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Educazione alla memoria

editoriale di Gabriele Nissim

Yolande Mukagasana affronta, in un testo breve e conciso, le questioni etiche fondamentali che risultano dall’esperienza traumatica di un genocidio. Non si tratta infatti soltanto di un libro di ricordi, ma la Mukagasana si pone sullo stesso piano di alcuni pensatori del Novecento che hanno studiato i meccanismi di Stati e movimenti volti ad eliminare altri uomini, per prevenire nuovi crimini contro l’umanità.
Il punto di partenza è simile a quello dello scrittore francese David Rousset, che sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald, si pone il problema di utilizzare la sua esperienza per educare l’umanità a non ripetere gli stessi errori. “Sono uno specialista dei campi e per questo chiedo al mondo di non tacere di fronte ai gulag staliniani”, scrive in un appello il1 novembre 1950 sul Figaro littéraire.
Riscattare il passato e non dimenticare le vittime è possibile soltanto con l’impegno nel tempo presente. La scrittrice rwuandese non nasconde il dolore nel rievocare la sua esperienza, ma ci avverte che la memoria serve veramente quando ci mette in guardia contro la possibilità di nuovi crimini contro l’umanità.
È anche questa la tragedia del Rwuanda. Nonostante il trauma della Shoah e l’approvazione di una convenzione delle Nazioni Unite contro i genocidi, la comunità internazionale è rimasta passiva di fronte ai crimini degli Hutu, quando invece c’erano tutte le possibilità per bloccare il massacro dei carnefici. Romeo Dallaire, il capo dei caschi blu dell’Onu in missione a Kigali, si rivolse invano alle potenze occidentali per chiedere l’invio di un contingente militare al fine di bloccare l’offensiva degli Hutu e provò, a distanza di cinquant’anni, la stessa frustrazione di Jan Karski, il messaggero della resistenza polacca, che dopo aver ricevuto dai leader del ghetto di Varsavia notizie precise sulla sorte tragica degli ebrei, incontrò l’indifferenza, nel suo viaggio di ricerca di aiuto, del presidente americano Roosevelt e del segretario di stato Antony Eden. Nessuno allora prese sul serio le sue informazioni. Il mancato intervento internazionale a favore dei Tutsi può essere considerato un tradimento della stessa memoria della Shoah. La promessa “Auschwitz mai più” ripetuta in tante giornate della memoria si dimostra ancora una volta una parola vuota. Come osserva Daniel Goldhagen ancora oggi la comunità internazionale non possiede un’istituzione in grado di attuare misure che scoraggino i carnefici e creino le condizioni per la prevenzione dei genocidi. È questo il grande buco nero su cui tutte le democrazie dovrebbero riflettere. Mukagasana, analizzando il comportamento dei migliaia di protagonisti del genocidio dei Tutsi, giunge alle stesse conclusioni di Hanna Arendt. Ci spiega infatti come i costumi morali delle persone possono cambiare con la stessa rapidità della moda e dei gusti a tavola. Gli stessi Hutu che si sposavano con i Tutsi e convivevano normalmente con loro, senza mai sognarsi di essere un’etnia differente, improvvisamente affascinati da un’ideologia eliminazionista vedono nel loro vicino un pericoloso nemico da annientare.
Ciò che li porta a ribaltare il principio morale del non uccidere è paradossalmente l’idea che non stanno uccidendo degli esseri umani, ma degli scarafaggi e dei serpenti che non hanno nulla a che fare con il genere umano. È lo stesso scenario sconvolgente descritto da Primo Levi nella sua prigionia ad Auschwitz. I nazisti non provavano rimorso nella loro violenza gratuita contro gli ebrei perché li consideravano alla stregua di animali.
Ma l’osservazione più inquietante è quanto Mukagasana constata che il genocidio veniva considerato da parte degli Hutu come un dovere civico da adempiere fino in fondo e da cui dipendeva la loro felicità e il benessere della gente. Chi uccideva con le proprie mani il vicino della porta accanto era convinto che in quel momento non stava commettendo una barbarie, ma un’ azione di bene.
Se nutriva qualche dubbio nella sua coscienza doveva trovare la forza di reprimerla poiché il bene futuro richiedeva la rimozione di ogni forma di compassione. È la grande lezione di Vasiliy Grossman che, testimone in Russia dello sterminio degli ebrei e dei gulag staliniani, scrive in Vita e Destino che le cose peggiori sono state concepite dagli uomini in nome della ricerca del “bene universale”.
I nazisti immaginavano che fosse un bene per tutti sterminare gli ebrei, i comunisti che il bene si realizzasse con l’eliminazione di milioni di “nemici del popolo” e anche gli Hutu erano sulla stessa lunghezza d’onda quando massacravano i Tutsi. Sembra una storia senza fine perché anche oggi i terroristi islamici sognano un mondo purgato dalla presenza degli infedeli “sionisti” e cristiani.

Come suggerisce Goldaghen gli eccidi di massa non hanno inizio in strutture astratte o in confuse pressioni psicologiche, ma nella mente e nel cuore degli uomini. C’è allora spazio per la speranza? L’ideologia sterminazionista annienta del tutto le coscienze degli uomini?
Mukagasana sembra porsi lo stesso interrogativo di Grossman. “Nella morsa della violenza totalitaria la natura umana subisce un mutamento, si modifica? L’uomo perde il suo desiderio di libertà? Dalle risposte a queste domande dipendono le sorti dell’uomo e del totalitarismo. Una mutazione della natura umana implicherebbe il trionfo universale ed eterno della dittatura, mentre l’anelito inviolabile alla libertà condannerebbe a morte il totalitarismo.” La scrittrice ritrova i frammenti di bene nascosti nell’animo umano dei ragazzini di allora che, costretti a partecipare al genocidio dai genitori, oggi si pentono e ammettono il loro malessere. Uccidendo gli altri, hanno ucciso anche se stessi come esseri umani e questa deriva è per loro la cosa peggiore che possa capitare ad una persona. Evariste , uno dei tanti bambini del genocidio, esprime così la sua angoscia: “Non piango più perché non sono un bambino, ma un assassino, quando mi hanno insegnato ad uccidere mi hanno allo stesso tempo ucciso dentro.” Mukagasana rivolge lo sguardo a quegli Hutu che, rischiando la loro vita, si sono prodigati per salvare decine di Tutsi. A uno di loro deve la sopravvivenza Quei pochi, come i 36 giusti nella Bibbia, le danno modo di credere ancora nell’irriducibilità dell’uomo di fronte al male estremo. Sogna così di inaugurare un giardino dei giusti a Kigali, sull’esempio del giardino di Yad Vashem in Israele, per educare le nuove generazioni alla possibilità della scelta al fine di non farsi catturare dalle sirene delle ideologie eliminazioniste. A tutti i ragazzi vuole insegnare che ognuno è dotato di una facoltà la quale in ogni circostanza può rappresentare la sua salvezza: il pensiero e la capacita di giudicare da soli.
È proprio questo straordinario potere che impedisce di farsi influenzare da tentazioni pericolose perché risponde al dialogo interiore della propria coscienza.

Gabriele Nissim, Presidente Gariwo - la Foresta dei Giusti -  prefazione al libro di Yolande Mukagasana "Un giorno vivrò anch'io", La Meridiana, Molfetta, 2011

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Gariwo - la Foresta dei Giusti - prefazione al libro di Yolande Mukagasana "Un giorno vivrò anch'io", La Meridiana, Molfetta, 2011

4 febbraio 2011

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