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​E se incontrassi un terrorista?

di Sumaya Abdel Qader

Mi sono sempre chiesta: “Cosa farei, come mi comporterei se mai dovessi trovarmi davanti ad fanatico o terrorista musulmano in procinto di commettere un attentato, o più ‘semplicemente’ davanti ad una persona ‘radicalizzata’[1]?”.

Nella mia mente ho provato più volte a creare diversi scenari e immaginare eventuali reazioni.

Ho immaginato l’attentatore/attentatrice seduto/a ad un tavolo che pianifica la sua “opera”, l’ho immaginato/a in metropolitana in procinto di farsi esplodere, ho pure immaginato di scoprire uno stretto amico/a o parente abbracciare improvvisamente “la causa”.

Pensieri da far venire i brividi.

In un primo momento prevale sempre la sensazione di impotenza, per poi lasciare il posto a mille domande.

Nella mia fantasia mi sono sempre immaginata di avvicinarmi al fanatico, maschio o femmina che sia, e fargli una prima domanda:

"Perché? Perché?!"

La risposta immaginata a quel “perché?” mi spaventa ogni volta:

"Così Dio vuole. Dobbiamo uccidere gli infedeli che minacciano la Sua parola! L’Islam è l’unica verità e deve regnare sovrana!".

"Ma…quale Dio? Quale parola?" la mia risposta.

Nel sogno (o incubo) ad occhi aperti, nel cuore e nella mente si ripropone come un mantra un pensiero: possono i figli di una stessa fede comprendere il senso e la volontà divina in modo così diverso? Evidentemente sì.

Ingenuamente mi immagino di ribattere: "Non capisci che sbagli?!" e, lo immagino rispondermi:

"Sorella tu sei plagiata dagli infedeli, ti sei appiattita ai loro modelli, ritorna sulla retta di Allah o ti punirà!"

Gli risponderei:

"Il tuo Dio, non è il mio Dio".

Immaginare di sentir pronunciare il nome di Allah associato a tanta incoscienza e violenza mi fa profondamente male.

Mi immagino, così, iniziare un lungo monologo per convincerlo/a che sbaglia, che è vittima di criminali con un progetto ben preciso, criminali che hanno teorizzato una visione di mondo in chiave escatologica a partire dalla tradizione islamica, mistificandone e tradendone il messaggio essenziale, e che lui ne è vittima inconsapevole, mero strumento esecutivo di un piano di interessi che si intrecciano. Mi immagino nel tentativo di fargli aprire gli occhi sul male e dolore che lascerà su questa terra. Cercherei di evocare il dolore che procurerà a sua mamma e a suo papà che lo hanno cresciuto/a con altri intenti. Mi immagino a raccontargli un Islam di pace, così come la parola stessa indica, e che muslim (musulmano) vuol dire “colui che si è affidato a Dio”, preferendo questa traduzione alla più diffusa ‘sottomesso a Dio’. Perché Dio è Al-Rahman, parola araba che vuol dire misericordioso, che ha come radice rhm, la stessa radice della parola utero. Quindi Dio è accoglienza, è amore, è stato di pace e purità come lo è il grembo materno.

Mi ascolterebbe? Non lo so. So solo che il dovere di tentare è necessario.

Come è necessario e doveroso interfacciarsi con le autorità competenti se si hanno sospetti o prove di qualche pericolo.

Per fortuna, non capita di incontrare terroristi o fanatici nel nostro quotidiano. Incontriamo, invece, persone che vogliono vivere la propria vita, persone con le quali dobbiamo stabilire relazioni, relazioni che possono essere di amicizia o di confronto o almeno di rispetto. Per questo vanno sostenute e/o promosse le iniziative di inclusione, di conoscenza, di valorizzazione delle pluralità. Vanno create le condizioni affinché i giovani a rischio radicalizzazione, delinquenza, bullismo ecc., non cadano nella morsa del male.

Una consapevolezza dovrebbe accomunarci: quella di vivere in una società piena di sfide dovute alla pluralità sempre più impellente, che non è facile da tenere equilibrio. Una sfida che deve valorizzare e preservare quella meravigliosa cosa che si chiama vita.

[1] Uso il termine radicalizzato con l’accezione ormai diffusa di sinonimo di fanatico o estremista. In realtà un termine usato scorrettamente perché radicalismo/radicalizzazione/radicale hanno significati originari differenti.

Sumaya Abdel Qader, Consigliere comunale di Milano

Analisi di Sumaya Abdel Qader, Consigliere comunale di Milano

25 ottobre 2016

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