche, ogni giorno di solitudine provoca danni fisiologici equivalenti al fumo di 15 sigarette.

I recenti studi di Cambridge probabilmente illustrano il livello di gravità della solitudine: come i nostri polmoni si sono sviluppati per inalare ossigeno, così anche i nostri cervelli si sono sviluppati per essere coinvolti nell’attività neurale congiunta.

La solitudine non è un’invenzione del 21° secolo, anche se a volte sembra che la società di oggi sia molto occupata a coltivarla. Il carattere e la profondità delle nostre relazioni dipendono più dalle nostre prime esperienze che da schemi mentali culturali o sociali. Lo studio condotto dalla Leong ha messo in luce come la connettività inter-cerebrale non sia automatica, ma fortemente influenzata dallo stato emotivo delle relazioni madre-bambino. Esistere come “noi” è solo un potenziale con cui veniamo al mondo, come la capacità d’imparare una lingua; se nei nostri primi anni di vita non abbiamo vissuto abbastanza momenti di fusione-comunicazione sincrona, tenderemo da adulti a fuggire, in un modo o nell’altro, in un’esistenza solitaria, nel silenzio.

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  • Veniamo al mondo dotati di una tecnologia straordinariamente sofisticata, cablata e messa a punto con quelle che Martin Buber ha definito relazioni “Io-Tu” - e sopportiamo poi colpi su colpi. La bocca che ci bacia ci dà anche un nome, unico, che ci distingue dagli altri; anche le mani che ci abbracciano presto ci allontanano, ordinandoci di prenderci cura di noi stessi. Seguiamo un percorso che è il contrario di quello del pulcino: lui esce dall’uovo, invece noi ci circondiamo di guscio su guscio.

    La civiltà umana lavora per espellerci dal paradiso dell’unità sui campi di battaglia dell’individualismo. Ma come il salmone, conserviamo sempre il desiderio di tornare alle dolci acque della fusione da cui siamo arrivati. Il fatto è che questo non può essere fatto da soli, come individui. “L’amore”, scrisse Buber, “non si aggrappa all’Io in modo tale da avere il Tu solo per il suo “contenuto”, il suo oggetto; ma l’amore è tra me e te. L’uomo che non lo sa, sebbene il suo stesso essere lo sappia, non conosce l’amore”.

    Lo spazio dell’amore non è mai mio o per me, ma sempre nostro, per noi.

    Traduzione di Valentina Gianoli 

    Analisi di Gid'on Levy, giornalista di Haaretz

    10 aprile 2020

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